La prevalenza del cuore tiepido

Corbyn ha tenuto un discorso a favore dell’Europa, tanto accalorato da sembrare uno spot per il “leave”. Benigni è per il “no” al referendum sulla riforma costituzionale, però poi voterà per il “sì”. Così l’incapacità di scaldarsi, educata e sobria, si trasforma in debolezza
La prevalenza del cuore tiepido

Roberto Benigni (foto LaPresse)

Uno dei problemi di noi che vogliamo restare in Europa, ha detto lo scrittore britannico Ian McEwan a Stefano Montefiori del Corriere della Sera, “è che siamo tiepidi al riguardo. Restare non ci appassiona, ma ci appassiona il non lasciare”. Il cuore tiepido degli europei, degli occidentali, di chi desidera il mantenimento di un ordine mondiale liberale, con qualche correzione magari, con qualche adattamento, ma senza uno sconvolgimento, ecco questo cuore tiepido è quello che fa dire a McEwan che “per molti anni l’Unione europea ha garantito una certa prosperità e mantenuto la pace, solo che la pace è noiosa, la pace non fa notizia”. La tiepidezza del cuore è dappertutto, era ben visibile nel discorso che il leader della sinistra inglese, Jeremy Corbyn, ha tenuto a favore dell’Europa, in difesa del “remain”: tanto accalorato da sembrare uno spot per il “leave”. E’ un problema tutto suo, si dirà, un problema del Regno Unito che ha un cuore euroscettico con cui non ha mai saputo fare i suoi conti, ma non è vero, non è soltanto un affare inglese.

 

Il cuore di Roberto Benigni è per il “no” al referendum sulla riforma costituzionale, però poi voterà per il “sì”, perché si poteva fare di meglio ma insomma qualcosa c’è, perché la Costituzione è troppo bella però forse un po’ no, perché il cuore tiepido non sa dire che riformarsi, alleggerirsi, riscattarsi anche, è un’opportunità, e datecela, una cosa in cui credere, che ne abbiamo tanto bisogno. Il cuore tiepido è là anche negli Stati Uniti che vivono questa loro campagna elettorale folle, che fa rivoltare i cuori e li mette nudi di fronte a tutti gli altri, tanti cuori tutti in fila con le loro ferite. E’ il cuore tiepido del Partito democratico che non sa appassionarsi all’unica candidata presidenziabile che s’è presentata, la dama dal cuore gelido appunto, quella Hillary Clinton che resterà simbolo imperituro del disamore assoluto. I democratici dicono che lei è la più brava, dicono al rivale tignoso Bernie Sanders che “arriva un momento in cui bisogna ritirarsi” (e lui non lo fa, perché lui non è un cuore tiepido), fanno fact checking professorale delle improvvisate trumpiane, ma poi s’incartano nella loro tiepidezza: Hillary non è mai all’altezza, è sempre un po’ troppo precisina, un po’ troppo costruita, un po’ troppo fredda, un po’ troppo altezzosa, un po’ troppo calcolatrice. E così al cospetto di quel cuore gelido finiscono per presentare cuori tiepidi, che non potranno mai sciogliere il ghiaccio, che non aiuteranno a rendere più umana quella signora che vive da sempre, armi in mano, sul fronte della disaffezione. E’ come con la Brexit: sai perché non voterai The Donald, non sai perché dovrai votare Hillary, candidata inevitabile e di risulta al tempo stesso.

 

La tiepidezza è il male dei moderati, una volta dicevi moderati e sentivi la potenza della moderazione, ora viene in mente un’ombra grigia e confusa in cui c’è tutto e forse non c’è più niente. L’incapacità di scaldarsi, educata e sobria, si trasforma in debolezza, sembra che non siamo più capaci di spiegare perché il liberalismo è una cosa buona, perché la pace è una cosa buona, perché la libertà di pensare, di scrivere, di vestirsi, di sposarsi è una cosa buona. Si sente soltanto il battito dei cuori arrabbiati, rumorosi, matti in un modo così poco allegro, ma determinati e fortissimi, come quello della Le Pen in Francia che nei sondaggi presidenziali doppia il presidente Hollande, l’accalorata contro il tiepido, mentre si moltiplicano gli appelli globali alla ragionevolezza, cura estrema all’incapacità di dichiarare un amore.

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