Abigaille e il trionfo degli amori banali

In quel cuore in cui intima di guardare per tremare di paura, Abigaille non serba la fonte della spregiudicatezza. Il suo animo non ha davvero sete di potere. Muore per lasciare in vita gli immobili e gli ignavi, chi si redime a metà, chi meno lo meriterebbe.
Abigaille e il trionfo degli amori banali

Il personaggio di Abigaille nel "Nabucco"

Dal 9 luglio sino al 9 agosto, nell’ambito della stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma alla Terme di Caracalla, va in scena “Nabucco”, opera di Giuseppe Vedi su libretto di Temistocle Solera. La regia è curata da Federico Grazzini, le scene da Andrea Belli, i costumi da Valeria Bettella. Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma saranno diretti da John Fiore. Tra gli interpreti principali Luca Salsi nel ruolo di Nabucco,  Antonio Corianò nel ruolo di Ismaele, Vitalij Kowaljow in quello di Zaccaria, Csilla Boross è Abigaille, Alisa Kolosova Fenena.


 

"Te chiamo, o Dio, te venero! Non maledire a me!”. Abigaille muore con queste parole nel fiato. La stronza è annientata: a Nabucco, asso piglia tutto, l’assiro stranier, è assicurato il trono e a Fenena e Ismaele il lieto fine. Ai tre responsabili del suo inasprirsi e sfigurarsi e sbattere tra l’essere burattinaia del potere e sua burattina, Abigaille risarcisce i danni delle sue vendette per i palpiti che nessuno le ha mai ricambiato. E il sipario cala. Verdi licenzia il “Nabucco” nel 1842 (il successo è clamoroso: dirà che da allora non avrà più nemmeno un’ora di quiete), nella Milano dei salotti delle contesse Giulia Samoyloff, Giuseppina Appiani e Clarina Maffei e di Manzoni, che quell’anno chiude “I Promessi Sposi”, con dentro Lucia, donna in balia della sorte delle donne. Abigaille, invece, è una che sceglie. Sa che il faut choisir è il comandamento della vita umana e lo sa diversi decenni prima di Sartre. Proprio per questo può chiedere misericordia senza che la sua richiesta sembri un’abiura (e allora il “Nabucco” che debutta il 9 luglio alle Terme di Caracalla è in fondo esperienza giubilare per laici devoti e non).

 

Abigaille è una schiava, ma lo scopriamo a dramma inoltrato: prima, tutti la credono figlia di Nabucco, che invece ha messo al mondo solo Fenena, ardimentosamente amata da Ismaele, al quale ha salvato la vita e che però è nato dalla parte sbagliata, poiché è ebreo, nipote del re di Gerusalemme, nel cui tempio Abigaille, Nabucco e i suoi uomini irrompono per conquistare la città. Fenena e Ismaele amoreggiano da subito, dal primo atto, Fenena, prigioniera, è svenevole e pura, un’Antigone pallida senza ricusa, tanto poco tiene alla vita, tanto se ne sente merce sacrificabile. Arriva Abigaille, mattatrice perfida e sontuosa: il suo ingresso è guerresco, protervo, da maschio. Li guarda e dice “qual dio vi salva? Talamo la tomba a voi sarà” e, immediatamente dopo, sottovoce, a Ismaele offre un’ultima chance: accarezzami e salverò il tuo popolo, sapessi quanto ti ho amato e con quanta furia lo faccio ancora. Risposta di Ismaele, che per Fenena tradirà i fratelli e seguirà il romanticismo: posso darti la mia vita ma non il mio cuore.

 

Nell’angolo, la candida Fenena chiede a Dio di non ascoltare il suo pianto, in modo che lei possa indulgervi: non sapendo da che parte stare, preferisce la lagna, che dopotutto è un appiglio sicuro (i cori delle donne, per tutta l’opera non sono nient’altro che questo: singhiozzi, mai nessuna che prenda una spada o una posizione o una vocale). Abigaille, invece, non versa neppure una lacrima, non si strappa le vesti, ma ambisce a quelle più lucide e va a prendersi il potere, spavalda. “D’Abigaille mal conoscete il core”, strilla quando scopre che Nabucco non è suo padre e che l’erede al trono è Fenena. Non le resta che la scalata verso il potere per non soccombere ai ripudi continui con cui le viene sbarrata la vita. Ma in quel cuore in cui intima di guardare per tremare di paura, Abigaille non serba la fonte della spregiudicatezza. Il suo animo non ha davvero sete di potere come quello di Lady Macbeth.

 

La fregola della regina assira è quella del farsi persona. E individuo. Molto prima che figlia e regina e moglie e, anzi, a prescindere da qualsiasi ruolo. Abigaille vuole essere vista e chiamata e amata perché è Abigaille e sa esserlo da sola. Una tracotanza inaccettabile, maschile, ulisside. Muore Abigaille e trionfano le facilonerie e gli inni risorgimentali che a Verdi non erano nemmeno passati per la testa. Muore Abigaille per lasciare in vita gli immobili e gli ignavi, chi si redime a metà, chi meno lo meriterebbe. Muore Abigaille per lasciare che si compiano gli amori banali. Muore Abigaille per dimostrare che il diritto alla vita e all’amore non sono solo di chi li merita e di chi chiede perdono. Soprattutto, muore Abigaille perché se fosse morta Fenena ci sarebbe stato bisogno di altri interminabili cori femminili piagnucolanti e Verdi aveva certamente il senso della misura.

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