Il Figlio

Dove c’è un bambino

Non solo bar. Il Fanciullo Sovrano colonizza l’intera casa (i genitori felici nello stanzino delle scope).
Dove c’è un bambino

Non è solo il bar/ristorante, dove i bambini ti si affollano soprattutto e non metaforicamente tra i piedi, anche se vicino a casa, nel romano quartiere Esquilino, c’è un locale che talvolta ospita molte mamme con bambini (bambini riflessivi, dunque vestiti di cachemire e vellutini, tipo piccoli Baby George ma in quota società civile). Lì ci sono queste mamme che ascoltano Lucio Dalla e bevono moltissimo mentre questi Baby George riflessivi-aggressivi giocano a terra con delle costruzioni di legno ecocompatibili, e tu inciampi in questi pargoli col tuo Franciacorta in mano e le mamme alzando l’occhio già allucinato dal loro Margarita ti guardano con disprezzo perché non cedi loro il passo (ai bimbi gentrificati).

 

Ma questi pargoli allevati a terra non hanno colpa, sono abituati agli ampi spazi, pur essendo di città e non provenendo da ranch texani: ed è questa la temperie veramente inquietante che riguarda il Nuovo Mondo dei Bambini. E’ chiaro infatti che quello di oggi è il Mondo dei bambini; in una società che punta tutto sul ringiovanimento, è chiaro che i bambini sono padroni. Anche a causa del rapporto numerico invertito: un tempo vi erano quattro-cinque bambini per famiglia, i nonni causa cattiva alimentazione e stenti morivano presto, c’era un eccesso di offerta di bambini, dunque il loro valore di mercato era naturalmente basso; oggi i nonni vivono tipo highlander fino a 105 anni, sfasciando conti pubblici, e mamme ansiose incerte tra carriera e bebè producono rari marmocchi, e quando il marmocchio nasce, conteso da quattro, cinque, anche sei nonni in famiglie molto allargate, il marmocchio è un miracolo, e il potere sarà suo.

 

Si diceva, la temperie: quella più notevole è architettonica e urbanistica, e ci si stupisce che Biennali e Saloni del mobile ancora non contemplino mostre e installazioni site-specific dedicate al mutamento progettuale e abitativo della casa del Bambino. Un tempo vi era infatti, nelle nostre case piccolo o gran borghesi, il salone, la camera dei genitori, e poi quella dei bambini, che era piccola; se proprio affluenti, una stanza dei giochi, da tenere molto ordinata. Adesso, in tutte le famiglie autoriprodotte che si conoscono, la planimetria è cambiata. La casa è trasformata in un’unica grande stanza dei bambini, dove i genitori, o il monogenitore, si aggirano furtivi.

 

Formalmente, infatti, la stanza del figlio rimarrà, in catasto essa esiste, ma è chiaro che serve al fanciullo solo per ricoverarsi la notte e espletare il riposo notturno; è la casa intera che diventa teatro (proprio in senso letterale) delle gesta del bebè. Tutte le case possedute da bambini ormai sono simili: ingresso, salone o salotto, e al centro del salone, il palcoscenico del fanciullo. A seconda del ceto e dell’appartenenza politica, il palcoscenico o zona d’influenza del fanciullo avrà un maxischermo con collegate le manopole della playstation oppure un fondale, già parete di casa, con scarabocchi e disegni e calchi delle mani del fanciullo, tipo edicola votiva. Intorno, la platea (il tavolo) e i palchi (i divani) su cui i genitori e i loro ospiti possono ammirare le gesta del fanciullo (specie durante i pasti). Al centro del palco, la pila dei giochi accumulati che il Fanciullo deve avere sempre a portata di mano: non più relegati come un tempo nella cameretta vengono ora esibiti all’ospite incolpevole. Qui, forse, altri mutamenti sociologici; per chi è cresciuto negli anni Settanta-Ottanta il consumo vistoso del bambino, per dirla col filosofo Thorstein Veblen, era sottoposto a censure (“pensiamo ai bambini poveri”) mentre caduto il Muro e cessate le ideologie, anche nelle case più di sinistra, il bambino è allevato nel turboliberismo: il bambino in sé diventa, in quanto bene costoso e di difficile mantenimento, l’unico status symbol che la nostra sfortunata generazione si può permettere di ostentare. Il Fanciullo Sovrano avrà dunque tutto nel suo palco, giocherà con la sua playstation, si esibirà in karaoke, leggerà agli ospiti le fiabe dai venticinque libri con pop-up (Città del Sole, per ceti ecologisti) deposti ai suoi piedi tipo rito apotropaico, tipo Ziggurat; fino a quando, finalmente esausto, andrà nella sua cameretta.

 

Che però col tempo crescerà in dimensioni: perché il senso di colpa del genitore anziano occidentale la troverà presto troppo piccola, come se il bambino non avesse già a disposizione l’intero salone e avesse bisogno invece, come un bisonte, di ampie praterie da brucare e distese incontaminate da cavalcare. Presto il genitore anziano e ansioso prenderà allora una decisione, e una stanza: quella più piccola e angusta della casa, quella di servizio, quella degli ospiti, anche il magazzino delle scope; ci infilerà un lettino, ci dormirà, sarà felice così, mentre il piccolo mostro di là crescerà in appetiti e ambizioni che il mondo poi non gli soddisferà. La mamma andrà spesso fuori a bere, talvolta portandoselo, per esibirlo, e risparmiare sulla baby sitter. Ed è il bambino in cui inciampiamo col nostro Franciacorta: e che ci fa decidere che non verremo mai più nei bar coi bambini della prateria.

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