Non c'è niente da fare, Jesse Eisenberg può competere solo con Michael Fassbender

Potrebbero essere pari. Solo che Eisenberg quando non sta sul set scrive pezzi satirici. C’entrano strani ordini su Amazon e brutti sogni. O ristoranti iraniani radical chic e cestini della merenda.
Non c'è niente da fare, Jesse Eisenberg può competere solo con Michael Fassbender

Jesse Eisenberg (foto LaPresse)

E’ bravo, è bello, in “The Social Network” di David Fincher girava con le ciabatte, le felpe e i biglietti da visita di Mark Zuckerberg inventore di Facebook (c’era scritto “I’m CEO, Bitch”, che a 22 anni non è un risultato da poco). Quanto a ruoli da icona, Jesse Eisenberg può competere solo con Michael Fassbender che in “Steve Jobs” ha la parte del titolo, molto ben scritta da Aaron Sorkin (il film è diretto come un compito scolastico da Danny Boyle, gli era riuscito meglio “The Millionaire”, sul ragazzino indiano che diventa ricco rispondendo a dodici domande in un quiz televisivo).

 

Potrebbero essere pari con Fassbender. Non fosse che Jesse Eisenberg quando non sta sul set scrive. Per il teatro off Broadway, per il New Yorker – pezzi satirici intitolati “An Honest Film Review” (“Una recensione cinematografica sincera”) oppure “Why I Broke Up with the Little Mermaid” (“Come ho rotto il fidanzamento con Ariel la Sirenetta”, c’entrano strani ordini su Amazon e brutti sogni). O per un libro di racconti intitolato “Bream Gives Me Hiccups & Other Stories”. Tradotto liberamente: il pesce di lago mi fa venire il singhiozzo. Risulta un po’ meno strano una volta lette le prime storie, riunite nella sezione “Restaurant reviews from a privileged nine-year old”.

 

Il ragazzino privilegiato e recensore frequenta i ristoranti con la mamma, per un inghippo seguito al divorzio tra i genitori. Il padre ha promesso di pagare ogni attività che la ex consorte fa con il figlio, e dunque si ritrovano, per esempio, al ristorante giapponese. Sushi Nozawa è il nome sull’insegna, il locale è presidiato da una donna arrabbiata. “E’ la loro cultura”, spiega la mamma al novenne. Anche il cuoco che lavora a vista, dietro un banco, ha l’aria arrabbiata. Il piccino ne deduce che lì servono cibo che rende furiosi, e assegna al ristorante 16 stelle su duemila (questa è la scala, non ci fossero già abbastanza motivi per prendere in giro le recensioni dei ristoranti).

 

Il radical chic impone di andare da Masgouf, ristorante iracheno. Il ragazzino critico lo fa con un certo imbarazzo: il fratello di Matt, suo amico del cuore, ha fatto il soldato in Iraq, e ha sulla macchina l’adesivo “sosteniamo le nostre truppe”. Dopo un po’ è a disagio anche la mamma, vedendo “le donne con le maschere che lasciano liberi solo gli occhi” (“Credevo che ci fosse più gente come noi”, sussurra; erano state le sue amiche del club del libro a raccomandarglielo). Punteggio di 129 stelle su 2000, per via delle patatine con il kebab.

 

Una sera vanno al TCBY (The Country Best Yogurt, punteggio 1954 stelle nonostante l’emicrania da gelato). Il giorno dopo il ragazzino deve cavarsela con il cestello della merenda meno sano mai concepito: un pacchetto di cicche, una scatola di stuzzicadenti e un biglietto con la scritta “torna pure tardi da scuola, passerà un signore a trovarmi”.

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