"E' il pil la misura di tutto?" L'assurda traccia del tema di maturità

La semplificazione del ministero dell'Istruzione indirizza la riflessione critica sui binari del luogo comune e della vuota retorica. Che è poi la modalità preferita dal dibattito pubblico su temi economici.
"E' il pil la misura di tutto?" L'assurda traccia del tema di maturità

(foto LaPresse)

Roma. “Il litro è la misura di tutto?”. Una traccia del genere all’esame di maturità parrebbe a chiunque un’assurdità e invece è il tipo di domanda che quest’anno nel saggio economico è stata posta agli studenti: “E’ il pil la misura di tutto?”. La risposta naturalmente è negativa. Come il litro non misura che la capacità, il prodotto interno lordo non misura altro che il valore di beni e servizi prodotti in un territorio in un arco temporale. C’è poco da discutere. Non misura la qualità della vita né la felicità della popolazione, così come il litro segnala che due bottiglie hanno la stessa capacità ma non che quella di Amarone è più buona dell’altra di Tavernello. La discussione su quanto il pil sia utile a “misurare” o a dare indicazioni su “crescita, sviluppo e progresso sociale” è pane quotidiano degli economisti ed è utile invitare gli studenti a una riflessione sull’incapacità di questo indice di rilevare attività economiche come i servizi gratuiti offerti con internet, l’autoconsumo o il volontariato. Sarebbe stato stimolante segnalare, a fianco a questi difetti, come all’aumento del pil corrispondano riduzione della mortalità infantile, crescita dell’alfabetizzazione, aumento della speranza di vita e dei consumi, per non parlare di libertà civili e politiche e di tutti i fattori che hanno qualcosa da dirci sullo sviluppo e sul benessere sociale.

 

E invece le fonti che accompagnano la traccia scelta dal ministero dell’Istruzione eliminano alla radice ogni ragionamento o problematicità. Il primo brano dice che il pil “è una misura grossolana del benessere economico del paese” e il secondo, una citazione abusata di Bob Kennedy, che il pil “comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana”. Così l’analisi socio-economica vira verso la discussione da bar e la riflessione critica viene indirizzata sui binari del luogo comune e della vuota retorica. Che è poi la modalità preferita dal dibattito pubblico su temi economici come la distribuzione del reddito e l’aumento delle diseguaglianze, ridotti alla macchietta dell’1 per cento della popolazione che si arricchisce alle spalle del 99 per cento sempre più povero. Nei giorni scorsi il Wall Street Journal segnalava come, dai dati di uno studio sui redditi degli americani, la contrazione negli ultimi decenni della classe media non è dovuta a una proletarizzazione della borghesia ma a un suo arricchimento: è quasi raddoppiata la quota di appartenenti alla classe medio-alta, che non è mai stata così grande e ricca.

 

C’è stato quindi un aumento della diseguaglianza, che però non può essere sbrigativamente liquidato con il vecchio stereotipo dei “ricchi & poveri”, visto che si tratta di un fenomeno più complesso e contraddittorio, frutto di forze storiche inarrestabili come la tecnologia e la globalizzazione. Da un lato i computer e le macchine divaricano i redditi perché allo stesso tempo entrano in concorrenza con alcuni lavori e aumentano il valore di altri, dall’altro la globalizzazione mette in competizione aziende e lavoratori che prima operavano in mercati chiusi, producendo una nuova distribuzione della ricchezza. L’effetto è un aumento della diseguaglianza nei singoli stati ma anche, e questo molti tendono a dimenticarlo, una maggiore eguaglianza a livello globale. L’economia pone sfide enormi, fenomeni complessi da studiare e problemi difficili da affrontare. Pensare di andare avanti con spiegazioni e soluzioni semplicistiche è solo l’ennesima prova d’immaturità.

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