Padri

Quando i figli si svegliano

La busta dei cornflakes, il caffè e il crampo allo stomaco di Francesco Piccolo.
Quando i figli si svegliano
La rubrica "Padri" fa parte dell'inserto Il Figlio, lo speciale di Annalena Benini. In ogni numero un padre racconta di sé, con i figli: storie, sentimenti, pensieri, ossessioni, scoperte. Sono qui disponibili tutti gli articoli.

 


 

La mattina mi sveglio presto, perché spero di avere il tempo di bermi una enorme tazza di caffè e leggermi i giornali sull’iPad. Ma mio figlio, che è piccolo, sente i miei passi, mi chiama e dice: ho finito di dormire. In quel momento a me prende un crampo allo stomaco, una specie di materiale pesante che si piazza sullo stomaco e poi tende a scavare come se volesse penetrare.
Mio figlio comincia a farmi domande. Io ho i pensieri ancora annebbiati, voglio leggere il giornale e voglio bere il caffè, ma ho questa specie di sottofondo che vuole attenzione e gliela devo dare, quindi un po’ cerco di godermi le mie cose, un po’ do retta a lui, e non mi godo davvero il caffè e il giornale – e non do davvero retta a lui. Devo dire che se ho una caratteristica come padre è che riesco a fare tutto, e però faccio tutto abbastanza male, oppure male; però faccio tutto. Bisogna vedere se si vuole considerare più importante che faccia bene le cose o che faccia tutto. Gli altri pensano che sia più importante farle bene, io che sia più importante fare tutto. Non si arriva mai a un accordo. L’armonia consisterebbe nel fare tutto e farlo bene, ma per me queste due cose sono alternative.

 

Poi si sveglia mia figlia, che è un’adolescente, quindi vuole che il caffè esca nel momento in cui lei mette piede in cucina, altrimenti si innervosisce. E poiché è adolescente e appena sveglia, non bisogna sbagliare una sola parola altrimenti diventa una belva. Io sto zitto. Così lei mi dice: non dici mai niente, non mi chiedi mai niente. Io lo so che è una trappola, però che devo fare: le chiedo qualcosa. E lei diventa una belva. Ma non voglio che si innervosisca, cerco di fare tutto bene (non ci riesco, lo so, ma ci provo), e qualche volta, una mattina ogni dieci, lei non si incazza e sono contento. Intanto però questo dolore allo stomaco, da quando lei è entrata in cucina, è raddoppiato.

 

Preparo la colazione a tutti e due: lei vuole il latte parzialmente scremato e lui intero, quando lo verso mi controllano. Poi mi siedo con loro e cerco di stare attento perché arriva sempre il momento in cui mio figlio vuole aprire da solo la busta dei cornflakes che è l’elemento inventato dall’umanità per educare a misurare la forza: se fai poca pressione non si apre, se ne fai molta si squarcia e volano i cornflakes per tutta la casa, e le braccia per il rinculo si aprono a grande velocità e colpiscono parecchie cose. Dico sempre: faccio io. Lui dice sempre: no, faccio io. E tutti dicono che è giusto che impari a fare le cose da solo. Dico: però ci sta mettendo un sacco di tempo a imparare ad aprire la busta dei cornflakes. Mi rispondono: è normale, bisogna incoraggiarlo. E noi tutti sappiamo che il giorno in cui aprirà dolcemente la busta dei cornflakes e nemmeno uno volerà per la stanza, sarà diventato un maestro zen.

 

Leggo i giornali male, bevo il caffè male, faccio colazione male, rispondo alle domande di mio figlio male, e non riesco a impedire che faccia danni. Mia figlia sbuffa o urla o scuote la testa per dire: sei assurdo. Non so perché pensa che sono assurdo, ma lo pensa. Non a proposito di qualcosa, lo pensa in generale.

 

La mia vita cambia completamente quando vado fuori per lavoro. La mattina apro gli occhi e mi rendo conto dopo pochi secondi che non devo preparare il caffè a nessuno, e nessuno si incazzerà con me, anzi posso scendere a fare colazione nella grande sala dell’albergo, dove c’è qualcuno che si occupa di me, mi chiede cosa desidero e io desidero un sacco di cose.

 

Posso leggere il giornale, assaporare il caffè, fare colazione con calma e anche se per istinto mi guardo intorno di continuo per vedere se è tutto a posto, è sempre tutto a posto. Quindi questo, in un albergo sconosciuto di una città sconosciuta, è l’unico momento in cui si affaccia il tempo precedente, quando non avevo figli, un tempo che io non ricordo più e che non riesco più a ricomporre nella mia memoria, e invece qui all’improvviso appare, per un attimo – ma è solo un attimo. Perché proprio mentre sto per risentire il sapore di quel tempo, riappare subito quel materiale che preme sullo stomaco, anche se qui è meno pesante, preme di meno, come se ci fosse però con la sordina. Succede perché inevitabilmente, con il caffè e il giornale e i cornetti alla crema davanti, sento con chiarezza inevitabile che da qualche altra parte qualcuno, lontano, a casa mia, deve fare in tempo il caffè a mia figlia, deve stare attento mentre mio figlio apre la busta di cornflakes, deve versare latte intero e parzialmente scremato, deve rispondere a domande che spesso non hanno una risposta possibile. Lo farà mia moglie, che ogni tanto deve svegliarsi prima perché io non ci sono. Lo farà anche meglio di me, credo. Comunque non posso bere il caffè e leggere il giornale e fare colazione senza questo dolore nello stomaco, anche qui in albergo, anche se più lieve, più sopportabile. Ma quando il dolore è tornato qui con me, allora sento che sono finalmente io, e penso che questo crampo allo stomaco sia la cosa più bella che mi sia capitata nella vita.

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