Il personaggio più originale della televisione è un cavallo

BoJack Horseman, una delle serie di maggior successo di Netflix, è giunta alla terza stagione ed è un concentrato di satira sociale intelligente, e contro tutti. E’ un cartone animato per adulti che mette alla berlina non solo lo star system americano, ma anche molta parte della nostra società.

Il personaggio più originale della televisione è un cavallo

BoJack Horseman

Il personaggio più innovativo e incredibile del piccolo schermo è un cavallo. BoJack Horseman, creatura di Raphael Bob-Waksberg, voce (nella versione originale) di Will Arnett, è il simbolo di un genere e di un'idea di intrattenimento ben precisa. È un cartoon per adulti. Affronta stereotipi, crisi e depressione.

 

Il protagonista, BoJack, è un attore: dopo il successo ottenuto negli anni Novanta, quando faceva parte del cast di una sit-com nazional-popolare, si è trovato da solo, odiato e odioso, nella sua villa di Hollywood. Basta questo – cavallo, attore, crisi d'identità e professionale – per fare di BoJack Horseman una delle serie tv (da poco è stata rilasciata su Netflix la terza stagione) più interessanti degli ultimi anni. Ma è la storia – la lotta contro la notorietà, poi contro l’anonimato, la costante ricerca del successo che fa da contorno – che è veramente, a modo suo, innovativa: è una critica profondissima, metà satira metà sfottò, allo star system americano, ad attori e ad attrici, a come certe cose – un libro, un film, una serie televisiva – si muovono; e a tutto quello che rimane sullo sfondo – il pubblico, per esempio: solo ultimissimo nella linea delle responsabilità e di attenzioni.

 



 

Il personaggio di BoJack è un personaggio cinico, introverso, incapace di rapportarsi con il mondo e con le persone, innamorato dell’idea di se stesso come divo, figlio di due genitori pessimi, fortuna e sfortuna della sua carriera. Vive con un umano, Todd, doppiato da Aaron Paul. Si innamora di una ghostwriter, un’altra umana, Diane; ha per agente una gatta, per editore un pinguino (vi dice niente?); e il suo più grande rivale è un attore-cane. Game, set, match.

 

Quella di BoJack è una ricerca della felicità senza fortuna, è il sogno americano che si è infranto prima ancora di cominciare, è la tristezza di una vita misera, benché circondata dalle comodità e dal successo. Gli amici sono pochi. La parola d'ordine è: invidia. Contorno di risate amare e di battute – qualche volta – demenziali. Stoccata al giornalismo gossipparo e sgambetto a chi crede che il futuro dell’entertainment sia la piccola televisione (che genera più mostri che miti).

 

Alla sua terza stagione, BoJack non accenna ad abbassare il tiro: qualità e ritmo restano altissimi e la vita di un attore (cavallo) diventa la metafora perfetta di un mondo intero. Pare tanto, ma in realtà la semplificazione di un’industria – con tutti i suoi luoghi comuni, i suoi rapporti non-rapporti e la sua politica – è quanto di più deprimente ci possa essere. Il viaggio di BoJack comincia dalla sigla: animazione rigida, sfumature che ricordano Californication, e una carrellata di immagini che lo portano dalla sua villa a Hollywood a feste, incontri, paparazzate, fino – di nuovo – alla piscina di casa.

 

Per qualcuno, BoJack rappresenta la demolizione del machismo americano, con un protagonista che non riesce in niente e una notorietà che è solo fumo negli occhi. Riduttivo. In realtà, la serie tv di Netflix è molto più di questo: e non si ferma certo alla contrapposizione uomini/donne o animali/esseri umani. La critica, cioè la satira sociale, non ha colori, né parti. Se c’è, è rivolta contro tutti. E BoJack è uno di “tutti”: non il primo, forse nemmeno l’ultimo; è uno, è un cavallo, è un attore, è un disgraziato. Vi pare poco?

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