Padri

La linea frastagliata dei miei figli

Nella foto, sono uno accanto all’altro, i miei figli. E compongono una linea frastagliata, come una catena montuosa con picchi e valli. A destra il più alto, Guido, che non è il più grande. Accanto a lui si scende verso Nina, la più piccolina. Poi si risale con Elena.
La linea frastagliata dei miei figli
La rubrica "Padri" fa parte dell'inserto Il Figlio, lo speciale di Annalena Benini. In ogni numero un padre racconta di sé, con i figli: storie, sentimenti, pensieri, ossessioni, scoperte. Sono qui disponibili tutti gli articoli.

 


 

Sono vent’anni, più o meno, che porto i miei figli a scuola. Non perché mi sia intestardito nell’accompagnare chi tra pochi mesi avrà la patente e potrebbe quindi accompagnare me al lavoro. Ma perché sono vent’anni, più o meno, che mi riproduco con tenace ostinazione. Quando mi chiedono: “Lei quanti figli ha?” mi prendo sempre un attimo di sospensione per assestare il colpo e godermi la reazione dell’interlocutore. E’ una piccola debolezza da sadico, ma non posso farne a meno. So già che quando risponderò: “Quattro”, mi guarderanno come si guarda un lemure. Magari mi diranno: “Che bravo, che coraggio”, ma quasi sempre penseranno: “Che stupido irresponsabile”. E quando aggiungerò: “Da due mamme. Straordinarie, una vera benedizione”, questi dentro di sé aggiungeranno: “Che stronzo”.

 

D’altra parte, c’è una foto che non hanno visto. Sono uno accanto all’altro, i miei figli. E compongono una linea frastagliata, come una catena montuosa con picchi e valli. A destra il più alto, Guido, che non è il più grande. Accanto a lui si scende verso Nina, la più piccolina. Poi si risale con Elena. E se manca il primogenito Dario, che non è il più alto, è solo perché la sua sedia a rotelle non sarebbe arrivata alla Torre Vecchia di Gorgona dove quel giorno ci eravamo arrampicati. In quella foto del cuore, in quel crinale di alti e bassi, in quelle mani piccole e grandi che si stringono felici, c’è gran parte di quello che non posso dire quando rispondo: “Quattro”. Tutte le discese ardite e tutte le risalite di questi vent’anni. E dunque i fallimenti, i dolori inflitti e quelli subiti. Ma anche, e soprattutto, la solidità di un argine più forte delle debolezze dei genitori. Un argine che si regge sulla forza di coloro che sono tra noi per essere protetti e tutelati, ma che forse ci proteggono e ci tutelano più di quanto normalmente siamo disposti ad ammettere quando raccontiamo a noi stessi e agli altri il nostro “eroismo di genitori”.

 

In realtà ho sempre avuto qualche dubbio, fin da bambino, che ci fosse tutto questo ardimento nel mettere al mondo dei figli. Da piccolo era una percezione molto vaga: guardavo quel babbo e quella mamma tanto amorevoli quanto litigiosi e sentivo che avrei dovuto aiutarli a tenere in ordine le loro vite diligenti e confuse. Non erano eroici, ma solo arruffati e pieni di amore per i figli. Ognuno tendeva ad andare per conto suo, lungo linee sempre più divergenti per passioni e idiosincrasie. E solo la vita molto concreta mia e di mia sorella riportava tutto quel circo a un minimo di ragionevolezza e metodo. L’ho capito meglio quando sono diventato padre, alle prese con una paternità meno perfetta di quella che avevo immaginato. Già nei bisogni di un neonato speciale c’era una direttiva che non ammetteva repliche: “Guarda che di me e di quello che mi serve te ne devi occupare proprio tu, adesso, insieme a mamma. E non me ne fotte niente se hai da fare o se sei preoccupato, deluso, distratto o altro. Ti devi muovere, vai”.

 

Con gli anni quella stessa intimazione si è moltiplicata per quattro, diventando la direttiva via via più complessa di bambini e adolescenti capaci di cumulare bisogni diversi e sempre originali. Ma in ogni loro bisogno c’è sempre qualcosa di più di una richiesta: un gancio piantato nella realtà, un richiamo non negoziabile a occuparsi di quello da cui tendono a portarti via le ambizioni, le passioni, le delusioni e tutto l’armamentario di fantasmi che abitano il nostro monologo quotidiano. E quel gancio funziona e protegge: ricordandoti che comunque di questo ti devi occupare, che ogni volta puoi fare anche il giro lungo ma in ogni caso lì devi tornare. Se fossi un filosofo parlerei di immanenza della genitorialità, e certamente non sarebbe poi così originale. Ma filosofo non sono, e quindi mi accontento di essere protetto e trattenuto dalla forza di quell’argine.

 

Soprattutto: mi godo lo spettacolo, finché dura. E per questo vorrei continuare ad accompagnarli a scuola ogni giorno, possibilmente per sempre e contro ogni logica anagrafica. Perché quell’ora scarsa che passo nel traffico romano – depositando piccoli e grandi in tondo tra scuola media, asilo e liceo – serve ogni giorno a ritrovare la giusta misura delle cose e ad affrontare la giornata con qualche dose in più di equilibrio. Serve a me più che a loro, come ormai temo sia del tutto chiaro persino ai miei figli. E mi aspetto da un giorno all’altro che, una bella mattina, qualcuno di loro tiri il freno a mano e mi faccia scendere al semaforo: “Vai, babbo. Ormai sei grande”.

 

Andrea Romano è editor Marsilio, docente universitario e deputato Pd

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