Finisce la scuola, inizia l’emergenza delle non vacanze

La campanella, la commozione, il Ramadan e l’insalata di riso. Risse fra genitori con panico estivo. Annalena Benini racconta sul Foglio i figli, i genitori, i figli degli altri. Scrivete tutto quello che vi passa per la testa a ilfiglio@ilfoglio.it.
Finisce la scuola, inizia l’emergenza delle non vacanze

All’improvviso, è finita. E’ suonata la campanella e i bambini di quinta elementare sono usciti, ognuno aggrappato alla maestra come poteva (le maestre hanno molte mani e molte braccia e riescono sempre ad abbracciarli tutti), e tanti piangevano, altri ridevano ma di un riso nuovo, come un fremito all’angolo della bocca, i pugni stretti, si guardavano intorno per vedere dov’erano le madri, o le nonne (c’era un solo padre davanti a scuola quel giorno, in bermuda sandali e marsupio, molte gli sorridevano e gli dicevano: bravo, una ha detto perfino: bel marsupio). Le madri e le nonne, e le baby sitter e le maestre, piangevano e si abbracciavano per salutarsi, e anche quelle che si stavano azzuffando su WhatsApp nelle chat della classe hanno fissato una tregua per commuoversi in pace, sicure comunque che non si è trattato di un addio alle armi: di lì a pochi minuti hanno ripreso a lottare, come se fosse già settembre. Yasmina, dieci anni, ha iniziato il Ramadan perché ormai è grande, quindi non andrà al picnic di fine anno, su cui si litiga da mesi, e la maestra piangeva soprattutto per il picnic senza Yasmina (che non è andata nemmeno al campo scuola, perché una femmina non può dormire fuori casa), e la baciava sulle guance e le diceva: la mia bambina, e Yasmina consolava la maestra ridendo: dice che la sera mangia la pizza davanti ai cartoni animati ed è una specie di grande avventura, mangiare solo quando fa buio, come gli adulti, e però i compagni insistono: dai, vieni a casa mia oggi pomeriggio e mangiamo la nutella di nascosto, oppure digiuniamo tutti insieme e aspettiamo la luna.

 

Una madre, con gli occhiali da sole a coprire le lacrime, guardava Yasmina e gli altri bambini correre a prendere le piantine di pomodoro, regalarsi le ultime figurine e farsi promesse di amicizia eterna con un balletto delle mani, un linguaggio speciale imparato su YouTube, e ha sospirato a voce alta, un po’ troppo alta e teatrale: loro sono così migliori di noi. Le altre madri si sono girate di scatto, già piene di furia, e dopo un attimo di silenzio la rappresentante di classe si è messa davanti alla madre teatrale con gli occhiali da sole e le ha detto con una specie di ghigno: almeno questa volta all’insalata di riso ci pensi tu. La commozione è svanita, la riflessione sul Ramadan si è dissolta, i pensieri sul futuro dei nostri figli anche, andranno alle medie, poi alle superiori, chissà se troveranno la loro strada, il lavoro che non c’è, noi che li guardiamo partire, sembra ieri che sono nati, sembra ieri che ero giovane, e telefonami fra vent’anni, niente, non c’era più niente, nessuna malinconia, nessun dolore, sparito anche quell’attimo di felicità: adesso, a un minuto dalla fine della scuola, tutto lo spazio fisico e sentimentale è occupato dall’insalata di riso per il picnic.

 

E dalle dodici settimane davanti, di cui almeno nove da riempire di campi estivi, nonni anche in affitto, anche sconosciuti, piscine, trekking, cortili di parrocchie, parchi acquatici, campeggi, corsi di sci nautico, corsi di stelle alpine, corsi di pittura, corsi di yoga nei boschi, corsi di brunch itinerante, e piscine gonfiabili in balcone, e pattini a rotelle in corridoio tutto il giorno e tutta la notte.

 

La sera dell’ultimo giorno di scuola, dopo che lo zaino è finito nella cuccia del gatto (che in questo periodo entra in depressione), ci si siede con la testa fra le mani al tavolo della cucina, in mezzo a una nuvola di fumo e già di disordine estivo, canottiere, trucco colato, volantini di campi estivi lontanissimi, salvagenti bucati, ombrelli perché comunque piove, e sempre sempre sempre la borsa con i costumi da bagno che si è persa, ci si siede e si comincia a litigare su chi deve restare a casa la mattina dopo con i bambini.

 

E’ una specie di incantesimo, di capovolgimento delle aspirazioni, perché per tutto l’inverno si è desiderato lavorare da casa, si è immaginato uno studio confortevole dove di tanto in tanto, nel tardo pomeriggio, un figlio si affaccia a chiedere un bacio, e poi tutti insieme felici apparecchiano la tavola per la cena, con la televisione spenta, e gli adulti bevono un bicchiere di vino e si raccontano la giornata e decidono quale film guardare dopo cena, quando i bambini dormono. Ma adesso che non è più inverno, adesso che questi tre mesi di emergenza sono iniziati ed è chiaro a tutti, anche ai genitori rissosi in chat già pronti a contestare le pagelle, che dureranno per sempre e che quasi nessuno arriverà vivo a settembre, il buon senso è svanito e ci si sente in guerra: adesso l’unico desiderio è la fuga, la diserzione. Quindi l’ufficio fino a notte fonda, quindi amore davvero domani se non vado a quella riunione mi licenziano, cerca di capire, stammi vicino, è importante. Forse pensi che io invece non abbia un lavoro? Pensi che adesso porto tutti in villeggiatura e tu arrivi il venerdì sera con la cravatta slacciata e la valigetta e io ti vengo incontro con un bicchiere di vino? E voi due, che cosa fate ancora alzati? Mamma, ma sono le nove, c’è ancora luce e domani non si va a scuola. Allora guardate i cartoni! Ma non ne abbiamo voglia. Giocate con l’iPad! Che pizza. Guardate video strani su YouTube! Ma hai sempre detto che non possiamo, che è pericoloso. Fate i compiti delle vacanze! Ma non ci hai neanche comprato i libri delle vacanze. Allora tirate le bombe d’acqua dalla finestra! Va bene.

 

E’ un periodo molto pericoloso, questo, perché porta con sé il caos, perché saltano tutte le regole, perché si avvicinano anche le vere vacanze, a cui affidiamo i desideri di rinascita, e perché bisogna restare saldi e fare finta di essere normali, ed essere molto gentili con le animatrici del campo estivo per convincerle ad aspettarci ogni giorno per quasi un’ora oltre l’orario di chiusura. Ma soprattutto bisogna fare l’insalata di riso per mille persone, per il picnic di fine anno in campagna, come se ci fosse davvero qualcosa da festeggiare, in questa fine scuola, fine ciclo, fine pazze chat con i genitori, fine pazza gioia del lunedì mattina, e quando il picnic sarà finito, quasi sicuramente per pioggia, non avremo più niente per cui litigare, resteremo soli con le nostre non vacanze, con i nostri desideri di inverno.

 

Così, con la testa tra le mani e in mezzo al fumo delle sigarette, è cominciata quest’estate lunghissima e quando, verso le due di notte, i bambini sovreccitati si sono addormentati, ho visto che il fratello di seconda elementare, che non si era per niente commosso all’uscita da scuola e non aveva salutato la maestra e aveva tirato la palla nel canestro per sette ore di seguito, adesso dormiva abbracciato a Hulk e stringeva qualcosa in mano, un pezzetto di carta scritto male a matita. Piano piano ho aperto la mano sudata e ho letto, era un biglietto di saluto: “Caro Giulio, mi è piaciuto molto giocare con te a sardina e penso che sei il ragazzo più buffo della classe, è un vero peccato che devo andare a Foggia. Matilde”.

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