Venti lezioni sull’amore filosofico che fa crollare ogni logica e ideale

Piccola enciclopedia portatile sull’amore pensato, vissuto e descritto nella grande tradizione filosofica e letteraria, le “20 lezioni d’amore” di Armando Massarenti antologizzano e commentano autori da Platone a Voltaire, da Ovidio e sant’Agostino a Hegel e Nietzsche. Per tuttin il vero comandamento è: NON DESIDERARE ( mai, niente).
Venti lezioni sull’amore filosofico che fa crollare ogni logica e ideale

Amore e Psiche

L’amore e i filosofi, l’amore e i poeti: un vero tema da commedia nel quale il bambino Eros fa sempre scivolare a terra il barbuto sapiente e l’infatuato idealista. Vedere come chi è fiero della sua intelligenza, della sua logica, del suo sapere diventi cieco e sciocco in presenza del dio dell’amore, è uno spettacolo che offre delizie al sadismo di chi è spettatore. Perchè di fronte all’amore la logica si inceppa, l’ideale fallisce, il pensiero smette di funzionare o diventa delirio ossessivo, l’equilibrata e realistica visione delle cose si offusca. Piccola enciclopedia portatile sull’amore pensato, vissuto e descritto nella grande tradizione filosofica e letteraria, le “20 lezioni d’amore” di Armando Massarenti (Utet, 131 pp., 12 euro) antologizzano e commentano autori da Platone a Voltaire, da Ovidio e sant’Agostino a Hegel e Nietzsche. Anche questa scorribanda lungo i secoli, le epoche, le culture ha qualcosa di spettacolare. Tanto varia è la saggezza, altrettanto varia è l’insipienza. Se ci si distrae e si lascia che Eros afferri il bandolo della nostra insondabile, imprevedibile matassa psichica, il caos dei desideri che dorme in noi diventa ingovernabile. Gli esperti esegeti di testi religiosi e sapienziali sanno bene che comandamenti come “non desiderare la donna d’altri” sono soltanto una banalizzazione, perchè il vero comandamento è ben più radicale, è NON DESIDERARE (cioè mai, niente).

 



 

Ma quale mente umana capirebbe e accetterebbe una tale regola suprema e così poco umana che unisce tutte le grandi religioni, induismo, buddismo, taoismo, cristianesimo? I filosofi, senza voler essere santi, vogliono diventare o si credono uomini superiori. Il pensiero filosofico nasce nel disprezzo e in conflitto con il senso comune. Quest’ultimo, si dice, guarda all’apparenza, la filosofia cerca l’essenza, poichè filosoficamente ciò che appare inganna, è falso, mentre la verità è oltre, dietro, altrove, più in alto o più in basso e i comuni esseri umani, con il loro semplice sguardo e i loro sensi, se la lasciano sfuggire. In una delle storie d’amore filosofico più celebri (siamo nel primo secolo dopo l’anno mille), fra il maestro filosofo Abelardo e la giovane intelligentissima Eloisa, è lei che vede più chiaro e che ama meglio, o di più: “Nulla ho cercato in te, se non te stesso: te ho desiderato con purezza, non i tuoi beni. Non ho mirato né al vincolo del matrimonio, né a una qualche dote, e non ho neppure cercato di assecondare il mio piacere o la mia volontà, ma i tuoi, come tu ben sai. E se l’appellativo di moglie sembra più santo e di maggior valore, a me è sempre apparso più dolce il nome di amica o, se non lo giudichi sconveniente, di concubina o sgualdrina…”.

 

Il paradosso che emerge dal discorso del mistico e filosofo persiano al Gazali (1058-1111) è che l’uomo deve conoscere se stesso perchè è caratterizzato dall’intelligenza, cioè dalla capacità di conoscere l’essenza delle cose. Solo che l’essenza dell’essere umano consiste nell’essere “un grande cosmo in un piccolo involucro”. La sua essenza è quindi una molteplicità di impulsi, di passioni, di “dèmoni”. Questa molteplicità va conosciuta per essere governata. Ognuno deve addomesticare il suo, i suoi dèmoni. Impresa di enorme ambizione che richiede un impegno costante e ininterrotto. Al Gazali, però, è un mistico oltre che un filosofo e il lettore di oggi può facilmente cadere in un equivoco: confondere la filosofia che è amore della sapienza con la sapienza raggiunta, realizzata, divenuta forma di vita. Alle origini di quella che chiamiamo filosofia c’è stata l’iniziazione mistica (lo ha spiegato, fra gli altri, Giorgio Colli), la capacità di trascendere non solo le comuni esperienze, ma anche la razionalità e la logica, forme di pensiero secondarie, astratte e mediate. La conoscenza mistica è diretta conoscenza delle verità essenziali: conscenza non irrazionale, ma sovrarazionale. Governare gli istinti vitali e superare i desideri è dunque superare i comuni limiti dell’umano. A quel punto c’è posto per una sola forma di amore, l’amore per Dio o per la totalità dell’esistente e del concepibile. Non perchè “si crede” in Dio ma perchè “lo si vede”. Al Gazali infatti misticamente e non filosoficamente dice: “L’autentica realtà del cuore non è di questo mondo, nel quale esso si trova come uno straniero”.

 

La filosofia moderna ha da tempo reciso il rapporto con la mistica e perciò non può e non deve osare il discorso metafisico: quando lo fa, cade in un’impostura verbalistica, scambia la terminologia metafisica per conoscenza metafisica. L’intelletto mistico che si esprime nell’ultimo canto del “Paradiso” di Dante è una facoltà mentale che l’uomo moderno ha perduto.
L’amore che ci appassiona di più è un altro. Non quello di Dante per Beatrice, ma quello di Catullo per Lesbia, o anche quello appassionato ma rinunciatario di Kierkegaard (inventore dell’esistenzialismo) e la sua (inaspettatamente da lui abbandonata) Regina Olsen. Catullo, il più amato dei poeti latini, ha fatto una scoperta scientifica rivoluzionaria: la compresenza di amore e odio. Il suo famoso epigramma suona come una traumatica rivelazione e una terribile ammonizione: “La odio e la amo. E se mi chiedi perché, ti dico che non lo so, è così e mi tormento”. Nessun altro, forse, ha indicato il modo più lucido e diretto la pericolosità di ciò che chiamiamo amore. Certo, ci sono amori disciplinati, civilizzati, addomesticati, semplicemente univoci, mediamente felici e durevoli. Vive beato chi li incontra, chi ne è capace. Ma nel momento in cui per la prima volta compare, l’amore è una potenza sorprendente e ambivalente e che tale può sempre tornare a essere. Per dare frutti filosofici, l’amore dovrebbe essere sottoposto a una disciplina che sia meravigliosamente in bilico fra attrazione e distacco, piacere e compassione.

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