Il Figlio

Una banda di ragazzini alla scoperta del mondo (senza adulti)

Ecco che cosa fanno adesso tutto il giorno i bambini sugli scogli: non pescano più i granchi per liberarli subito dopo averceli mostrati, non corrono più avanti e indietro con i retini e i secchielli. Stanno seduti là, il più lontano possibile dagli adulti, con le gambe che dondolano sopra il mare, e si raccontano i segreti.
Una banda di ragazzini alla scoperta del mondo (senza adulti)

Illustrazione di Anna Sutor

Quando stanno sugli scogli, i bambini e i loro amici, io ho il terrore che l’amo di uno di quei pescatori assopiti e torvi gli agganci per sbaglio un occhio o il naso o l’angolo delle labbra e glieli strappi via e li lanci in mare. Per contrastare questo pensiero illogico e ansioso faccio cose illogiche e ansiose e urlo di non andare a disturbare i pescatori e di spostarsi molto più in là, così i pescatori si voltano verso di me infastiditi perché li sto disturbando con le mie urla, e io penso che se fossero veri pescatori non starebbero lì, su quegli scogli pieni di ragazzini a mezzogiorno, andrebbero a cercare una balena bianca, partirebbero alle quattro del mattino per il mare aperto, troverebbero scogli lontanissimi e non a pochi metri dal bar con i ghiaccioli, e insomma tra me e i pescatori si è stabilita una forte corrente di antipatia e di occhiatacce, quindi mi sono spaventata quando uno di questi signori con le spalle carbonizzate ha lasciato tutti i suoi ami e mi è venuto incontro. Non immaginavo nemmeno che avesse un’altra posizione, un altro modo di esistere oltre a quello sugli scogli, seduto curvo, con una busta di plastica accanto.

 

Invece camminava, e le spalle erano carbonizzate ma le gambe bianchissime. Si è fermato accanto a me, si è tolto per un attimo il cappellino con la visiera e ha detto: sono cominciati i segreti, stanno diventando grandi questi bambini. Non ha aspettato nessuna risposta ed è andato verso il bar, ha comprato un ghiacciolo rosa, è ritornato sugli scogli e non mi ha risposto al mio saluto grato. Ecco che cosa fanno adesso tutto il giorno i bambini sugli scogli: non pescano più i granchi per liberarli subito dopo averceli mostrati, non corrono più avanti e indietro con i retini e i secchielli e non fanno nemmeno più, o almeno non con vera concentrazione, le gare di gamberetti (chi riesce a trovare più gamberetti nascosti e mimetizzati, ma soprattutto chi trova quei pesci travestiti da mucchietto di sabbia, ha vinto). Stanno seduti là, il più lontano possibile dagli adulti, con le gambe che dondolano sopra il mare, e si raccontano i segreti.

 

Anche i segreti su come catturare molti più Pokemon, o come ottenere il Fiorefante, l’elefante hippie pieno di fiori con il simbolo della pace disegnato sulla fronte, ma questi segreti, per la prima volta, ci vengono raccontati con un po’ di diffidenza e di frettolosità, con l’aria anche un po’ altezzosa di chi sta pensando di perdere tempo e sprecare parole, perché noi adulti con le nostre conversazioni sempre uguali non possiamo davvero capirle, e anche se ci impegniamo a dimostrare entusiasmo o curiosità o approvazione chiediamo nuovi particolari sulla vera natura della zebra elettrica, i nostri figli hanno imparato a capire che quello non è un vero entusiasmo ma è un entusiasmo costruito apposta, per stare accanto a loro, al loro passo svelto e smodatamente felice per un gelato e smodatamente triste per un pallone bucato, è un entusiasmo che serve a provar loro che noi siamo all’altezza di tutti i segreti, e che più saranno grandi questi segreti più noi sapremo accoglierli, saremo le persone giuste a cui raccontarli.

 

Non tutti però, io non voglio sapere tutti i segreti, ho pensato guardando le loro sagome sugli scogli, cercando di riconoscerli dai costumi da bagno (mia figlia da quest’anno ha deciso che non potrà mai più mettere un costume senza il pezzo di sopra, anche se il suo corpo è esattamente lo stesso di un’estate fa, solo qualche centimetro più alto, ma il suo mondo interiore è cambiato, si è fatto più grande e misterioso). Così adesso loro mangiano in fretta, senza badare a noi, e intanto si scambiano occhiate frenetiche e con la bocca ancora rossa di sugo di pomodoro urlano: possiamo andare in spiaggia? Perché tutte le cose importanti non succedono più fra le pareti di casa, e nemmeno in giardino con le lucertole, ma tutto quello che conta accade fuori: questo è l’anno dell’andare in  spiaggia da soli in bicicletta, ed è anche l’anno del “team”, lo chiamano così. Il team è una banda di ragazzini, tutti maschi e una sola femmina, che come ragione fondante ha il bagno al largo con il materassino e la vita sugli scogli, e come dovere sociale quello di essere, ogni giorno, gli ultimi a lasciare la spiaggia, quando il bagnino li caccia via con il rastrello per la sabbia.

 

E la bellezza della giornata dipende esclusivamente dai rapporti umani con i membri del team, dalle dimostrazioni di coraggio nell’affrontare i nemici (ragazzi più grandi che vengono sfidati nei tuffi), dalla generosità nel difendere i più deboli (i fratelli piccoli e i bambini esclusi dal team perché non abbastanza agili), dalla capacità di affrontare i litigi, i tentativi di sopraffazione, le prese in giro e le spinte nella sabbia senza andare a piangere dai genitori, dalle nuove amicizie e dalla baldanza che si è indossata, dalle prove di liberazione dalla timidezza. I genitori possono solo guardare da lontano, gridare ogni tanto raccomandazioni vaghe, fingere un sentimento di liberazione dall’assillo continuo dei bambini, fingere anzi di esserne ancora assillati, ma non è vero: i bambini ricompaiono solo alla sera tardi, carichi di sabbia nei capelli e di tutti i segreti della giornata, pieni di pensieri vertiginosi e di cose accadute in mezzo al mare e nel campo di pallavolo, e hanno nuovi desideri e anche un nuovo modo di camminare e perfino di fare la doccia, pretendono una chiave nel bagno (non l’avranno: ho paura degli ami del pescatore allo stesso modo in cui temo le porte chiuse dall’interno) e già vogliono uscire di nuovo, con i capelli lavati e una maglietta annodata in vita e un’aria sbadata ma in realtà accesa, luccicante di voglia di vivere, di scoprire, di raccontare tutto agli altri, anche le cose che succedono a casa (“mio padre guida gli aerei ma adesso non vuole più, dice che ha paura di quelli con i coltelli”, “mia madre è stata rapinata con un coltello”, “mia sorella ha un fidanzato con la barba e mio padre le ha detto che se lo vede lo prende a calci”, “io da grande farò il tassista”, “io l’attrice di musical”, “io i film di paura”, “io i giochi dei telefoni”, “io non voglio studiare inglese mai”, “io ho salvato una lucertola che era già in bocca al gatto e mia madre urlava: corri, salvala ti prego, perché lei non aveva il coraggio di toccarla”).

 

Così quando mia figlia mi ha chiesto, ogni giorno cento volte al giorno, di comprarle un telefono, come tutti i suoi amici, per un po’ ho resistito, poi le ho chiesto: ma perché lo vuoi così tanto? Per i giochi? Lei ha risposto stupita, emozionata, ardente: ma mamma, per tutto, per parlare con tutti, per fare una chat che si chiamerà: team! Ma se te lo compro, poi mi prometti che scrivi anche a me? Lei ha detto: te lo prometto, ci scriviamo i segreti. E allora sì. E nella sua smodata felicità ho ritrovato anche la mia.

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