Padri

La rubrica "Padri" fa parte dell'inserto Il Figlio, lo speciale di Annalena Benini. In ogni numero un padre racconta di sé, con i figli: storie, sentimenti, pensieri, ossessioni, scoperte. Sono qui disponibili tutti gli articoli.
Padri

Essere popolari a Roma nord, e poi un giorno rispondere: "Scialla" a un papà in incognito

Venerdì 29 luglio 2016

 

L’universo adolescenziale si divide in due categorie: una grande massa indistinta, dove sono inseriti tutti, compresi quelli che anche nelle crudeltà adolescenziali vengono definiti “gli sfigati”, e una ristretta casta privilegiata, agognata e imitata: appunto, i popolari. Se diventi popolare hai svoltato, se vieni riconosciuto come popolare hai vinto la prima battaglia della vita. Ma per diventare popolari non basta essere più belli e più simpatici, come è sempre stata impostata la selezione nella giungla dei brufoli e delle inquietudini della pubertà: occorre indispensabilmente un’altra dote, quella di conoscere molte persone e da molte persone essere conosciuti. Una fama non priva di accenti etici (la ragazzina troppo disinvolta o il ragazzetto troppo prepotente non accedono a questo Olimpo reputazionale), ma basata su un concetto più quantitativo che qualitativo. I popolari sanciscono le mode, scelgono i posti dove è giusto radunarsi, gli altri seguono e ambiscono un giorno a diventare popolari a loro volta. [Continua a leggere l'articolo di Andrea Vianello nella rubrica "Padri"]

 


 

I pensieri di notte con tre bimbe che dormono

Venerdì 22 luglio 2016

 

Stanotte mi sono svegliato alle tre. Ho aperto gli occhi nel buio, sono arrivati i pensieri e non sono più riuscito a dormire. Allora mi sono alzato, ho aperto ai cani e siamo andati a fare un giro in giardino. Fuori l’aria era calda, il cielo coperto da nuvole spesse, dal bosco arrivava un rumore come di corteccia grattata con forza. Virginia e io, la settimana scorsa, abbiamo visto un cinghiale dalla finestra del bagno, una volta gli scoiattoli, e adesso mi chiede ogni giorno di andare a vedere. Per i primi anni di vita è stata terrorizzata da ogni forma vivente, mentre oggi è diventata di colpo un’animalista convinta, si arrabbia perfino se schiaccio una zanzara. Quando il rumore è scomparso sono rientrato in casa, ho richiamato i cani e sono salito. [Continua a leggere l'articolo di Matteo Bussola nella rubrica "Padri"]

 


 

A che cosa serve la letteratura con un figlio assetato che di notte si trasforma in Mister Hyde

Venerdì 15 luglio 2016

 

La potenza delle urla di nostro figlio frantuma il silenzio del parco vicino, squarcia lo spazio arancione della via desolata. Io provo a trattenerlo, lui si divincola e si dispera, inarca la schiena. Certe volte, il suo autolesionismo è tale che il mio è solo uno sforzo di protezione e contenimento. Provo a evitare qualsiasi colpo possa infliggersi alla nuca o alle tempie. Vivo fisicamente il sogno e l’orrore di ogni padre, personifico l’impossibile pretesa del genitore che vuole sottrarre il proprio figlio dal patimento del dolore. Di giorno, ogni mattina, con la luce, è tutto diverso. Ma di notte lui affronta sempre quel tunnel della solitudine e si trasforma. Per questo l’ho chiamato Mister Hyde. [Continua a leggere l'articolo di Vins Gallico nella rubrica "Padri"]

 


 

Una stanza d'ospedale, una figlia che piange

Venerdì 8 luglio 2016

 

Dal momento in cui ti dicono che tua figlia di pochi mesi deve essere ricoverata d’urgenza ti dici: No, non a lei, non a me. Guardi tua moglie che la tiene mentre le entrano nelle piccole braccia con aghi che sembrano enormi e ti sforzi di sembrare forte, un argine alla preoccupazione, sperando di non dover essere la spalla su cui piangere. Non ce ne sarà il motivo, passerà tutto. Poi tua moglie prende tua figlia, la stringe forte e diventano della stessa sostanza. Un padre il proprio dolore lo capisce in ritardo perché non sa come si fa. Un padre è abituato a essere una figura d’amore in supplenza, non ha generato, non ha partorito, i figli li vede al mattino e alla sera, ha quasi paura dell’intimità assoluta di questi esseri piccoli e bisognosi. [Continua a leggere l'articolo di Michele Rossi nella rubrica "Padri"]

 


 

Domande oblique per scoprire la temperatura emotiva della figlia

Venerdì 1 luglio 2016

 

Se a mia figlia infatti domandassi semplicemente: come stai? come risposta ne riceverei, ben che mi vada, un insopportato “uffa”, ma più di frequente un umiliante “vaffanculo”. Perciò, per indagare sul benessere spirituale di mia figlia oramai adulta e indipendente, ho deciso di aggirare l’ostacolo frontale e di chiederle subdolamente: hai forse chiamato il vivaio che da mesi dovrebbe aver già portato piante e vasi per la tua amata e invidiabile terrazza? ma lei risponde sempre: “No”. Secco, perentorio, ma non infastidito, e tanto meno umiliante. Mi accontento. Vado per gradi. Sto infatti diventando un esperto dell’indagine obliqua. Misuro la temperatura emotiva di mia figlia con domande apparentemente innocue, ma in realtà sempre orientate a un secondo fine. [Continua a leggere l'articolo di Pierluigi Battista nella rubrica "Padri"]

 


 

La linea frastagliata dei miei figli

Venerdì 24 giugno 2016

 

Sono vent’anni, più o meno, che porto i miei figli a scuola. Non perché mi sia intestardito nell’accompagnare chi tra pochi mesi avrà la patente e potrebbe quindi accompagnare me al lavoro. Ma perché sono vent’anni, più o meno, che mi riproduco con tenace ostinazione. Quando mi chiedono: “Lei quanti figli ha?” mi prendo sempre un attimo di sospensione per assestare il colpo e godermi la reazione dell’interlocutore. E’ una piccola debolezza da sadico, ma non posso farne a meno. So già che quando risponderò: “Quattro”, mi guarderanno come si guarda un lemure. Magari mi diranno: “Che bravo, che coraggio”, ma quasi sempre penseranno: “Che stupido irresponsabile”. E quando aggiungerò: “Da due mamme. Straordinarie, una vera benedizione”, questi dentro di sé aggiungeranno: “Che stronzo”. [Continua a leggere l'articolo di Andrea Romano nella rubrica "Padri"]

 


 

Il progressista Pascale e la vena che si gonfia per il figlio ambientalista ma un po’ borbonico

Venerdì 17 giugno 2016

 

A volte nella scuola dove vanno i miei figli arrivano degli ambientalisti. Io mi lagno perché sono un progressista. Ora lasciamo stare mia figlia, pensa solo a studiare e va bene, mio figlio invece è quasi come ero io un tempo, cioè abbastanza sfaccendato. No, un momento, non proprio come me: io ero un totale perdigiorno – sempre rimandato, in italiano soprattutto. Nemmeno compiuta la maggiore età e già avevo la doppia tessera (Democrazia proletaria e Radicali) e stavo indaffarato con i ciclostili. Mio figlio, invece, studia, a volte il minimo indispensabile, a volte un po’ di più. Tuttavia è come me: il mondo fuori gli interessa più di quello dentro la classe. Quindi partecipa ai dibattiti. Dovrei essere contento, ma non posso nascondere la mia preoccupazione: quella di crescere un figlio reazionario. [Continua a leggere l'articolo di Antonio Pascale nella rubrica "Padri"]

 


 

Stefano Bartezzaghi e quel brivido al coccige ogni volta che qualcuno dice: “Sei un bravissimo papà”

Giovedì 10 giugno 2016

 

Lei parlava seduta di fronte a me, io non ero veramente interessato. A distrarmi era anche uno strano fastidio crescente, non proporzionale alla lieve noia del colloquio, colloquio che a un certo punto virò sul personale. “Sono sicura che sarai un bravissimo papà”, mi disse. Era, lo capivo, sinceramente intenzionata a conferirmi una patente sulla fiducia, come il Nobel per la Pace a Barack Obama neoeletto; io però ci sentivo una nota stonata. Non fu comunque quello il motivo per cui poco dopo saltai in piedi, all’improvviso. Doveva scusarmi: non riuscivo proprio a rimanere lì e soprattutto non potevo più stare seduto, non sapevo perché. Me lo rivelò un medico il giorno dopo, impiegando una parola che ignoravo: coccigodinìa. E’ la pungente infiammazione di una minima terminazione nervosa laggiù, dove c’è il ricordo della coda; sue possibili cause: o trauma o stress. [Continua a leggere l'articolo di Stefano Bartezzaghi, nella rubrica "Padri"]

 


 

Quando i figli si svegliano

Giovedì 2 giugno 2016

 

La mattina mi sveglio presto, perché spero di avere il tempo di bermi una enorme tazza di caffè e leggermi i giornali sull’iPad. Ma mio figlio, che è piccolo, sente i miei passi, mi chiama e dice: ho finito di dormire. In quel momento a me prende un crampo allo stomaco, una specie di materiale pesante che si piazza sullo stomaco e poi tende a scavare come se volesse penetrare. Mio figlio comincia a farmi domande. Io ho i pensieri ancora annebbiati, voglio leggere il giornale e voglio bere il caffè, ma ho questa specie di sottofondo che vuole attenzione e gliela devo dare, quindi un po’ cerco di godermi le mie cose, un po’ do retta a lui, e non mi godo davvero il caffè e il giornale – e non do davvero retta a lui. Devo dire che se ho una caratteristica come padre è che riesco a fare tutto, e però faccio tutto abbastanza male, oppure male; però faccio tutto. [Continua a leggere l'articolo di Franceso Piccolo, nella rubrica "Padri"]

 


 

La distanza tra me, che volevo essere Mick Jagger, e i miei figli

Giovedì 26 maggio 2016

 

Il giorno più spaventoso della mia vita di genitore – quello in cui ho misurato tutta l’incolmabile distanza tra due diverse generazioni: di qua gli adepti al culto di “Happy Days”, di là i nativi digitali – è stato quando due anni fa ho portato i miei due figli al Romics, un festival che alla Fiera di Roma riunisce un’umanità ricompresa in un’ideale ellissi i cui due fuochi sono il nerd quarantenne in tutto simile al proprietario del “Sotterraneo dell’Androide e Negozio delle Figurine da Baseball” di Springfield (copyright Simpsons) e un frankensteiniano incrocio tra Margherita e Matteo, sangue del mio sangue, all’epoca rispettivamente di anni tredici e undici. [Continua a leggere l'articolo di Leonardo Colombati, nella rubrica "Padri"]

 


 

Il giorno in cui i papà separati vanno dai loro figli

Giovedì 19 maggio 2016

 

Ma che giacca ti sei messo? Sembri una cassettiera…” ride divertita dietro i verdi occhi selvatici. Se ho la camicia fuori dai pantaloni, se ho una scarpa slacciata, se ho una maglia troppo sgargiante, qualsiasi cosa mi trasformi involontariamente in un clown, ride la madre di mio figlio. “Con tutte le belle giacche che hai… proprio non ti sai vestire”. Va bene, la giacca non sarà un granché, ma tiene caldo e para dal vento. E questo è l'importante, per chi va in moto. Da settembre a oggi ho fatto 3000 chilometri. [Continua a leggere l'articolo di Filippo Bologna nella rubrica "Padri"]

 

 


 

La passione per il maiale portapannolini dell’uomo che gridava: Figli? Ma quando mai

Mercoledì 11 maggio 2016

 

Non ci lasceremo mai, amore mio, te l’ho già detto. Ma se ti rivedo trafficare con le mani nel mio “porcellino” non rispondo di me, e forse me ne vado. Tra l’amore eterno e il porcellino porta pannolini usati c’è un mondo di mezzo, una terra nuova e fiorita di vita imprevista: una donna invincibile, e un figlio, anzi una figlia già indispensabile come l’Aurora che illumina la grotta di un passato orgogliosamente solitario (figli? Ma quando mai…). La mia relazione col porcellino è iniziata per colpa sua, di Valeria, come spesso accade quando le donne scoprono le offerte di Prénatal e le giudicano imperdibili, dissolvendo l’ultima immagine di una selvaticità maschile in omaggio alla quale, illuso, vagheggiavo per mia figlia pannolini cotonati da lavare nel Tevere, body in pelle di capra, latte di cerva bianca, immersione in acque sorgive ghiacciate, sonno in culle di giunco intrecciato e, appena possibile, giochi innocenti come il lancio della bimba da una riva all’altra del fiume, legata a un giavellotto. [Continua a leggere l'articolo di Alessandro Giuli per la rubrica "Padri"]

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