Né crucchi né froci, l’algoritmo pol. corr. non perdona nemmeno l’ironia

"Il problema è che Facebook crede di aver capito il senso di ciò che scriviamo". Dialogo tra i foglianti Manuel Peruzzo e Mirko Volpi, bannati da Facebook, su come evitare la censura del social network (senza riuscirci).
Né crucchi né froci, l’algoritmo pol. corr. non perdona nemmeno l’ironia

Manuel Peruzzo: Mirko sono una gallina. Ero appena tornato da un mese di censura (foto di uomini biotti, anzi: pezzi di uomini biotti) e dopo neanche ventiquattro ore Facebook mi ha bannato per altri sette giorni perché ho scritto in un commento a un’amica che non si può più neppure scrivere froci. E non me ne posso neppure lamentare perché vale la regola di Paolo Poli sulla censura e i mediocri che se ne lamentano, perché: “solo le galline continuano a tirare zuccate nel pollaio. Il gatto, la volpe, la scimmia scavalcano gli ostacoli”. Il problema non è tanto che sono una gallina zuccona affetta da tourette e non riesco a non scrivere roba offensiva per ventiquattro ore – anche questo, sì –, il problema è che Facebook crede di aver capito il senso di ciò che scriviamo. Lo chiamano Deep Text, serve per venderci le cose ma sospetto anche per censurare i contenuti osceni. Secondo te il sistema capisce anche il dialetto lombardo?

 

Mirko Volpi: Ecco, è un’idea: potremmo ricorrere al patrio idioma per continuare allegramente a violare gli ormai mitologici Standard della Comunità di Facebook – che in ordine di importanza, e di numero di persone cui essi sono (mica tanto potenzialmente) destinati, vengono appena prima del Codice di Hammurabi e appena dopo la Bibbia, o anzi il solo Nuovo Testamento (se ti bannano, porgi l’altra guancia, Manuel). Sospetto però che se il Testo Profondo non capisce (per ora?) il lombardo, potrebbe comunque aiutarlo qualche incupito e solerte cervello in fuga dislocato in uno sgabuzzino dublinese a smistare le segnalazioni anonime. Come quella che colpì me per aver usato la parola “culattone” – scherzevole padanismo ahimè forse troppo noto ormai alla gran massa dei delatori per uscire indenne dalle maglie della Stasi facebookiana. Se tu sei gallina, io non faccio onore al mio cognome, però. Mi hanno ri-bannato giusto la scorsa settimana per un post pallonaro (che, come il precedente, mi rifiuto di illustrare nelle sue sfumature umoristiche – siamo mica spiegatori di barzellette, noi; se uno non ci capisce, studi, diceva quello) in cui ho scritto “crucchi di merda”. Sarà stata la Merkel; è l'Europa che lo vuole. Certo pure tu sei campione di recidiva e di kamikazeria virtuale…

 

MP: Inizio a capire le ragioni del Leave. Siamo gli Zaza e i Pellè di Facebook, facciamo gli sboroni e poi coda tra le gambe. Quest’Europa è tutta per i tedeschi che rispettano le regole senza smargiassare. Però non mi va giù che su Facebook non puoi scrivere “sono frocio” perché ti sgridano e umiliano peggio che nel salotto della D’Urso. Non può quindi succedere quel che è accaduto in America alla parola queer: tutta questo tabù finirà per rafforzare l’insulto più che disinnescarlo. Ma cosa vogliamo imparare da gente che scrive negro con gli asterischi? Che coscienza sporca bisogna avere per imporre queste regolette irricevibili?! Tra l’altro, stilisticamente, culattone è una parola niente male. Così come crucchi. Dici che è più offensivo il crucchi o il di merda? Noto che non ti arrendi all'idea di una censura algoritmica e disinteressata, da scrittore preferisci avere dei nemici perché sai che sono gli unici che ci leggono costantemente e che scelgono proprio te tra tanti per il loro disamore. E poi la censura fa tanto martire e si rivende bene. Sai la risposta geniale di Busi alla madre quando questa gli chiede come si è risolto il processo per oscenità a un romanzo, e lui: “male, mi hanno assolto”. E sulla bandella del libro successivo, Altri Abusi, fa scrivere: “il seguito di Sodomie in Corpo 11 ingiustamente non processato per oscenità”. Dobbiamo esporre le nostre squalifiche da Facebook come medaglie. Se non ti bannano non sei nessuno.

 

MV: Non mi rassegno perché all’origine della catena delle ottusità bannatorie in salsa zuckemerberghian-puritana c’è sempre la gelida manina di un hater, di un invidioso, di un lettore del Fatto, di un intellettualino sciapo, di una morosa scaricata, di un fondamentalista della correttezza, di un baciabalaustre, di un difensore dei diritti di chiunque e di qualsiasi cosa tranne del mio di dire (oh, e quanto bene, poi!) quel cavolo che mi pare e come. O, semplicemente, di un pirla che si annoia. Le armi ai mediocri da tastiera gliele fornisce poi quel meccanismo di Facebook che tu meglio di me hai descritto e spiegato. Dietro l’algoritmo c’è pur sempre la mano di una programmatore, e dietro la mano, una mente informata al più loffio pensiero del secolo. La cui colpa più dannosa, per me, è l’incapacità di comprendere il senso delle parole e del contesto, l'ambigua finezza dell'ironia, la costruzione di un un'idea del mondo cui serve una lingua che non deve chiedere il permesso per dispiegarsi. Più della sfibrata questione sulla libertà d'espressione, mi importa della coerenza stilistica, e della possibilità di sciorinarla senza doverla addomesticare o chiosare ad uso degli inscienti. Ma quante balle, in fin dei conti, Manuel. Questo affare sta facendo di te e di me la caricatura dei condannati al confino, conferendoci una notevolissima fama presso i nostri vicini di pianerottolo cui raccontiamo l’orrenda censura impostaci, cercando altresì di monetizzarla. Ma alla fine sembriamo due sciurette che si lamentano del caldo e dell’umidità. Neuer e Schweinsteiger non lo farebbero mai. ’Sti mangiacrauti.

 

MP: Secondo me se scrivi inscienti tre volte ti chiudono insieme ai server a Pineville. Il mio problema non è essere stato frainteso ma esser stato fin troppo compreso. Temo non ci sia nessuno a valutare la grandezza del nostro stile e la sagacia delle nostre battute, e se c’è è distrattissimo e approva ogni decisione della macchina senza concessioni alla simpatia. Inizio a detestare Facebook e l’idea di mondo: senza privacy, tutti connessi e felici. Ma che utopia potrà mai essere quella in cui tutti sanno tutto dell’altro e gli vogliono bene senza mandarlo al diavolo? Chiunque abbia dei vicini di casa lo sa che il vero motivo per cui guardiamo dallo spioncino per assicurarci via libera non è l’accortezza verso il prossimo: è per non farci rompere le balle dal prossimo. Via, sciò, sciò. Ma saremo abbastanza adulti da sapere quale tipo di linguaggio e registro utilizzare per le nostre conversazioni, chi frequentare, chi bloccare, chi spiare in silenzio. Capisco, offendersi è diventato un lavoro a tempo pieno, ma potremo conservare un po’ di dispetto per le occasioni speciali? Lo dico a te ma vorrei dirlo agli ingegneri della Valley che con i loro standard ci frantumano e bloccano di continuo. E’ un problema più diffuso di quanto si pensa: ho controllato i giornali e colpevolmente non ve n’è traccia. Questi ingegnerini li manderei a lezione dalle sciure in provincia, dove lo standard di comunità è scorretto per definizione.

 

MV: Per loro i migranti sono ancora negher, gli arabi talebani, i rom sìnguen, i gay culandra, le ragazze esuberanti vunciune, sotto il Po tüc terun. Parlassero in italiano, su Facebook durerebbero meno di un governo della Prima Repubblica.

 

MP: Resta la prima soluzione: secondo te, Mark “Và a dà via i ciap” lo capisce?

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