“Serenata” di James Cain, primo romanzo in regalo con il Foglio

240 pagine. Tutte tese, intriganti, scritte senza spreco di parole e scarsissime di aggettivi. Nel suo mondo, le cose succedono, inesorabili. Sono già abbastanza cariche di conseguenze, perlopiù spiacevoli: non servono fronzoli per renderle più drammatiche o avventurose.
“Serenata” di James Cain, primo romanzo in regalo con il Foglio

Te Arii Vahine di Paul Gauguin

Due settimane con CainUn libro per l’estate, un noir per cominciare. Martedì 5 luglio sulle pagine del Foglio in edicola (e scaricabile qui dalla mezzanotte) la prima puntata di “Serenata”, pubblicato da James M. Cain nel 1937, tre anni dopo il suo primo romanzo (e forse il più celebre), “Il postino suona sempre due volte”. “Serenata” ci accompagnerà per due settimane, tutti i giorni dal martedì al venerdì. Lo proponiamo nell’edizione italiana di Adelphi, la traduzione è di Fabio Zucchella. Di seguito la presentazione di Mariarosa Mancuso.

 


 

Seguiva la regola numero uno di Edgar Allan Poe: “Cattura l’attenzione del lettore e non la mollare più”. Poe prudentemente suggeriva la forma del racconto breve da leggere in un colpo solo. James Cain in “Serenata” va avanti per 240 pagine. Tutte altrettanto tese, intriganti, scritte senza spreco di parole e scarsissime di aggettivi. Nel suo mondo, le cose succedono, inesorabili. Sono già abbastanza cariche di conseguenze, perlopiù spiacevoli: non servono fronzoli per renderle più drammatiche o avventurose.

 

“Serenata” comincia con una femme fatale, sublime specialità di James Cain. “Ho ucciso per soldi e per una donna, non ho avuto i soldi e neppure la donna” dice l’assicuratore finito nelle grinfie della casalinga Phillys (il romanzo era intitolato “Doppia indennità”, come l’assicurazione sulla vita che paga doppio; Billy Wilder ne ricavò “La fiamma del peccato”, con Barbara Stanwyck e Fred MacMurray). Siamo in Messico, la ragazza è india, viene soppesata e descritta con precisione da sensale: poppe, andatura, carnagione, muscoli e rotondità. Per le brigate che controllano la correttezza politica c’è già abbastanza materiale per far scattare l’accusa di machismo. E non è ancora partito il basso continuo sull’arretratezza dei messicani: sono più indietro di noi di ottomila anni, primitivi in tutto, per pensare una risposta impiegano un secolo, chi è l’idiota che ha parlato di “buon selvaggio”? e quale altro idiota ha detto che noi siamo rammolliti? viviamo più di loro e corriamo più veloci. Ma la carne (di femmina) è carne, e all’americano John Howard Sharp – baritono che ha perso la voce, al punto da venir fischiato anche in Messico, dove non distinguono l’opera lirica dai mariachi – manca il fiato. E parte alla conquista.

 

La voce torna, eccome se ritorna – il titolo viene dalla Serenata del “Don Giovanni” di Mozart. Con la voce torna anche il passato. Nei romanzi di James Cain puntualmente succede, e non è mai una bella cosa. Nessuno scrittore americano – tra quelli che ebbero successo popolare e furono subito adottati dal cinema, anche da Luchino Visconti che trasportò “Il postino suona sempre due volte” nella bassa padana ribattezzandolo “Ossessione” – ha più di lui il senso del destino: fai uno sbaglio, cerchi di dimenticarlo, te ne vai il più possibile lontano, quando credi di essere ormai libero ecco che la tua vita si sgretola. Succedeva già a Edipo, che scappando crede di poter sfuggire alla profezia “sposerai tua madre e ucciderai tuo padre” (riesce solo a far sì che le sventure avvengano, puntuali).

 

L’andamento di “Serenata” è da tragedia greca, potente e collaudato meccanismo narrativo. Cain lo usa senza timori reverenziali, concedendosi nel 1937 un retroscena che non poteva essere raccontato al cinema (non lo sveleremo neanche sotto tortura: il film con lo stesso titolo, diretto nel 1956 da Anthony Mann è una pallida imitazione). E del resto nessun regista di Hollywood avrebbe mai consentito la frase: “Sì, fu uno stupro, ma solo tecnicamente, sapete, solo tecnicamente”.
I dialoghi sono magnifici, come tutto il resto. In tono con la varietà degli ambienti, che conducono il lettore dal bar malfamato del primo incontro a una chiesa sconsacrata (se servisse la ricetta per cucinare l’iguana allo sherry, c’è). Quando la voce torna, John Sharp rientra negli Stati Uniti. Prima lavora a Hollywood – in ruoli da mandriano canterino, come in “Ave Cesare!” dei fratelli Coen: il titolo è “Ritorno all’ovile”, cinquantamila dollari a film. Diventa famosissimo, lo rivogliono al Metropolitan. John Sharp rompe i contratti già firmati e va incontro al suo destino.

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