Tutte le più scomode verità sul "Diavolo veste Prada"

“Non avevo mai negoziato un compenso”. Parola di Meryl Streep, che per festeggiare i dieci anni trascorsi dalla pellicola di David Frankel, racconta tutto a Variety.
Tutte le più scomode verità sul "Diavolo veste Prada"

L'attrice americana Meryl Streep (foto LaPresse)

“Non avevo mai negoziato un compenso. Più che bassa, la cifra mi sembrava un insulto”. Parola di Meryl Streep, che per festeggiare i dieci anni trascorsi da “Il diavolo veste Prada” racconta tutto a Variety. Oddio, proprio tutto no, sulla cifra esatta tace. Per creare la leggenda finge di non avere un agente che contratti al suo posto (la ricordiamo in piedi ad applaudire quando Patricia Arquette all’Oscar pose la questione delle paghe per le femmine). Va a finire che il compenso fu raddoppiato, per farla diventare la stronzissima Miranda Priestley dai capelli argentati.

 

E’ più sincera e credibile quando smonta il personaggio. Racconta di aver preso il tono di voce basso da Clint Eastwood, e di aver rubato l’ironia gelida a Mike Nichols, pseudonimo di Michael Igor Peschkowsky, regista di “Il laureato” e di “Closer” (per non parlare delle meraviglie che stanno in mezzo). Pura Meryl Streep era invece la camminata sui tacchi, e il nome di Anne Wintour non viene pronunciato.

 

Ricordate il montaggio dei cappotti e delle borse fatti atterrare con massimo disprezzo sulla scrivania della segretaria Emily Blunt? Per girarlo ci vollero un sacco di riprese. Non avete idea di che classe bisogna avere per levarsi un cappotto in maniera elegante, e buttarlo sulla prima superficie a disposizione (più o meno quella che serve per raccontare l’evoluzione del ceruleo dalla sfilata di Oscar de la Renta al grande magazzino). Aiuta un guardaroba stimato attorno al milione di dollari, scelto da Patricia Field di “Sex & the City” (anche lei racconta ogni cosa, sul sito “racked”: per mettere insieme tante pellicce dovette chiedere favori a tutte le sue conoscenze, il resto era Chanel).

 



 

I diritti furono comprati dalla Fox a romanzo di Lauren Weisberger non ancora finito. Vari sceneggiatori si misero al lavoro, senza troppo successo. Poi il miracolo riuscì, staccandosi dall’originale e inventando un sensato terzo atto: il film è decisamente meglio del libro. Fu lanciato nelle sale contro “Superman Returns” di Bryan Singer, e subito scattò il passaparola. 326 milioni di dollari incassati nel mondo (il budget era di 41), Emily Blunt e Anne Hathaway che ringraziano David Frankel per la loro carriera. Non era affatto scontato, ricorda il regista: “Sarebbe potuto andare tutto malissimo, ognuno di noi aveva grandi speranze e poche certezze, a dispetto della legge di Murphy è andato tutto benissimo”. Con qualche extra: Stanley Tucci ha sposato la sorella di Emily Blunt.

 

Domanda d’obbligo, a tutti quanti. Girereste mai un seguito? Risposta d’obbligo, da parte di tutti: “Mai e poi mai”. Speriamo che non cedano, siamo disposti a protestare come stanno facendo gli anti-Ghostbuster. Ma con la valanga di giustizieri e vendicatori mascherati in arrivo nella prossima stagione, un po’ di contro-programmazione farebbe pure piacere.

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