La marchesa osé

Le relazioni farraginose. Matrimonio, amore, patti occulti e palesi: lo stato della coppia secondo una rediviva signora di Merteuil.
La marchesa osé

Glenn Close, la Marchesa di Merteuil nelle “Relazioni pericolose” di Stephen Frears (1988)

Sono già diversi anni che anche a Parigi si trova il caffè espresso all’italiana, ma il bar che sonnecchia a pochi metri dal palazzo della Marchesa deve essere di stretta osservanza gallica, perché mi hanno servito un beverone che sa di brodo di dado. Pago i due scandalosi euro e mi avvio lentamente a palazzo. Sono in orario perfetto.

 

Il citofono d’ottone ha una tastierina numerica. Chissà cosa mi aspettavo? Dei valletti in livrea? Suono. Dopo tre secondi risponde una voce maschile. Declino le mie generalità e la serratura scatta con un clac ovattato. Nel grande portale di quercia si apre un portoncino che immette in un atrio alquanto faraonico dove un tempo si fermavano le carrozze. Sullo scalone di pietra che conduce al piano nobile mi viene incontro un bell’uomo in un completo scuro. Alto, atletico, con i capelli a spazzola e un paio di occhiali senza montatura, chiaramente molto costosi. Si presenta come Sylvestre, l’assistente personale della Marchesa. La Marchesa mi attende nel suo studio, mi dice, se voglio seguirlo… Voglio. Lungo il tragitto si informa sul mio viaggio e butta lì qualche frase di cortesia per mettermi a mio agio. Non riesco a capire che età possa avere; potrebbe collocarsi in un punto qualunque tra i trenta e i cinquanta, considero cercando di intuirne la nazionalità. Nel frattempo abbiamo attraversato una mezza dozzina di stanze arredate con pochi, rigorosissimi, mobili contemporanei – acciaio e vetro, tessuti écru, perfino un paio di tocchi brutalisti – e, finalmente, eccoci allo studio della Marchesa. E io che mi aspettavo una scenografia settecentesca: sempre più vittima dei cliché.

 

Lo studio è in realtà una sala di una trentina di metri per quindici. Anche qui l’arredamento è ultramoderno, a parte il pavimento a tarsie marmoree e gli affreschi rococò del soffitto: non riesco a individuare gli episodi mitologici, ma mi sono fatto l’idea che siano alcune scene degli amori di Venere e Marte. Su una parete quattro grandi bifore si aprono sulla butte di Montmartre dominata da un’obesa basilica bianca ben di là da venire al momento della costruzione del salone, sull’altra una sterminata libreria raccoglie, credo, l’intero scibile umano. Seduta a una scrivania di vetro grande come il corridoio di casa mia, la Marchesa di Merteuil sta digitando qualcosa su un laptop fichissimo. Al nostro ingresso si sfila gli occhiali da nerd – che a lei però stanno magnificamente – si alza e mi viene incontro con un sorriso più californiano che parigino. Prodigi dell’ortodonzia! Mi tende la mano e io per un attimo non so se stringergliela o baciargliela. Opto per la stretta. Indossa una camicia bianca da uomo portata fuori dai jeans. Ha le maniche rimboccate ed è scalza, ma sotto la scrivania giace abbandonato un paio di mocassini. Confesso che me l’immaginavo diversa. Nemmeno a lei si può dare l’età: non si capisce se ne abbia quaranta o sessanta. E’ decisamente bella, bionda, di classe; ricorda una versione casual di Grace Kelly appena uscita da una rivista di lifestyle invece che da un romanzo epistolare di due secoli e mezzo fa.

 

“Allora, la sua mail mi ha molto incuriosita, ma mi spieghi un po’ meglio…”.
Ecco, volevo parlare con lei delle relazioni tra uomini e donne oggi. E’ per il mio giornale.
“Ah! Una cosetta da niente…”.
Già, mi rendo conto. Per questo mi serviva un’esperta.
“Esperta è una parola grossa. Diciamo un’operatrice del settore”.
Chi è più adatto di lei? Il suo romanzo è un trattato di strategia bellica applicato alle relazioni amorose.
“Laclos era un artigliere, dopo tutto. E comunque, a quei tempi era tutto più semplice.”
In che senso?
“Le donne non decidevano niente e quindi bastava essere appena un po’ meno allineate per sembrare delle eccentriche o, come nel mio caso, delle strateghe sopraffine. Oggi l’assenza di regole – più apparente che reale – ha cambiato le carte in tavola e ha fatto sì che tutto sia più subdolo”.
Cioè si stava meglio quando si stava peggio?
“Non mi metta in bocca parole che non ho detto. Quel che intendo è che una volta c’erano delle regole chiare. Potevano non piacere, ma erano quelle e non erano ignorabili. Oggi, invece, ci sono lo stesso, ma sembra di no. Risultato: tout s’emmerde”.
Potrebbe essere un poco più precisa, signora Marchesa?
“Prendiamo il matrimonio… ci sono anche altre combinazioni, ma per chiarezza ora lasciamole stare. Il matrimonio una volta era un patto, un contratto: io ti davo questo, tu mi davi quello. Tu assicuravi ruolo sociale, rispettabilità e possibilmente una discendenza e io garantivo sicurezza economica, status eccetera. Se poi c’erano anche amore, tenerezza e tutte quelle altre cose, très agréables per la verità, tanto meglio, ma non era indispensabile. Voilà! Niente equivoci, niente fraintendimenti, solo un chiaro, palese patto in cui quel che ciascuna parte voleva e offriva era esplicito fin dall’inizio. Poi, con l’avvento della morale borghese, per mettere al sicuro il patrimonio si sono mescolati contratto e amore, ed è finita la festa”.

 

E oggi?
“Oggi, al netto delle suddette perversioni borghesi, mi sembra sia cambiata la vernice, che è molto più disinvolta, ma nella sostanza sempre di un patto si tratta, solo che non ce ne si rende più conto. Le faccio un caso concreto: proprio ora stavo rispondendo a una delle lettrici della mia rubrica. Si tratta di donna di una trentina d’anni, colta, brillante, bella, con un buon lavoro che sta da dieci anni con un peso morto che non ha mai voglia di fare nulla, si addormenta davanti alla tv e la tratta come una dipendente. Insomma, fa tutto quel che fa quel tipo d’uomo. Ha presente?”.
Ho presente.
“Uno con cui – sia detto en passant – non ha più rapporti intimi da anni. Eppure ci continua a stare, anche se è lei stessa la prima a riconoscere che è solo l’ombra dell’uomo romantico, appassionato e idealista di cui si è innamorata dieci anni prima. Ora, vien da chiedersi, qual è la dinamica sottesa? In altre parole, cosa sfugge a quei due che li fa continuare a stare insieme come dei disperati?”.
Sono venuto qui apposta perché me lo dica lei, signora Marchesa.
“Che quando si sono messi insieme, lei vedeva in lui sia la realizzazione dei suoi desideri consci e cioè romanticismo, entusiasmo, idealità, che di quello inconscio: che, anche se pare brutto da dire, era di avere uno che la comandasse. Ovviamente ai miei tempi non si parlava di conscio e inconscio, ma avevamo già intuito che c’era qualcosa che non decidevamo noi. Vai a capire le ragioni per cui la mia lettrice aveva questo desiderio – modelli familiari, traumi, chi lo sa? – fatto sta che ce l’aveva. Poi, quando col tempo è emersa la vera natura di ciascuno, la persona che aveva desiderato consapevolmente non c’era più e, invece, si è ritrovata solo con quella desiderata in modo occulto, per così dire. Nello specifico, era sparito l’idealista romantico, ma era rimasto il tiranno”.

 

Bella fregatura!
“Cosa ci vuole fare, cher ami, non siamo mai padroni a casa nostra. Spesso non siamo consapevoli di quel che vogliamo e il risultato è un fatale fraintendimento”.
Quindi non c’è speranza?
“La speranza è l’ultima a morire, come sa. Il fatto è che bisogna ogni volta rinegoziare il patto che tiene insieme due persone. Il difficile è essere consapevoli che sotto quello palese ce n’è anche uno ombra che va – o almeno andrebbe – portato alla luce, affinché anche per quello possano valere le regole del diritto”.
Lei però, signora Marchesa, e mi perdoni la schiettezza, con il Visconte di Valmont ha scelto un’altra strada.
“Non ero fatta per il matrimonio. Molte non lo sono. C’era una grande attrice di Hollywood, quella non bellissima ma molto spiritosa…”.
Bette Davis?
“Lei. Aveva detto: non ero fatta per il matrimonio, ma ero stata educata in maniera tradizionale, con l’idea che un grande amore dovesse finire in un matrimonio. E lì infatti finiva. Buffa, no?”.
Molto, ma non cerchi di eludere la questione, signora Marchesa. Lei non voleva fraintendimenti e non voleva neppure sottostare a delle regole, palesi ma inique, come quelle del XVIII secolo nei riguardi delle donne, così ha deciso di ribaltare lei stessa il rapporto, smascherando il patto ombra e portandolo allo scoperto – perlomeno ai suoi occhi – per quanto crudele e ingiusto fosse. In altre parole, lei ha cercato di mantenere il potere in ogni fase della relazione con Valmont. Anche se non mi pare le sia poi andata granché bene lo stesso. Alla fine il prezzo da pagare è stato rinunciare all’amore.
“Jeunesse, voilà ma faute! Allora credevo di riuscire a tenere tutto sotto controllo. Ora, coi secoli, ho imparato che è impossibile. Infatti, ora che so di non avere le soluzioni, le spiego agli altri. Però mi limito a tenere una rubrica di posta del cuore. Ammetterà che faccio molti meno danni degli psicanalisti”.

 

Quindi, secondo lei, rimuovere l’esistenza del patto cosiddetto occulto è ciò che complica i rapporti di coppia oggi?
Prima che la marchesa possa rispondere, la porta si riapre e compare Sylvestre con un vassoio su cui sono schierate una mezza dozzine di slanciate bottiglie di vari colori e un paio di bicchieri di cristallo. L’assistente personale depone il tutto su un tavolino basso di cui non avevo notato la presenza, incassa un sorriso carico di complicità dalla marchesa e si allontana come se si muovesse su cuscinetti a sfera. Mi passano per la mente due pensieri corsari. Uno: ma la Marchesa non era rimasta sfigurata dal vaiolo? Sia lode alla chirurgia plastica! Due: che la Marchesa si zompi il bel Sylvestre?

 

“Cosa beve?”.
Ah! Delle raffinate chartreuse delle sue terre?
“Succhi di frutta comprati al supermercato”.
Ehm, un succo d’arancia, grazie.
“Ne prendo uno anch’io. Cosa dicevamo?”.
Le chiedevo della rimozione del cosiddetto patto occulto…
“Ah già! Non so se sia il principale problema delle coppie di oggi, ce ne sono tanti…”.Me ne dica qualcuno.
“Be’, la paura, tanto per cominciare. Tante coppie stanno insieme senza voglia perché fuori fa freddo e allora meglio un maglione, anche se non è della propria taglia, che niente”.
Be’, questa potevo dirla anch’io, se mi perdona la franchezza, Marchesa.
“Oh, oggi perdono tutto. Con l’età sono diventata mite. O forse un po’ rincoglionita, se mi consente la sincerità”.
Le consento.
“Un vero problema, in relazione alla paura, o forse ai perniciosi effetti della cattiva letteratura, è l’idealismo mal riposto, che degenera in sentimentalismo… che orrore! Invece di stare con una persona con i suoi pregi e i suoi difetti, facendosene una ragione, si preferisce inseguire astratti ideali… Che so? Ogni volta che si vede l’altro si dovrebbe vivere in una costante estasi erotica: l’ebbrezza dei tendini, come diceva un vostro grande poeta recentemente scomparso. Salvo poi, quando troviamo qualcuno che si avvicina all’ideale, fuggire a gambe levate perché l’ideale deve essere irraggiungibile per definizione e se diventa tangibile si prosaicizza e, quindi, perde d’interesse”.
Descrive una terra desolata, signora Marchesa. Non c’è quindi nessuna possibilità di salvezza?
“Ma no, al contrario, io credo nella coppia. E’ che non c’è nulla di automatico. Nella sua lingua c’è un’espressione che descrive bene questa realtà: nessuno nasce imparato. Giusto?”.
Perfetto.
“L’unica speranza, credo, sia diventare consapevoli dei ruoli che si recitano reciprocamente. Tanto di quelli in luce che, e soprattutto, di quelli in ombra”.
Cioè?
“Provo a spiegarmi. Se io sono abituato a recitare il ruolo del bambino buono e bravo, che quando viene fatto oggetto di un’ingiustizia invece di arrabbiarsi, incassa, sta zitto, sopporta, perché sono buono e questo ci si aspetta da me, il partner dopo un po’, magicamente, comincerà a trattarmi male”.

 

E perché stare con uno che ti tratta male?
“Le ragioni sono tante. Spesso non ce la si sente di rinunciare alla propria immagine perché ormai è parte del proprio essere: io sono un bimbo buono e i bimbi buoni non si arrabbiano e fino a che non ammetterò che in certi casi non sono affatto buono e mi arrabbio anche parecchio, continuerò a girare a vuoto. Rinunciare alla propria immagine è un vero lutto. Se poi ci aggiungiamo che quando finalmente ce l’ho fatta a rinunciare alla mia vecchia immagine non è detto che al mio partner vada bene e che potrebbe perfino lasciarmi; o che potrei essere io a non voler più stare con lui, capisce bene che la rinuncia è ancor più difficile. Non le pare?”.
Già. Ma mi lascia con questa nota amara, signora Marchesa?
“Ma no. In fondo c’è sempre una speranza per gli uomini e le donne”.
Ah sì, è quale?
“Lo scrivo sempre alle mie lettrici. E anche ai miei lettori. Cercatevi uno, o una, che vi faccia ridere. Quando si ride insieme non si ha tempo per i giochetti di potere, per i ruoli, per i patti occulti o palesi”.
E lei l’ha trovato quello che la fa ridere, signora Marchesa?
E la Marchesa scoppia in una risata.

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