I primi sei mesi dell’atlantista puro Molinari alla Stampa

Dall’America a Israele fino a Torino, “Ma non mi sento un marziano. Basta avere un respiro internazionale”. Le tre linee guida di Molinari: inserire sempre il racconto della realtà italiana in una cornice europea, dare spazio ai temi che hanno a che vedere con i diritti e alla conversazione con i lettori. 
I primi sei mesi dell’atlantista puro Molinari alla Stampa

Il direttore de La Stampa, Maurizio Molinari (foto del sito)

Roma. La Stampa ha quasi 150 anni di storia e il direttore della Stampa, Maurizio Molinari – un atlantista puro, così l’aveva definito l’Avvocato, narra la leggenda – sta per “compiere” sei mesi alla guida del quotidiano torinese. La sua linea, fin dall’inizio, è stata (ed è) quella espressa qualche giorno fa in prima pagina, quando Molinari ha raccontato l’incontro con i lettori a Stupinigi, uno dei momenti che segnano la nascita di una “Stampa 3.0”: “…Giornalisti, opinionisti e volti pubblici delle estrazioni più diverse… che si ritrovano sul palco partendo da idee, intuizioni e domande di singoli lettrici e lettori … recapitate nelle maniere più differenti, dalle email alle lettere in carta fino ai messaggi delle web chat”. Obiettivo e risultato: “…Il lettore diventa colui che interagisce in maniera proattiva con il nostro lavoro di descrivere fatti e retroscena di quanto avviene in Italia e nel mondo…”. E quando si chiede a Molinari se si sia mai sentito un marziano, passando dall’America e Israele a Torino, e dalla condizione di corrispondente estero esperto in relazioni internazionali alla direzione di un quotidiano inserito in una realtà industrial-borghese e nell’Italia della febbre antipolitica, Molinari risponde che no, marziano non si è mai sentito, fedele com’è “alla tradizione del giornalismo anglosassone in cui l’alternanza tra i ruoli di reporting ed editing è incessante” (Molinari ha fatto “reporting” da Bruxelles, da Washington, da New York, da Gerusalemme e da Ramallah). Ed è l’alternanza tra reporting ed editing, dice, “a permetterci di moltiplicare le opportunità di conversazione con lettori che, nel caso del mio giornale, hanno un forte radicamento locale ma anche una forte proiezione internazionale. Me ne sono reso conto durante gli incontri fatti nei quartieri di Torino e in varie città del nord: le persone vogliono parlare della loro realtà ma anche di Angela Merkel, Donald Trump e del Giappone”.

 


L'interno della redazione La Stampa


 

Non marziano, dunque, ma sicuramente non fissato con la polemica ombelicale nel Pd o sul “che cosa hanno detto i grillini oggi”,  Molinari  dice di non aver cambiato metodo di lavoro: “E’ lo stesso di quando ero a New York o a Ramallah: si ascoltano le fonti, si cercano conferme ai fatti, si prova a descrivere la realtà come farebbe un astronauta tornato sulla Terra dopo un lungo periodo nello spazio. Non dovrebbe esserci differenza tra il modo di descrivere un fatto avvenuto a Brooklyn o a Montecitorio”. Le linee guida di Molinari sono tre. “Primo: inserire sempre il racconto della realtà italiana in una cornice europea. Secondo: dare spazio ai temi che hanno a che vedere con i diritti. Non solo diritti degli omosessuali e delle donne, non solo diritto alla sicurezza dei cittadini, non solo diritti degli immigrati, ma diritto di ogni cittadino a veder rispettata la propria persona davanti a tutti i suoi interlocutori. In una moderna democrazia i diritti si sommano, non sono in contrasto tra loro. Più diritti vengono tutelati, più la democrazia è forte. Poi c’è una linea guida di metodo: la suddetta conversazione con i lettori”.

 

Difficile, però, mantenere il respiro europeo quando il dibattito politico si avvita, per esempio, sulla polemica referendaria presa come spartiacque tra renzismo e antirenzismo. Molinari ribadisce la necessità di alzare lo sguardo e “riflettere sulla centralità del governo italiano nella soluzione di tre emergenze comuni a molti governi europei: l’immigrazione di massa, il terrorismo e la crescita economica. Queste sono le priorità, pena l’implosione dell’Europa. Per affrontarle serve un unico linguaggio. Dopodiché i singoli governi hanno emergenze e questioni nazionali. Ma bisogna evitare che queste agende nazionali indeboliscano l’agenda europea”.  Sul terrorismo, in particolare, dice Molinari,  “serve, da subito, un maggior coordinamento tra agenzie di intelligence nella Ue, a cominciare dalla condivisione delle banche dati sui sospetti jihadisti. Esiste il sistema Casa (centro di analisi strategica antiterrorismo) che prevede un coordinamento in tempo reale tra tutte le agenzie di intelligence e di sicurezza in Italia – un modello operativo anche negli Stati Uniti e in Israele. Sarebbe importante che la Ue lo adottasse. La difficoltà nel difendere Parigi e Bruxelles era legata anche al fatto che Parigi e Bruxelles non si parlavano. E visto che il terrorismo jihadista è un fenomeno destinato a crescere, perché frutto del più ampio processo di decomposizione degli stati nazionali nel mondo arabo musulmano, in questo momento quello che possiamo fare è accrescere le nostre difese”. Oltre al coordinamento dall’alto, c’è un passo importante da compiere “dal basso”, dice Molinari: “La collaborazione dei cittadini con le forze dell’ordine: il terrorismo colpisce nelle nostre strade, colpisce i civili in ambito civile, ma i civili possono essere parte integrante della difesa, come a New York dopo l’11 settembre, quando sui muri della metropolitana comparvero manifesti con la scritta ‘If you see something say something’, se vedi qualcosa dì qualcosa. Un cittadino che vede una cosa insolita e la segnala può essere decisivo nello sventare un attentato. E se l’autista di Bruxelles che ha portato in aeroporto i tre terroristi avesse avvertito le forze dell’ordine della stranezza – i passeggeri non gli facevano toccare le valigie – avrebbe sicuramente aiutato a sventare l’attentato”.

 

E l’intellettuale? Nella città in cui da poco si è chiuso il Salone del libro, la riflessione sul ruolo dell’intellettuale passa per il rapporto con le nuove tecnologie e con una rete che spesso viene elevata a guru (spesso sulla base del sentito dire). Che cosa dovrebbero fare gli intellettuali per aiutare un dibattito che sia sempre meno un accodarsi a quello che dice la rete?
L’intellettuale, dice Molinari, “dovrebbe, sul piano dei contenuti, essere custode e innovatore dei valori che fondano l’identità nazionale, in Italia fondata sullo stato di diritto, sulla Costituzione e sul dialogo tra laici e cattolici. Per dialogo tra laici e cattolici intendo: interpretare o reinterpretare le identità cattolica e laica e cercare di armonizzarle costantemente. Per difesa dello stato di diritto, per esempio in tema di immigrazione, intendo l’affermazione del principio di bilanciamento tra parità di diritti tra immigrati e cittadini e assoluto rispetto della legge da parte degli immigrati come dei cittadini. Sul piano della comunicazione, invece, l’intellettuale deve tenere presente la suddetta importanza della conversazione: se in passato l’intellettuale trasmetteva messaggi e il pubblico li riceveva, oggi la chiave è aprire un dialogo e ascoltare. E’ un metodo nuovo, imposto dalle nuove tecnologie. E, come diceva Leonard Downey, già direttore del New York Times e del Washington Post, i lettori sono più intelligenti di noi”. Nel momento in cui si riaccende il conflitto politica-magistratura, Molinari riporta l’attenzione sulle tre emergenze  immigrazione, lotta al terrorismo e crescita economica. “Perché se non integriamo gli immigrati, non combattiamo il terrorismo e non creiamo lavoro”, dice, “il mondo in cui siamo nati e cresciuti rischia di implodere in breve tempo. E i movimenti anti-sistema, che siano di estrema destra o di estrema sinistra, sono montanti perché i governi non affrontano le emergenze che contano per le popolazioni”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi