La battaglia illiberale contro la bagna càuda di Chiara Appendino

Nella proposta della stravagante iniziativa per la “promozione della dieta vegetariana e vegana sul territorio comunale”, si può notare in controluce una specie di deriva culturale che porta in direzione dello stato etico.
La battaglia illiberale contro la bagna càuda di Chiara Appendino

Il sindaco di Torino, Chiara Appendino (foto LaPresse)

Nel corposo programma presentato dal nuovo sindaco di Torino, la grillina Chiara Appendino, oltre a tematiche tradizionali come urbanistica, riduzione del consumo del suolo e tutela dell’ambiente, fa capolino una stravagante iniziativa per la “promozione della dieta vegetariana e vegana sul territorio comunale”, presentata come “atto fondamentale per salvaguardare l’ambiente, la salute e gli animali attraverso interventi di sensibilizzazione sul territorio”. Si punta a “promuovere una cultura del rispetto che riconosca tutti gli animali come soggetti di diritto” e, a questo scopo, saranno istituiti “progetti didattici nelle scuole sulla tutela, sul rispetto degli animali e sulla corretta alimentazione in collaborazione con le società animaliste, medici nutrizionisti, organi di politica ed esperti di settore”.

 

Si può pensare che si tratti solo di una stravaganza, di una strizzata d’occhi a settori elettorali marginali ma pur sempre esistenti, magari della volontà di stupire con iniziative inaspettate. Se però si legge con attenzione, si può notare in controluce una specie di deriva culturale che porta in direzione dello stato etico. A parte le assurdità evidenti, come quello di definire tutti gli animali come “soggetti di diritto” – il che impedirebbe persino di cacciare una zanzara molesta per non ledere il suo diritto a succhiarci il sangue – la promozione di un modello comportamentale specifico (e largamente minoritario) come attività dell’Amministrazione pubblica rappresenta una evidente forzatura settaria. Alla base c’è una convinzione che contrasta con quella (opposta) della maggior parte dei medici e dei nutrizionisti, che considerano essenziale l’assunzione di proteine animali per l’equilibrio fisiologico: una specie di mandato da “comitato di salute pubblica”, di sapore sinistramente giacobino. A parte il pericolo di diffondere fanatismi pericolosi, come quello che ha indotto una coppia di genitori vegani a negare il latte al figlio neonato riducendolo in fin di vita, è la scelta unilaterale assunta come principio della vita pubblica che rivela un aspetto preoccupante.

 

Si potrebbe ricordare, naturalmente per scherzo, che neppure Adolf Hitler, che pure seguiva personalmente una dieta rigidamente vegetariana, ha mai avviato campagne per proporre o imporre ai tedeschi la sua scelta alimentare.
Naturalmente i torinesi continueranno a mangiare il bollito misto alla piemontese, e a intingere le verdure nella bagna caòda, senza curarsi degli appelli della prima cittadina. Qualche problema, invece, potrebbero averlo i bambini degli asili nido e i ragazzi che pranzano nelle mese scolastiche comunali, se il sindaco deciderà di impedire loro di mangiare anche solo un uovo sodo.

 

Si può pensare che la libertà e l’eguaglianza siano principi troppo nobili per tirarli in ballo quando si prepara un pranzo, ma in realtà è proprio quando quei principi vengono violati nella più elementare delle consuetudini della vita quotidiana che ricevono un attacco alle loro fondamenta. Perché un’autorità che ha il mandato di gestire l’Amministrazione di una città può arrogarsi il diritto di indicare che cosa si deve mangiare e che cosa no? Se si guarda un po’ in profondità, dietro questa pretesa c’è un principio autoritario: l’autorità conosce ciò che è bene per i cittadini, che quindi debbono essere indotti ad adeguare i propri comportamenti alle idee (o come in questo caso ai pregiudizi) dell’autorità. Dovrebbe essere esattamente il contrario: in un regime liberale all’autorità spetta il compito di garantire ai cittadini di esercitare le loro scelte in piena libertà ed eguaglianza, sempre che non ledano diritti altrui. Ma se i titolari di diritti, invece dei cittadini, diventano gli animali (che naturalmente non devono essere maltrattati ma che non godono di altri diritti) si capovolge la logica democratica e all’autorità che si assume la tutela del “diritto” degli animali è consentito violare quelli dei cittadini. Forse a Chiara Appendino converrebbe leggere “La Fattoria degli Animali” di George Orwell. 

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