Io non sono lui

L’istinto di sopravvivenza ovvero l’adolescenza di Elia, che vuole la felicità nonostante suo padre. Elia è il protagonista di “La vita felice” (Einaudi), ultimo preciso e sconvolgente romanzo di Elena Varvello. Elia ha sedici anni e non teme suo padre, Ettore, anche se vede che la ragione gli sfugge via ogni giorno dalla testa lasciando soltanto inquietudine.
Io non sono lui

Elia sfila sigarette dai pacchetti che suo padre lascia in giro, va a fumarle dietro casa, seduto sui talloni con la schiena contro il muro, tremando. Quando finisce corre dentro e si lava i denti. Passa il tempo in camera a leggere fumetti, ha smesso di uscire con gli amici, che pure loro hanno padri strani, padri che bevono o alzano le mani, padri frustrati, ma sono padri che almeno non immaginano complotti, non scrivono lettere chiusi in garage di notte e di giorno, non stanno con lo sguardo perso e la sigaretta appesa alle labbra stravaccati sulla sedia della cucina. Sono padri violenti forse, ma non sono padri che stanno ammattendo, e questo fa la differenza quando il mondo è una piccola casa sulla collina e un paese là sotto che chiacchiera e basta.

 

Elia è il protagonista di “La vita felice” (Einaudi), ultimo preciso e sconvolgente romanzo di Elena Varvello. Elia ha sedici anni e non teme suo padre, Ettore, anche se vede che la ragione gli sfugge via ogni giorno dalla testa lasciando soltanto inquietudine, anche se non riesce più a credere alla madre che ripete che si tratta soltanto di brutti pensieri che spariranno presto. Elia non ha paura, ma non capisce, forse non può capire, perché è un figlio che non vuole giudicare suo padre, che pretende di fidarsi, perché è così che funziona nella vita dei padri e dei figli. Anche la madre, Marta, è ogni giorno più infelice, s’aggrappa a un passato che fugge, si è dimenticata di mettere via le sue ciabatte di pelo rosa su cui il marito aveva disegnato gli occhietti, sono le ciabatte dell’inverno ma lei le indossa anche se arriva l’estate, come se volesse trattenere un po’ di quel che è stato, dei suoi sguardi sognanti con la mano sotto al mento a guardare innamorata quell’uomo quando li faceva ancora tutti ridere.

 

Elia ricostruisce l’ultimo anno della storia di suo padre, della storia della sua famiglia e di se stesso, quando è diventato grande e il suo istinto di sopravvivenza ha vinto su tutto: le voci del paese di provincia, lo sguardo sfuggente di una vittima, l’odio e la vergogna, i sospetti soprattutto, quel momento in cui ti accorgi che tuo padre non è un eroe, non è forse nemmeno una buona persona, è un uomo che s’è comprato un furgone ammaccato di cui va stupidamente fiero, ci ha messo dentro un materasso e gira senza meta per ore, per giorni, togliendo la luce dagli occhi di tua madre, lasciando un senso di inadeguatezza in tutta la casa, anche quando non c’è, soprattutto quando non c’è. Come Nicolas, il protagonista de “La settimana bianca” di Emmanuel Carrère, il bambino che fa la pipì a letto e aspetta che suo padre torni con lo zaino con dentro il suo scrigno delle cose importanti, anche Elia sente che qualcosa di brutto sta succedendo, che è già successo, mentre suo padre lo fa alzare di notte e lo trascina in giardino in preda a chissà quale smania di insegnamento. Scompare un bambino e viene trovato morto con le mani e i piedi legati, in fondo a un burrone, ed Elia appende la foto di quel bambino sopra al letto, come ricordo del suo sospetto e allo stesso tempo come assoluta speranza che il sospetto sia falso, una scemenza, mentre immagina di ritrovare il bambino ancora vivo, di salvarlo, perché vuole salvare anche se stesso.

 

La storia che affossa Ettore per sempre è un’altra, non c’entra con il bambino, anche se forse tutto c’entra sempre con un bambino che vuole salvarsi: la storia che cambia tutto esce piano piano, tragica e assurda e terrorizzante, un frammento via l’altro per ricostruire una notte di follia che quasi non importa come va a finire, perché contano le lacrime e le preghiere e un pacchetto di sigarette che era meglio non comprare. Elia cerca la sua strada per capire e sfuggire alle mania di persecuzione di suo padre facendosi un nuovo amico, che è burbero e aggressivo e supponente, ma tace e non fa domande. Anche l’amico soffre per un padre che dice che arriva a prenderlo e non arriva mai, ma quel fare da bullo è rassicurante: ce la possiamo cavare se a questi nostri sedici anni in un’estate che cambierà tutto riusciamo a garantire un bagno alle cascate, una cotta – la prima cotta, il primo bacio – per una donna adulta e in frantumi che concede alla giovinezza di un ragazzino la sua disperazione. Ce la possiamo cavare, nei nostri romanzi di formazione, nelle nostre infanzie disastrose, nelle adolescenze tormentate, se più di tutto vogliamo vivere. Nicolas, ne “La settimana bianca”, sognava una fatina che arrivasse a portarlo via, immaginava la salvezza, provava a crederci anche quando è quasi morto assiderato nell’automobile dell’animatore buono.

 

Elia invece cerca la salvezza nella sua vita di provincia fatta di segreti che si svelano, di mezze frasi buttate lì, incomprensibili e feroci, di un odio che sale piano assieme alle telefonate anonime di scherno e di minaccia, e non vuole lasciarsi affossare: io non sono mio padre, non sono come lui, non sono nemmeno mia madre che lo ha difeso portandosi addosso il suo amore come la ciabatte di pelo rosa d’estate. Sono un ragazzo di sedici anni che uccide fantasmi, senza più sospetti né rabbia né voglia di rinnegare la famiglia: c’è il ricordo delle risate con papà, la certezza di un vento d’estate che spingerà verso la vita felice.

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