Sarmast: “Musica, educazione e bellezza per far rinascere il mio Afghanistan”

"Il terrorismo non si vince solo aumentando la sicurezza. Si vince anche educando e difendendo la bellezza”. Parla Ahmad Naser Sarmast il vincitore del Cultural Heritage Rescue Prize 2016, musicista perseguitato dai talebani.
Sarmast: “Musica, educazione e bellezza per far rinascere il mio Afghanistan”

Ahamad Naser Sarmast (foto Youtube)

Roma. Si erge dritto. Sicuro. La carnagione scura e la pelle a tratti rugosa rivelano non solo le sue origini arabe ma anche il suo essere vissuto per le strade, tra la gente. Osserva. Scruta la folla radunata tra le volte dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. C’è chi lo saluta, altri gli stringono la mano ringraziandolo. E’ Ahmad Naser Sarmast il vincitore del Cultural Heritage Rescue Prize 2016 premio voluto da Francesco Rutelli, giunto alla sua seconda edizione, che fa, orgogliosamente, gli onori di casa. “Questo è il premio per quei coraggiosi che difendono con la propria vita il patrimonio culturale. Il terrorismo non si vince solo aumentando la sicurezza. Si vince anche educando e difendendo la bellezza”.

 

Sarmast si lascia condurre docilmente. Annuisce accennando a un sorriso celato dal folto baffo scuro. Scortato, passo dopo passo da due guardie del corpo, parla con tutti ma accoglie ciascuno con il desiderio discreto di raccontare la storia di tante vite rinate grazie alla bellezza. Compositore, musicologo, didatta, Sarmast è il frutto non corrotto di quell’Afghanistan annichilito dal terrorismo talebano. Una terra che ama più di se stesso e per la quale sta dando la vita. Ci accoglie sorridente e con una smorfia, giustifica la presenza della sicurezza. Subito racconta. “Sono cresciuto a Kabul dove il mio papà lavorava. Era un musicista, direttore d’orchestra e compositore. (il padre è l’autore dell’inno nazionale Afgano, n.d.r). Son sempre stato circondato dalla musica e dai musicisti che frequentavano casa mia”. Quella di Sarmast è un’abitazione che accoglie cantanti e strumentisti che provano assieme le nuove composizioni del papà. “Finita la scuola primaria ho capito che volevo studiare musica”. E’ il 1974, e il signor Sarmast sta aprendo un istituto musicale per bambini e giovani. “Mi sono iscritto di nascosto. Quando poi mio padre mi ha chiesto cosa volessi fare dopo la scuola primaria, gli ho risposto che ero già iscritto alla sua scuola! Da quel momento mi ha sempre supportato e indicato la direzione giusta”.

 

Ahmad cresce curioso, tra i rigidi inverni afgani e le torride estati. Il papà, oltre all’amore per la musica, gli mostra l’importanza dell’educazione. Ce lo dice in maniera perentoria guardandoci con i suoi occhi nero petrolio. “E’ l’unica strada che può far crescere il popolo afgano e l’Afghanistan. Non si avrà nessuna stabilità economica, sociale, senza investire nell’istruzione, nell’arte e nella cultura”. La vocazione educativa cresce in Ahmad. Passano gli anni, gli studi al Conservatorio di Mosca, un dottorato alla Monash University in Australia e la possibilità della carriera accademica. Cesare Pavese in “La luna e i falò” scrive che “nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Lo capisce bene Sarmast che rientra a Kabul, in una città già preda della disgregazione e dei gruppi talebani, e decide di creare l’Istituto nazionale di musica afgano. Non è la solita scuola di musica. “Non insegniamo solo musica ma anche l’umanità. Cercare di rendere uomini migliori i nostri ragazzi e ragazze. Il percorso di studio è diviso in due parti: musica e studi generali. Il percorso musicale si suddivide in ulteriori due ambiti: musica tradizionale afgana e musica classica occidentale”. Conservare la propria tradizione musicale e aprirsi alle altre. Da grande educatore Sarmast comprende come la verifica della propria tradizione e la conoscenza critica e leale della diversità, sia un punto decisivo nello sviluppo della persona. “Ai nostri studenti diamo la possibilità di sperimentare qualsiasi tipo di musica. La musica è libertà per cui uno dovrebbe avere la possibilità di imparare, suonare, esprimersi attraverso  qualsiasi repertorio. Utilizzare quello che senti più vicino alla tua sensibilità:  Beethoven, Bach, Rossini, Verdi o chiunque altro”.

 

L’accademia da lui fondata strappa i bambini dalle strade, li educa. Dono loro una prospettiva di vita. Non vi è disparità tra maschio e femmina. I bambini sono accolti tutti indistintamente. I maestri dell’Accademia insegnano attraverso la musica a desiderare la libertà e a guardare più in là. Purtroppo la parola libertà non è gradita a chi ha fatto, del suo esatto contrario, una ragione di vita. I talebani seguono con preoccupazione l’Accademia musicale creata da Ahmad. Iniziano le minacce e gli attentati. Gli occhi scuri di Sarmast guardano avanti. Guardano quei bambini innamorati della musica. Guardano le loro famiglie, i veri eroi come ama definirli, che rischiano la vita per portare i loro figli a lezione accompagnandoli dalle provincie più impervie, lontane e fortemente controllate dalle forze talebane. La lotta con i talebani ormai è aperta e senza esclusioni di colpi. E’ il 2014. L’ennesimo attentato. Questa volta Sarmast rimane gravemente ferito. Centinaia di schegge trapassano la zona temporale del cervello. Quella dell’udito, che viene praticamente annullato. Pur pianificandolo non si sarebbe potuto pensare attentato più riuscito. Privare un musicista del senso che più dovrebbe avere sviluppato.

 

Sarmast è trasportato in Australia per un intervento chirurgico molto complicato che possa restituirgli un po’ dell’udito perduto. Lascia tutto. La scuola. I ragazzi. Gli insegnanti. La nascente orchestra giovanile afgana. Ahmad sarà operato con successo e contro ogni previsione recupererà quasi tutto il suo udito. Gli sconsigliano di rientrare in Afghanistan. Tra l’altro in Australia potrebbe riprendere quella carriera che aveva lasciato per costruire la sua accademia. Si schiarisce la voce e si erge dritto in una posa liturgicamente sacra. Proviamo con una domanda a rompere quel silenzio commosso che ormai ci ha fatto isolare tra i corridoi del Parco della Musica. Il mondo sarà salvato dalla Bellezza diceva Dostoevskij. Dopo tutta la violenza che ha subito e visto, pensa che sia possibile? Ahmad Naser Sarmast scandisce ogni parola: “Questa frase è il credo della mia vita. E’ la pietra angolare di tutto quello che sto facendo in Afghanistan. Ho lasciato l’Australia e son tornato nel mio paese per assistere la mia nazione e costruire un futuro migliore con la bellezza della musica”.

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