Per cambiare le élite intellettuali basterebbe cambiare università

In un interessante articolo su TheSmartSet Michael Lind accusa gli intellettuali americani – professori universitari, specialisti dei think tank (i pensatoi dei partiti, molto influenti a Washington) e opinionisti dei media – di essere davvero fuori dalla realtà. Ecco una possibile soluzione.
Per cambiare le élite intellettuali basterebbe cambiare università

(foto LaPresse)

In un interessante articolo su TheSmartSet Michael Lind accusa gli intellettuali americani – professori universitari, specialisti dei think tank (i pensatoi dei partiti, molto influenti a Washington) e opinionisti dei media – di essere davvero fuori dalla realtà, come dicono i cosiddetti populisti. Secondo Lind, in ultima analisi è vero che gli intellettuali non si rendono conto di provenire e di vivere in una ristrettissima élite del 10 per cento che ha fatto studi avanzati e che vive in due-tre costosissime città. In fondo separati dalla vita dell’americano medio, spesso senza famiglia o con famiglie create in tarda età per favorire prima la carriera, guardano il mondo da una prospettiva falsata. La soluzione secondo Lind, il quale si riconosce come appartenente al medesimo gruppo, sarebbe quella di far fare a tutti gli intellettuali un paio d’anni di impieghi a contatto con il mondo “reale” prima di assumere le loro posizioni definitive. A parte il finale poco realista, l’analisi è condivisibile, e andrebbe applicata anche al resto d’occidente. Con la stessa tristezza di chi parla del proprio ambiente – e spesso di se stesso – aggiungerei, anzi, qualche elemento che Lind non considera e proporrei una diversa soluzione.

 

Un altro fattore di isolamento degli intellettuali dipende dall’educazione. Purtroppo, le università di tutto l’occidente non sono un manifesto di quel pluralismo che proclamiamo. Ciò accade soprattutto nelle università considerate leader in tutto il mondo (le due inglesi famose, l’Ivy League e le altre poche note in Europa e in Sud America): raramente ad alto livello prevalgono diversità di opinioni culturali, sia nei temi specialistici sia in quelli generalisti. In un articolo del New York Times di qualche mese fa si diceva che il 94 per cento dei professori americani votano i Democratici sempre, a prescindere da candidati e programmi. Purtroppo il successo, parziale e limitato nel tempo, di molte dottrine scientifiche segue analoghi trend che dipendono più dalla moda che da un’argomentata riflessione. Insomma, le agenzie culturali sono poche e solo apparentemente diversificate. Così si crea un flusso di opinioni e di informazioni che spesso confermano se stesse e si riproducono indefinitamente. E’ questa bolla di pensiero e di comunicazione che finisce alle volte per creare lo strano effetto per cui intellettuali di sicuro valore forniscono previsioni totalmente sbagliate, soprattutto in campo sociale: la Brexit ne è stato un buon esempio e l’elezione del prossimo presidente degli Stati Uniti rischia di essere il secondo.

 

Un secondo fattore da aggiungere per spiegare l’isolamento degli intellettuali è che la comunicazione 2.0, social e interattiva, ha aiutato a rinforzare la segregazione tra bolle di informazione diverse. Si ascoltano molti più commenti di una volta, ma essi sono quasi sempre appartenenti alla medesima area culturale di riferimento. Si leggono, vedono, ascoltano i commenti che tendono a confermare ciò che già pensiamo. La frammentazione diventa così isolamento. Nella politica americana, ma anche in quella italiana – almeno stando a quanto avvenuto nelle ultime elezioni – si crea l’effetto dei “due mondi”: c’è la comunicazione interna alle élite e l’altra, e le due non si confrontano e non si mescolano.

 

Una soluzione? Quella del lavoro manuale degli intellettuali di Ling, come volevasi dimostrare da parte di un buon intellettuale, sembra irrealistica. Con intelligente e ironico paradosso, Riccardo Ruggeri ogni tanto propone di chiudere tutte le università che hanno prodotto l’élite che ci ha portato a una crisi antropologica ed economica che non sa risolvere. La soluzione è simpatica ma non praticabile e, in fondo, non consigliabile. Potremmo cominciare da una proposta minimale, data l’epoca dell’anno.
Paradossalmente, le idee nuove vengono dagli outsiders, dalle università di periferia (del mondo; l’Italia è una di queste) e da pensatori o gruppi di lavoro eterogenei. In Italia in questo periodo i maturati (e spesso i genitori con loro) decidono le università in cui andare. Purtroppo negli Stati Uniti le hanno già decise. Se invece di scegliere le università in base alla fama prodotta dallo stesso mondo culturale-comunicazionale che si autogenera, scegliessero in base alla possibilità di trovare un maestro vero, non sarebbe una piccola grande rivoluzione?

 

Forse non parrà una soluzione adeguata e la parola “maestro” è del tutto desueta. Tuttavia, tutta l’originalità vera non può che risiedere nella persona, fatta così com’è, con tutti i suoi legami e le sue inevitabili appartenenze. Certo, sulla figura del maestro si è abbattuto il sospetto di controllo delle menti del radicalismo occidentale. Ma la chance di uscire dall’intellettualismo, cioè di conoscere di più la realtà e di sviluppare una vera capacità critica, che si ha nel rapporto personale, umano e scientifico con un maestro è infinitamente superiore a quella che nasce dal rapporto astratto e virtuale con generiche istituzioni o mezzi di comunicazione che si autogenerano e autoalimentano.

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