Lo zoo di Puskin

Lo scrittore va al bioparco per studiare i figli degli altri (e per allungargli due fette di mortadella).
Lo zoo di Puskin

Bioparco di Roma (Foto LaPresse)

Se il sociologo va alle partite per guardare gli spettatori, la scrittrice per ragazzi va allo zoo a studiare i figli degli altri. No, non è vero, quando domenica scorsa ho comprato il biglietto per il bioparco ero in buona fede: volevo davvero rivedere i cercocebi e il licaone, salutare l’ippopotamo che la volta precedente non si era degnato di mostrarmi altro che il fondoschiena, prendermi tempo per analizzare il camaleonte yemenita e il piumaggio immacolato del cacatua delle Molucche. Sono nata nel secolo scorso, sebbene in tarda decade, e mi scuso con il presente ma non ho ancora aggiornato la vecchia, bizzarra idea che i musei siano luoghi di conoscenza; vado allo zoo con l’animo di un esploratore naturalista dell’Ottocento e un’acerba felicità dovuta alla convinzione che oggi tanti bambini fortunati possano fare lo stesso.

 

Perciò, quando ho sentito la mano di Pietro battere sul vetro del boa costrittore e la sua vocina “ehi ehi serpente svegliati sto qua”, mi sono voltata, paziente, per indicargli il divieto: non ci si comporta così nel rettilario, sai, metti da parte quel flash. Ho una certa autorevolezza io, incontro decine di migliaia di bambini e adolescenti nelle scuole, insieme parliamo degli spigoli della vita e recitiamo versi di Puskin, rispondo con coraggiose argomentazioni a inconfessabili curiosità sulla legalizzazione delle droghe e su dove sia davvero finita la nonna morta, perché alla storia della nuvola non ci credono neanche all’asilo. Genitori: sapeste com’è interessante parlare coi vostri figli quando sono lontani da voi. Ho una certa autorevolezza io, e anche se Pietro non mi ha mai vista prima (ma forse ha letto un mio libro) mi ascolterà. Se solo la tua mamma non facesse tutto quel rumore, se solo non battesse la mano sul vetro, “girati serpente serpentino, Pietro vuol vederti nel faccino”, signora scusi ma che fa, ma cosa dice? Ma all’età di Pietro solo due generazioni fa traducevano dal latino, ma non si vergogna di questa lingua impoverita, ma poi lo sa che sta infrangendo le regole, non vede che c’è pure scritto di non disturbare gli animali?

 

Elisa ha sette anni e tiene già tutte le ragioni del mondo, chiede che lupo ha davanti, il momento giusto per imparare una parola nuova, “euroasiatico”, ma il quarantenne che la accompagna urla spiritato (ci si può dissociare da una generazione? posso lasciare qui le dimissioni dalla mia?) “Amore, non lo riconosci? E’ Akeeeela”. Elisa, conosco quello sguardo perplesso, e non ti biasimerò quando fra dieci anni, davanti al liceo, in imbarazzo davanti ai tuoi amici, farai finta di non conoscere quel signore giovanile che ti viene a prendere.

 

“Guarda, Mirko, l’animale di ‘Una notte al museo’”, “Lavinia, le scimmie di Madagascar!”, se non fosse perché sto per finire investita dal trenino elettrico che fa fare il giro del parco penserei di essere rimasta intrappolata in un multisala del decennio scorso. Genitori, vi prego, distraetevi: non ce l’avete una pipì urgente, un amante a cui mandare un messaggio su WhatsApp, un video che fa ridere solo voi da caricare su YouTube (con le cuffiette, per favore)?

 

Lavoro in solitudine e nel silenzio per giorni mesi anni, lavoro per la felicità segreta di sentirmi poi chiedere con la bocca spalancata: “Ma come ha fatto a scrivere esattamente come ci sentiamo?”. Do molte risposte cretine e non ho mai il coraggio di tirare fuori la più precisa: non avendovi intorno, ho molto tempo per pensare a voi. Sarà pur vero che nessuno si salva da solo, ma tutti vi salverete fuggendo da genitori che trascorrono la mezza età a celebrarvi e ogni settimana si ritrovano fra le pagine di un quotidiano come alcolisti anonimi, e noialtri nullipari, puntuali come cani di Pavlov e curiosi come lemuri, quel giorno più degli altri e più rincretiniti di loro corriamo in edicola per spiare il segreto dell’universo inaccessibile che ci stupisce in un modo sempre nuovo, come se il riprodursi non fosse sempre uguale dai tempi delle locuste apocalittiche (no, Pietro, locuste non è una parola difficile: mia nonna alla tua età declinava rosa rosae ed è vissuta novant’anni).

 

Seduta al bar ritrovo Pietro. Prima di consegnargli il toast, l’unico che ha trovato al bancone, la mamma lo apre per estrarre e buttar via una fetta di suino rosa. Nella sua religione i rettili arboricoli, per giunta chiusi in gabbia, non hanno diritto neppure alla pennica, ma la vita della porchetta di Ariccia gode di un sacro culto. Il figlio azzanna poco convinto quel panino veganizzato e corre via, e scappando mi pesta un piede, però non mi arrabbio e anzi gli sorrido. Tanto ci vediamo a scuola, dove di nascosto ti allungherò due fette di mortadella e due pagine dell’Onegin, e lì saremo entrambi persone migliori.

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