Salsicce contro il pol. corr.

Il nuovo film anti Pixar “Sausage Party” insulta tutti, e per questo fa arrabbiare tutti. Più che i bambini, andrebbe vietato a vegani e dittatori dello slow food contro il junk food. Guida per una visione responsabile.
Salsicce contro il pol. corr.

Salsicce, pane bianco, patate fritte, ketchup e maionese. Un assortimento di junk food delizia gli americani. In tanti ancora apprezzano, abbastanza per far incassare a “Sausage Party” 34 milioni di dollari in un fine settimana (il rivale “Suicide Squad” di David Ayer ne incassa 43, giù in picchiata dopo lo scorso weekend, il passaparola non ha funzionato). E’ un film d’animazione, ma poco adatto ai bambini. Lo certifica con esempi e conteggi il sito “kids in mind”, dividendo gli oltraggi in “sesso e nudità”, “violenza”, “parolacce” (126 le parole che cominciano con la F). Mancano le battute costruite sugli stereotipi razziali, che non sfuggono a Salon. Con un ragionamento arzigogolato, l’articolista ammette che il film è un “equal opportunity offender”, nessuno sfugge alle battute pesanti. Poi corregge il tiro: siccome non tutti sono uguali – per esempio, i nativi americani si ammazzano con l’alcol nelle riserve – ridere su di loro non sta bene. Quindi non si fa.

 



 

E noi, ingenui, che pensavamo il contrario. La parità sarà raggiunta quando tutti potranno fare battute su tutti. Gli ecologi che negano la sepoltura a chi ha in corpo una protesi di plastica, i ristoranti giapponesi che servono pesce freddo e vino caldo, le scrittrici di culto femminista. Assieme a tutte le altre faccende che Barney Panofsky non riuscì a evadere, perché allora non esistevano, e perché Mordecai Richler scriveva romanzi. Non girava film dove l’hot dog Frank cerca di infilarsi nel suo panino – femmina, con le curve al posto giusto e pure truccata, si chiama Brenda – mentre attorno a lui un bagel litiga con un lavash, pane di origine armena diffuso in tutto il medio oriente.

 



 

L’escalation della Pixar partì nel 1995 con i giocattoli di “Toy Story” (cosa provano i vecchi quando a Natale o ai compleanni vengono sostituiti dai nuovi?). Con “Inside Out”, la premiata ditta ha curiosato nella vita segreta delle emozioni. Passando per i pesci, le automobili, i robottini. Ancora ricordiamo lo strazio dell’astronauta Buzz Lightyear – “verso l’infinito e oltre” – quando capisce di essere fabbricato in serie. Glielo dicono, e non ci crede. Finché al supermercato vede tante scatole in bell’ordine con pupazzi identici a lui. Salsicce, salse, patate e panini non pensano di essere unici – come potrebbero? Frank abita in una busta di plastica con altri due würstel. Smaniano per essere comprati, il che accade alla vigilia del 4 luglio, da una signora che vuole festeggiare. Pensano: “Dopo sarà meglio, si sussurrano cose meravigliose al riguardo”. Finiscono in cucina, e chi ricorda la sigla della serie “Dexter” – il maniaco al servizio del bene, uccide altri maniaci – sa che davanti ai fornelli siamo tutti serial killer: tagliamo, bruciamo, soffochiamo, torturiamo, scottiamo. Puntuali, si sono infuriati anche vegetariani e vegani: certo che i cibi soffrono, quale mente malata osa scherzare su queste cose?

 

Le menti malate appartengono a Seth Rogen e Evan Goldberg, già registi di “The Interview”, spassoso film su Kim Jong-un che la Corea del nord considerò un atto di guerra, o almeno di terrorismo, minacciando atroci ritorsioni. Qualche giorno dopo un hacker attaccò il sito della Sony, rendendo pubbliche migliaia di mail scritte come si scrivono le mail – noi parliamo dei colleghi, e i produttori di cinema parlano dello scarso talento di Angelina Jolie (i coreani furono i primi sospettati). Da solo, Seth Rogen è l’attore preferito di Judd Apatow – in film come “Molto incinta” – e ha scritto la saga delle salsicce assieme a Ariel Shaffir (giovanotti, i genitori li avevano mandati allo stesso campeggio in Israele). Il meglio della giovane comicità ebraica, e ricordiamo ai cultori del cibo sano che i würstel son fatti di maiale. Se te la vuoi prendere con tutti, comincia a scherzare sui tuoi: Sammy Bagel jr. viene doppiato con cadenze alla Woody Allen da Edward Norton. Solo un nome tra gli attori che hanno sgomitato per un ruolo: Salma Hayek si è divertita con Teresa del Taco, caliente messicana lesbica. Puntuali, hanno protestato sia i messicani sia le lesbiche (attendiamo le proteste dell’associazione mogli di miliardari, l’attrice è sposata con François-Henri Pinault).

 

Si sono un po’ ringalluzziti anche i critici. Di “Sausage Party” avevano parlato bene dopo il massacro di “Suicide Squad”, e ora godono perché un film da loro caldeggiato ha successo al botteghino. Variety cita nella recensione il genio visivo e le invenzioni comiche di Tex Avery, grandissimo animatore a cui dobbiamo Bugs Bunny e i più stravaganti cartoon anni 40 (“nei disegni animati si può fare di tutto”, sosteneva, sperimentando di conseguenza). Uno storico del cinema britannico, David Yehuda Stern, ha avanzato la tesi che anche Bugs Bunny sia ebreo: lo ha inventato un disegnatore ebreo, lo ha doppiato l’ebreo Mel Blanc, parla come un ebreo di New York, usa l’astuzia per salvarsi la pelle, e quando ripensa all’infanzia vede rabbini dell’est Europa (e certo, la sua nemesi è il maialetto Porky Pig).

 

“Sausage Party” non è kosher, ma tutti concordano sul divertimento. “Offensivo, non c’è dubbio. Ma le gag hanno una resa altissima, in risate. E nasconde una gran bella trama” leggiamo sul sito Rotten Tomatoes, che riassume così decine di recensioni. Le volgarità non adatte ai bambini sono già prese in giro nel film, quando il junk food si ammucchia in un’orgia, e un preservativo chiede pietà: “Ho visto cose che nessun giovane condom dovrebbe vedere” (sì, il sesso è tanto ma protetto). E il finale sembra promettere a breve altre salsicce intelligenti. Protestano anche i lavoratori. “Sausage Party” è costato solo 19 milioni di dollari, poco per gli standard dell’animazione. “Abbiamo lavorato a cottimo come in uno sweatshop”, denunciano i tecnici che preferiscono rimanere anonimi (gli “sweatshop” erano le micidiali fabbriche ottocentesche). Straordinari non pagati, che per i potenti sindacati dello spettacolo Usa sono una bestemmia. E forse qui stava nascosta l’ultima pernacchia.

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