Il Figlio

Le sere d’estate al mare, con tutti quegli abbracci finiti per sempre

C’è anche l’omino con lo zucchero filato che appiccica ogni cosa e la inghiotte, così dentro la nuvola rosa di quello zucchero si incastrano rametti, sabbia, chiavi di casa, magliette di altri bambini che passano correndo, stelle cadenti che qualcuno giura di avere già visto passare in cielo.
Le sere d’estate al mare, con tutti quegli abbracci finiti per sempre

L’impulso è quello di costruire un piccolo luogo sicuro, una fessura in cui lasciar passare l’aria. Le sere d’estate al mare, mamma devi alzare la sella della mia bicicletta perché sono diventato alto, andiamo dai la doccia la fai dopo, un giro piccolo, ho mangiato tutti i pomodori vedi? Ce lo hai promesso, vieni. Le sere d’estate quando si deve fuggire soltanto dalle zanzare, uscire di casa con il costume ancora addosso, la sabbia nei capelli, con le monete giuste per il gelato nei trenta secondi in cui non è ancora caduto per terra: e allora camminiamo verso il posto dei bambini, io trascinata e loro saltellanti, mai stanchi, verso un pavimento di legno davanti al mare su cui sbucciarsi le ginocchia e imparare ad andare in bici senza mani e sullo skateboard senza freni. C’è anche l’omino con lo zucchero filato che appiccica ogni cosa e la inghiotte, così dentro la nuvola rosa di quello zucchero si incastrano rametti, sabbia, chiavi di casa, magliette di altri bambini che passano correndo, stelle cadenti che qualcuno giura di avere già visto passare in cielo (“Ho espresso un desiderio ma non te lo dico sennò non si avvera, ti dico solo che comincia con la C di coniglio, hai capito? E che sarà più mio che di mio fratello, e lo chiamerò Lucciola”).

 

Ma ecco un gran rumore di gambe e di gole, un galoppo però di scarpe da ginnastica e di corpi umani: gridano, corrono, sono giovanissimi e veloci, scavalcano il muretto e vanno a tuffarsi in mare di notte, tutti insieme tenendosi per mano. Restano là nell’acqua bassa, si schizzano, ridono, hanno lasciato i vestiti sulla spiaggia, alcune ragazze coraggiose hanno lanciato via anche il reggiseno: è estate, evviva, da grande lo farò anch’io, mamma ma perché fai quella faccia, non sei contenta? Niente, non è niente, è che mi colano addosso i vostri gelati, però state qui vicino a me. Non si può dire ai bambini che dentro ogni tumulto festoso in una sera d’estate adesso c’è un’ombra che si allunga veloce, copre la fessura, il posto sicuro, toglie l’aria anche qui, ed è lo sgomento. Che ha cambiato significato ai frastuoni, alle corse, ai tuffi nel mare di notte. Il ritorno dentro un momento bruciante, che ha cancellato tutti i momenti sicuri, quelli in cui si respira e non può succedere niente di male.

 

Ma anche dire “un momento” è pochissimo, è ingiusto: a Nizza non è stato un momento, a Nizza è iniziato l’infinito tormento, il dolore implacabile, una tempesta di fulminei, inimmaginabili addii alla vita. Le urla di un padre che era rimasto a casa sul divano, ha sentito la notizia alla televisione, è corso nella direzione opposta a quella in cui gli altri scappavano, ha visto lo scooter di sua moglie rovesciato per terra e ha visto lei, che per un istante è volata sopra l’asfalto, distesa e morta, ha visto sangue e sentito gemiti di altri bambini a terra, tutta quella bellezza che non sboccerà mai, tutti quegli abbracci finiti per sempre, amputati in un attimo, e ha urlato ancora per trentasei ore cercando suo figlio in tutti gli ospedali: Kylian, tre anni, in una foto abbracciato a un grande orso di pezza, morto a Nizza mentre andava con sua madre a vedere i fuochi d’artificio.

 

I bambini di New York quando hanno paura guardano il cielo, guardano fuori dalla finestra per cercare il fumo, perché la paura arrivava dall’alto, invece adesso la paura copre tutte le fessure, si traveste da camion dei gelati, si infila dentro lo zucchero filato e resta appiccicata lì: non c’è un riparo, un posto al mondo, un’estate da bambini. I bambini sono attorno alla madre che sta morendo sul lungomare, è successo anche questo a Nizza. I bambini sono in ospedale, almeno cinquanta, e l’estate sarà per sempre il momento del dolore che torna. Un padre che cercava di convincere il figlio di quattro anni a tornare a casa, Yannis è tardi, andiamo a dormire, è stato gettato a terra dal camion bianco e appena ha rialzato la testa ha visto il bambino a terra piegato su se stesso, con un braccio allungato sopra la testa, ed è corso con lui in braccio, è corso fino a che ha trovato un’ambulanza, è corso finché l’estate è finita per sempre, la fessura si è chiusa.

 

Così adesso noi stiamo qui, con i nostri gelati che ci si sciolgono, i bambini intorno che saltano dall’eccitazione perché qualcuno ha urlato: arrivano i pagliacci, e un fruscio nella testa che non si interrompe mai, il bisogno di controllare l’incontrollabile e anche di invocare un’esenzione speciale. “No, non è più possibile così, non è più possibile che noi, che il sole, gli orologi, i negozi, la luna, le coppie, che gli alberi nei viali rinverdiscano, che il sangue nelle vene, la primavera e l’autunno, la gente, semplicemente, che ci sia banalità nel mondo… che i figli degli altri, la loro luce e il loro calore…”, ha scritto David Grossman di suo figlio morto in guerra in “Caduto fuori dal tempo” (Mondadori), e allora come è possibile passare ad agosto se l’estate è finita in luglio, come è possibile andare di nuovo al mare a sentire il vento che arriva in faccia la sera, toccare la morte e non restare lì, pietrificati, per sempre in inverno? Chissà se anche le altre madri sul lungomare di questo posto qualunque hanno il fruscio nella testa e un’armatura invisibile addosso. Anche il ragazzo marocchino che vende i vestiti sulla spiaggia ha portato fuori il figlio nel passeggino stasera, “ma mia moglie non voleva, adesso ha paura di tutto. E’ estate, le ho detto: se vuoi fingere che fuori c’è la neve, restaci tu a casa”. Qui adesso arrivano i pagliacci a fare le capriole, è estate e bisogna applaudirli.

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