Padri

Stefano Bartezzaghi e quel brivido al coccige ogni volta che qualcuno dice: “Sei un bravissimo papà”

Lei parlava seduta di fronte a me, io non ero veramente interessato. A distrarmi era anche uno strano fastidio crescente, non proporzionale alla lieve noia del colloquio, colloquio che a un certo punto virò sul personale. “Sono sicura che sarai un bravissimo papà”, mi disse. Era, lo capivo, sinceram
Stefano Bartezzaghi e quel brivido al coccige ogni volta che qualcuno dice: “Sei un bravissimo papà”
La rubrica "Padri" fa parte dell'inserto Il Figlio, lo speciale di Annalena Benini. In ogni numero un padre racconta di sé, con i figli: storie, sentimenti, pensieri, ossessioni, scoperte. Sono qui disponibili tutti gli articoli.

 


 

Lei parlava seduta di fronte a me, io non ero veramente interessato. A distrarmi era anche uno strano fastidio crescente, non proporzionale alla lieve noia del colloquio, colloquio che a un certo punto virò sul personale. “Sono sicura che sarai un bravissimo papà”, mi disse. Era, lo capivo, sinceramente intenzionata a conferirmi una patente sulla fiducia, come il Nobel per la Pace a Barack Obama neoeletto; io però ci sentivo una nota stonata. Non fu comunque quello il motivo per cui poco dopo saltai in piedi, all’improvviso. Doveva scusarmi: non riuscivo proprio a rimanere lì e soprattutto non potevo più stare seduto, non sapevo perché. Me lo rivelò un medico il giorno dopo, impiegando una parola che ignoravo: coccigodinìa. E’ la pungente infiammazione di una minima terminazione nervosa laggiù, dove c’è il ricordo della coda; sue possibili cause: o trauma o stress.
E’ passato più di un quarto di secolo. Per una delle associazioni che la bizzarria della vita ci propone, quel saettare dall’osso sacro mi si ripresenta da allora alla memoria, e con un brivido, ogni volta che sento usare l’espressione: “essere un bravo padre”. Mi capita anche con “una brava madre”, ma in grado più tenue, mancando l’immedesimazione.

 

“Bravo”: il pur simpatico aggettivo coniuga il moralismo più sospiroso, e passivo-aggressivo, e la mitologia dell’efficienza produttiva; correttezza e meritocrazia consociate in una specie di patto del Nazareno del controllo sociale. “Non-bravo!”: il ritiro della patente era implicito nelle torve occhiate di altri genitori, quando l’una o l’altra figlia incapricciata veniva ridotta alla ragione, e bruscamente. Cioè non per il tramite delle sfibranti trattative da suq o da conferenze di pace orientali a cui loro si sottoponevano, temendo di essere temibili, temuti. Le bambine almeno erano dirette: “Cattivo!”. Me lo dicevano senza litoti, e in faccia.

 

Ogni genitore pare curioso di confrontarsi a ogni altro genitore, usando il metro della bravura: “E’ un bravo papa? E’ una brava mamma?”. Registrando il ritorno occasionale della dimenticata coccigodinia, io non ho mai risposto e ho cambiato discorso, sempre.

 

Sono brave, bravissime le donne che riescono a conciliare accudimento e piena vita professionale e personale, senza neppure le facilitazioni che altri welfare offrono altrove. Ma non posso proprio prendere per “bravura”, cioè o performance o fioretto, i miei pensieri, le parole, le opere e ovviamente anche le omissioni dei venticinque anni intercorsi dall’età del primo pannolino a quella del primo sussidio di disoccupazione. E va certo concluso che a me è andata più che bene – altro che “bravo”! –, pensando al ménage con le due elettrici (di chissà chi) che ora vivono a casa mia, come me riempendo e svuotando frigorifero, forno, lavatrice, sacchetti della spesa con buona armonia e alternata assiduità. Adulti oramai tutti e tre, le mansioni di coordinamento del palinsesto dei soggiorni, passaggi, partenze, rientri si distribuiscono equamente, fra ognuno e ognuna, il più essendo però determinato dal Caso.

 

Il Caso è più forte degli artifici che possiamo opporgli perché le cose vadano bene e noi possiamo uscirne diplomati con un “bravo” o “brava”. Si può essere bravi a lavorare, ma l’unico punto di analogia fra un mestiere e l’essere genitori è che ci si sente occupati, e anche lì occupati in senso più militare che professionale. Le tue terre sono invase da uno o più squatter, con usanze tribali proprie e una vocazione inesorabile al filibustering e alla resistenza passiva contro il potere, che sei poi tu.

 

Impazienze, orgogli, ansie, errori marchiani, noie, frustrazioni, tenerezze indicibili e saggi scolastici più indicibili ancora: un intero film scorre nella ricapitolazione di quegli anni in cui è stata più intensa la formazione reciproca. Ne vanno poi a far parte persino le tue amnesie perché, cresciuta, una figlia ti dirà ridendo: “Ti ricordi quando…?”; tu non lo ricordi affatto e, appena lei lo fa, vorresti che non te l’avesse mai ricordato. Forse queste creature di cui tanto fermamente quanto scioccamente ci sentiamo autori sono le uniche persone con cui, finché sono in età infantile, non ci pare possibile fare “brutta figura”. Si incaricheranno da grandi di notificarci quanto erronea fosse l’illusione. Uno dei film che più mi piacquero da ragazzo fu quello di Carlos Saura il cui titolo, Cria cuervos, viene dal proverbio spagnolo che avverte: “Alleva i corvi che ti caveranno gli occhi”. Nessuna figlia mi ha ancora cavato gli occhi né mi ha mai causato una recrudescenza della coccigodinia. Brave loro. La casa è ancora piena, come il tempo e la vita, e mi viene in mente quel che i possidenti usavano dire ai primogeniti: “Un giorno tutto questo sarà tuo”. La direzione si è rovesciata: è la frase che, almeno con lo sguardo, sento rivolgermi dalle figlie, per il tempo in cui “padre” diverrà per me un titolo onorario, al più un laticlavio. Il tempo in cui tutto, e il tempo stesso, sarà appunto mio.

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