Governare il mistero Roma

La Capitale è governata da forze sotterranee che sfuggono a prìncipi e cardinali, ma che il pittore Scipione seppe intuire. Appunti artistici per gli aspiranti sindaco. L’Inferno del pittore e i suoi angeli ne sono i drogati custodi, fino ai sentieri della campagna romana.
Governare il mistero Roma

Scipione, Piazza Navona, 1930, olio su tavola, Galleria nazionale d'arte moderna, Roma

Qual è il tuo colore preferito? E la tua bibita? E i nomi, quali sono i tuoi nomi? E il tuo pittore?”. Belle domande infantili, le uniche cui mi diverte rispondere. Il mio colore preferito è il verde vescica, bevo acqua frizzante, il pittore è Tiepolo. Qualche settimana fa, a Bologna, mangiavo un cannolo con Matteo Marchesini, uno che passa tutta la giornata a pensare a Saba, Moravia e Chiaromonte; che cos’abbiano in comune poi resta un mistero. Ma lo assolvo dai suoi peccati quando scopro che è uno di noi, un eterno Puck, dal momento che mi chiede: “Sofia, ma siamo sicuri di preferire il succo d’ananas al succo di pesca? E il blu non è universalmente meglio dell’azzurro?”. Quanto a Tiepolo, Marchesini non era convinto e al bar, i pugni puntati sul tavolo, m’inchiodò per un’ora cercando di strapparmi la verità su quale davvero fosse il mio pittore preferito, ma davvero, che non gli dicessi un nome tanto per dirlo. “Di’ la verità, è Tiziano? O è Soutine, tu saresti capace di tutto” – insisteva Matteo tamburellando nervoso sul cannolo. “Ma no! È Canaletto!” – sibilò raspando la crema di ricotta col cucchiaino. Trionfante alzò gli occhi: “E’ lui, vero?”. “Io amo Scipione”, gridai scattando in piedi. Abbassò il capo, vinto. Lo sentii mormorare: “Ma non aveva detto Tiepolo?”.

 

Scipione Pittore Romano, quindicenne vincitore di atletica leggera, lancio del disco, lancio del giavellotto, salto in lungo, salto in altezza, nuoto e sollevamento pesi allo Stadio Nazionale nell’anno 1919, un civis romanus, un eroe, un invincibile, un semidio tenuto in ostaggio dal mal sottile per quattordici anni, sfigurato e obeso, un veggente che percepisce la propria fine a ventinove anni, undicesimo dell’Italia fascista: “Sole che sorgi libero e giocondo / sul colle nostro i tuoi cavalli doma; / tu non vedrai nessuna cosa al mondo / maggior di Roma, maggior di Roma!”. Né maggiore di Scipione, l’atleta della pittura, e se non fosse morto a ventinove anni chissà cosa sarebbe potuto diventare! E’ diventato quel che è diventato, e va bene così; il concetto killer di maturità stilistica ha generato e genera ancor’oggi critici beccamorti dediti a formulare assassine riserve sulla meravigliosa acerbità umana e pittorica di Scipione, colosso febbricitante, sfatto e meravigliosamente immaturo. Divinità archiviata, Scipione giace nella penombra della storiografia, quando dovrebbe essere il vanto d’Italia, idolatrato quanto e forse più di de Chirico che gli diede la torcia che lui incendiò affinché tutti potessero finalmente vedere la vera Roma, un diavolo travestito da Dio e da Ballerina. Marchesini annuisce, è al terzo cannolo e non ingrassa… più di tanto. “A me piace Guido Reni perché è gelido. A me piace il Centritalia”, dice Matteo con un filo di voce. Gli schiaccio il cannolo nella tazza del tè.

 


Scipione, Via che porta a San Pietro (I borghi), 1930, olio su tavola


 

Roma, anno del Signore 1919. In via Cola di Rienzo 190, una gialla casa umbertina. Con i genitori vive Scipione; una branda di ferro, l’olio, la trementina, i colori, i fogli e le tele, i muri tappezzati d’immagini devote appese dalla madre affranta e tante parole tracciate a carboncino. Scipione leggeva “Les Chants de Maldoror” e amava Ungaretti di cui fece un violento ritratto, i capelli di un’upupa, forse in omaggio al suo rivale Montale, le labbra strette, aggressive. I duri inverni e le torride estati erano fatali a Scipione, amate e odiate in un matrimonio ebete quanto il sopraccigliuto e imporporato giovane con la benda ne “La familia del infante don Luis de Borbón” dell’amato Goya, ma nei rari giorni in cui l’umidità s’abbassava Scipione abbandonava quel malsano antro di tele e lenzuola bagnate per congiungersi al dioscuro Mafai. Camminavano tutto il giorno, su e giù, da Via Caio Mario a via Ripetta, da Prati a la Suburra, dove un tempo Messalina aizzava le notti e sporcava i muri. Qualche bicicletta, l’ombra di una macchina; camminavano senza sosta fino al Colosseo, giungendovi col fiatone, sfiniti come quei pastori che avvinghiati ai bastoni appaiono nelle settecentesche litografie dell’anfiteatro in rovina circondato dai campi. Antonietta Raphaël incontrava Scipione alle cinque di mattina, al gelo, mentre in preda alla febbre e all’emottisi, che lui chiamava “I Garibaldini”, dipingeva il Palatino. La Roma d’allora si voleva imperiale, non pioveva mai, anche quando scoppiava un uragano il sole risplendeva sulle sue glorie; se a Piazza di Spagna si respiravano gli ultimi muffosi avanzi d’Ottocento, qua e là faceva capolino un pittore futurista cui subito Marinetti s’attaccava come un afide o un pesce pulitore. Il primo pittore lanzichenecco che fosse arrivato, si sarebbe pappato Roma, Scipione lo sapeva e rideva come un pazzo. Arrivò una donna, Antonietta Raphaël.

 

“Marchesini, perché stando a Bologna mangi solo dolci siculi? E perché sei fissato con le marionette? E Roma ti piace davvero o fingi?”. Sento che Marchesini sta cercando di mettere affannosamente insieme nella sua testa tutta una serie di elementi lontanissimi l’uno dall’altro, è capace di tirare in ballo Fortini, sto fresca. Roma è il luogo del Giudizio di cui tutti ridono. Tutti neroniani i romani, quando l’imperatore canta sulla città in fiamme nel film di Mervyn LeRoy è divino, di quegli dèi sghembi che piacciono tanto a Scipione. Roma è ingovernabile, si dice e si ridice davanti allo sfacelo allegro e cupo di tutto e di tutti, ma c’è un’altra verità, Roma è governata da forze sotterranee che si mostrano solo agli eletti. Le misteriose correnti tengono la città in pugno. Nemmeno i superbi cardinali la governano, anch’essi dominati da forze assai più oscure che non le associazioni a delinquere; queste forze regnano perché invisibili al punto da non esistere, sospirava il Principe Ruspoli. Governare senza nemmeno esistere è il massimo del potere umano e divino. Roma è Medusa pietrificata dal suo stesso specchio, Scipione bacia le statue. Scrisse Mario Mimì Lazzaro nel necrologio all’amico: “Un giorno a Via Appia Antica, mentre si passeggiava al tramonto mi lasciò di corsa. Si avvicinò al ciglio della strada per arrampicarsi su una statua ‘ancora plorante’ di una tomba antica.

 


Scipione, Il principe cattolico (Ritratto del Principe Ruspoli), 1929-1930, olio su tavola


 

Alla mia domanda mi gridò: guarda che faccio. E le scoccò un bacio forte sulle labbra di pietra”. Vi siete mai chiesti, sedendo al bar o passeggiando per il parco, se intorno a voi ci sono dei baciatori di statue? Io me lo chiedo spesso, forse perché una volta mi è capitato di baciarne una. Durante un picnic nel prezioso giardino di una villa veneta, mi allontanai dalla compagnia per posare le mie labbra su quelle di un Apollo in gloria d’età neoclassica che si riparava all’ombra di un faggio. Emozione? Sapere? No, fu un’esperienza puramente, meravigliosamente tattile e propiziò la mia scoperta della forma. Baciare labbra di pietra significa esperire quel “a fior di labbra” che la morbidezza delle labbra umane impedisce. E’ Ungaretti a descrivere quale nuovo sentire sia l’a fior di labbra: “Gioventù impietrita, / O statua, o statua dell’abisso umano / Il gran tumulto dopo tanto viaggio / Corrode uno scoglio / A fiore di labbra”. Cosa di più sensuale del corrodere a fior di labbra? Lo seppe anche Phlebas, il fenicio di Eliot “morto da quindici giorni / Dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare, / E il profitto e la perdita. / Una corrente sottomarina / Gli spolpò l’ossa in sussurri”. Quei sussurri che Scipione ogni notte ascoltava: gli angeli e i demoni svettavano sui tetti e sugli obelischi di Roma, scricchiolavano le loro ossa camminando sulle grondaie. “Voglio stringere – balbettava Scipione - non carezzare”.

 

Dove la notte? Tutti a Piazza Navona. Addossandosi alla schiena del Moro, che nella sua fontana danza tra i tritoni, Scipione scaraventa in fondo alla piazza la rivale Fontana dei Quattro Fiumi. Sembra che il Moro trionfi e spadroneggi in una grandiosa solitudine, ma lo sguardo più avido rintraccia tra i campanili di Sant’Agnese una virgola di biacca: la statua della Santa che fuggì dai postriboli riluce. Il Moro e la Santa si parlano, è con lei e per lei che l’uomo dal volto di scimmia sovverte la notte. Cosa si dicono? Chi sono? La governante e il maggiordomo di Piazza Navona al servizio dell’Apocalisse? O la vergine è tentata dalla scimmia che ha un delfino nano tra le gambe? Aizzato dai lussuriosi Fiumi del Bernini, il Moro cerca di stanare Agnese dai suoi casti campanili? La Roma di Scipione è quella che segue di venti o trenta minuti l’attimo della Fine, in cui gli angeli e gli dei s’incarnano nelle proprie effigi per sistemare le ultime cose e accertarsi che in casa non sia rimasto nessuno; a quel punto chiudono le porte per sempre. I cieli di Scipione sono pieni di occhi, gli occhi del Papa che vola sulla “Via che Porta a San Pietro”, gli occhi angelici nel ritratto del “Cardinale Decano”, il più famoso tra i suoi dipinti, e forse anche il più brutto, di un greve e ostentato simbolismo. “Ricordo certe notti passate insieme, in Piazza del Popolo. Ognuno di noi faceva volare a proprio modo gli angeli, ognuno escogitava inferni su misura” scriveva Giovan Battista Angioletti.

 


Scipione, Uomini che si voltano, 1930, olio su tavola


 

Al Principe Alessandro Ruspoli, assistente al Soglio pontificio e cavaliere dell’Ordine supremo del Cristo, non era concesso di andare all’Inferno, e nemmeno in Paradiso; doveva stare lì, a sorvegliare l’eterno con il suo unico occhio. E lui stava lì, in ginocchio su un cuscino in mezzo a un campo deserto. Con una giacca e cravatta da impiegato e i calzoni cadenti, Ruspoli, Principe di Cerveteri, l’uomo più elegante della sua epoca, sfoggia sulla testa pelata una benda nera che fa sognare. Inconsistenti, le dita cercano di tenere in mano il rosario. Il cielo rosso come sempre, due bare scoperchiate, tutto è ovale, il principe stesso sembra un uovo. Scipione gli offrì il dipinto, ma Ruspoli, che non aveva paura di niente, pronto a morire per ogni Papa, si spaventò a morte e rifiutò. La tomba aperta è la sua. “Il principe cattolico” ricorda il secondo film di Buñuel, “L'âge d’or”, anch’esso del 1930. Suo figlio, l’ultramondano Dado, recitò in un film di mio padre, di cui era amico, vestito da Grande Inquisitore, avvolto nella bianca gorgiera e nel nero mantello di un suo avo.

 

Che fa Marchesini? Sono sicura che se ne frega di Scipione e sta pensando a Wolfango, pittore di patate, a Guido Reni, pittore di granite blu. Pensare ad altri mentre gli parlo di Scipione! Questo ragazzo va punito. La Roma di Scipione è di noi tutti, l’Inferno, e i suoi angeli ne sono i drogati custodi, per le strade di Roma fino ai sentieri della campagna romana e del Maccarese arrancano dèi handicappati. Scipione li ritrae negli ‘Uomini che si voltano’, due nudi dalle gambe pelose, i grossi denti e i volti coperti da maschere di sumeri oranti che camminano lungo un sentiero, diretti verso quella che sembra la figura di un pastore arcade; forse meditano di ucciderlo. Scipione era grosso, sanguigno, scollacciato e arrossiva alle guance, correva dietro a donne grasse e sfatte, alle prostitute più inappetibili della Suburra; sfoggiando un sorriso da perverso quindicenne piombava addosso a preti e cardinali che di quelle donne condividevano la tumefazione delle carni, il caldo sudore e l’odore di cancrena. Scipione, atleta e malato, conosce e distingue gli orrendi presagi del corpo e osserva il proprio fazzoletto insanguinato cercando di leggervi i messaggi dell’aruspicina, sa che non è necessario scendere nelle tombe.

 

A Roma la morte gira per strada, nascosta tra le zampe di gallina e i rotoli di grasso, tra i pori e le chiazze di sudore, tra i doppi menti e i culi flaccidi, tra i capelli di seta e quelli sporchi d’acqua di fiume, che ogni giorno calpestano i selciati della sua città. Scipione fu l’unico tubercolotico che ammalandosi ingrassò. “Era disfatto; diventava corpo col corpo del suo letto e la carne non vibrava. Era abbandonata al suo peso. Eppure la radio ripeteva con voce nasale e ingenua le sue nenie”, commentò Mafai il dì di morte. Ma prima dell’aldilà, Scipione incontra il profeta. L’uomo venuto da lontano ha rubato un cavallo dal collo infinito ad Arturo Martini e seminudo si copre il petto con uno straccio di leopardo o qualcosa di simile, impossibile decifrarlo. Come indecifrabile è la Gerusalemme che si profila all’orizzonte. Un nero serpente sta in agguato, arriverà mai alla città promessa quell’uomo dal volto graffiato? Era uso Scipione disegnare le tele con la punta dell’impugnatura del pennello.

 

Al tramonto Scipione guardava la Cupola di San Pietro dalle finestre del sanatorio Cesare Battisti: scrisse di vederla tutta d’oro. Per l’ultima volta gli si presentava Roma, bronzo e reliquia, i colori erano indefinibili brividi di febbre. Piovre ovunque, città tentacolare, i tentacoli della polmonite, della tubercolosi e della morte. Nelle lettere scriveva di lacerazioni e ombre nei propri polmoni: l’era della radiografia si era inaugurata nel 1895, Scipione e Kafka vissero in quei beffardi cinquant’anni in cui si poteva avere visione delle ferite dentro di sé, senza peraltro potervi porre rimedio. Scruto Marchesini per vedere se sono riuscita a spaventarlo, lui che non fa che inneggiare alla superiore tragicità di Bologna. Assomiglia a un pezzo di tufo, fa sempre una faccia terribilmente contenta quando la gente gli parla e questo è un po’ seccante. Anche adesso mi guarda con aria leggermente malinconica e pure divertita. “Brava – mi dice – ma continuo a preferire Guido Reni”.

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