Nelle università della Gran Bretagna “toglierebbero la parola anche a Gesù”

Oggi Cristo sarebbe zittito nei campus, dice Garton Ash, con buone ragioni. Il professore di Oxford ha lamentato il fatto che la Gran Bretagna è diventata “troppo debole” per sostenere la libertà di parola e insistito sul fatto che il pubblico deve battersi contro l’auto censura.
Nelle università della Gran Bretagna “toglierebbero la parola anche a Gesù”

L'Università di Oxford

"A Gesù Cristo, e ad altri ‘estremisti nonviolenti’, sarebbe vietato parlare nelle università se fosse vivo nel 2016”. A dirlo è un super professore di Oxford, un liberal di nome Timothy Garton Ash, che ha lamentato il fatto che la Gran Bretagna è diventata “troppo debole” per sostenere la libertà di parola e insistito sul fatto che il pubblico deve battersi contro l’auto censura. Garton Ash lo ha detto al Hay festival a Powys, in Galles, dove ha presentato il suo libro-manifesto “Free Speech: Ten Principles for a Connected World”, in cui propone un rilancio della libertà di espressione dopo la strage di Charlie Hebdo. Di cui si avverte con urgenza il bisogno, e non soltanto a causa della mattanza islamista. All’Università di Oxford, dove insegna Ash, è stato annullato un dibattito sull’aborto. Poi una petizione è stata lanciata chiedendo che la Cardiff University annullasse una conferenza di Germaine Greer, femminista rea di aver offeso la comunità transgender.

 

Nel frattempo sempre Oxford è stata presa di mira da una lobby agguerrita che chiedeva di rimuovere le statue di Cecil Rhodes, il filantropo del XIX secolo, a causa delle sue “opinioni politiche razziste”. Sono soltanto alcuni dei casi che hanno infiammato il dibattito inglese nei mesi scorsi. Timothy Garton Ash ha ragione: se oggi il falegname di Nazareth si presentasse in una di quelle università di laiconi illuminati, per parlare magari delle nozze di Cana o della sua visione dell’adulterio, verrebbe cacciato a pedate, boicottato con picchetti e petizioni, subissato di “trigger warning” che chiedono l’immediata decontaminazione del “safe space” universitario da quel reprobo “omofobo” senza moglie né figli.

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