Padri

La distanza tra me, che volevo essere Mick Jagger, e i miei figli.

Ora il loro eroe è il gamer Cicciogamer89: venticinque anni, la barba di due giorni, una maglietta dei Guns ’n Roses, saluta con un “hakuna matata!” e gioca a un videogame mentre decine di migliaia di ragazzini lo guardano giocare su Youtube.

La distanza tra me, che volevo essere Mick Jagger, e i miei figli.
La rubrica "Padri" fa parte dell'inserto Il Figlio, lo speciale di Annalena Benini. In ogni numero un padre racconta di sé, con i figli: storie, sentimenti, pensieri, ossessioni, scoperte. Sono qui disponibili tutti gli articoli.

 


 

Il giorno più spaventoso della mia vita di genitore – quello in cui ho misurato tutta l’incolmabile distanza tra due diverse generazioni: di qua gli adepti al culto di “Happy Days”, di là i nativi digitali – è stato quando due anni fa ho portato i miei due figli al Romics, un festival che alla Fiera di Roma riunisce un’umanità ricompresa in un’ideale ellissi i cui due fuochi sono il nerd quarantenne in tutto simile al proprietario del “Sotterraneo dell’Androide e Negozio delle Figurine da Baseball” di Springfield (copyright Simpsons) e un frankensteiniano incrocio tra Margherita e Matteo, sangue del mio sangue, all’epoca rispettivamente di anni tredici e undici; un esemplare tipico della Nuova Razza che di fatto già governa il mio mondo: quella dei ragazzini che s’incollano al computer per giocare a Call of Duty, hanno un concetto tutto loro dell’espressione “stare all’aria aperta” (“l’ho aperta la finestra, papà. Che vuoi?”) e fanno cose coi loro telefoni che noi non sapremmo replicare nemmeno se ci rinchiudessero per un mese di corso intensivo con il ceo della Apple.

 

L’arrivo è stato scioccante. Un parcheggio capace di contenere le automobili immatricolate a Roma in un anno era, già alle dieci del mattino, sul punto di scoppiare. “Fico!” è stata la reazione, unisona, dei miei due pargoli. La prima, spaventosa scena che si è imposta alla mia attenzione si replicava ovunque nel parcheggio con minime varianti: dietro le auto con lo sportello posteriore aperto c’erano decine di mogli che aiutavano decine di mariti a infilarsi un costume da personaggio di Star Wars, degli Avengers, del Signore degli Anelli di Supermario e di Game of Thrones. Non sto parlando di roba carnevalesca: ho visto maschi della mia età – bancari, fisioterapisti, insegnanti di matematica, oltre a qualche proprietario di franchising del “Sotterraneo dell’Androide e Negozio delle Figurine da Baseball” – diventare esattamente come Batman, Jack Sparrow e Wolverine, grazie a make-up di qualità hollywoodiana. “Si paga di meno se si fa il cosplay” mi ha spiegato Matteo. “Ah, okay…”. “Sai cos’è il cosplay, vero?” mi ha chiesto Margherita. Ho risposto di sì: certo che lo sapevo. Lo sappiamo tutti… anche voi, no?

 

Ho fatto la fila con una nana travestita da Heidi e uno che al posto della testa aveva un enorme uovo-smile di polistirolo: “E’ Finn di Adventure Time” mi ha bisbigliato Matteo, con una certa ammirazione. E finalmente sono penetrato nel tempio maledetto: una serie di padiglioni in cui stavano stipati gli stand della gadgettistica più o meno aliena: imperdibili collezioni di manga e anime, magliette col logo di Matrix, edizioni deluxe di videogiochi come League of Legends e Assassin’s Creed per console next-generation…

 

Ma noi non eravamo lì per quella paccottiglia (be’?, un po’ anche per quella… e, sapete una cosa? Alla fine l’unico che s’è comprato una maglietta – non vi dico quale – sono stato io). Noi eravamo lì per loro: le star, le figure che fanno scattare nei miei figli il meccanismo identificativo-aspirazionale. Sto parlando degli youtubers. E, quella volta al Romics, due anni fa, di uno youtuber in particolare: tale Cicciogamer89. “Eccolo! Eccolo!”… Urla, spintoni, un accalcarsi di folla alle transenne sotto un palco da concerto rock. “Eccolo, è lui”… Lui l’avevo già visto. Due giorni prima, Matteo era andato su YouTube per mostrarmelo, su mia richiesta; volevo prepararmi psicologicamente, sapete. Allora, eccolo lì, sullo schermo, Cicciogamer89. Per essere ciccio, era ciccio. Aveva venticinque anni, la barba di due giorni, una maglietta dei Guns ’n Roses che subito mi ha maldisposto e salutava con un irritante “hakuna matata!” agitando le mani come un rapper. Stava dicendo qualcosa sul gioco che stava per fare, Clash Royale. Perché Cicciogamer89 è – lo dice il suo nome – un gamer: cioè uno che gioca a un videogame mentre decine di migliaia di ragazzini lo guardano giocare. Mentre parlava, io mi sono concentrato sulla scenografia: Cicciogamer89 stava trasmettendo dalla sua cameretta, con l’armadio dell’Ikea, una porta sullo sfondo dietro cui ho immaginato una madre che stirava pensando a quello che pensavo anch’io (ma perché, se proprio non vuole studiare, almeno non esce a giocare a pallone?) e sopra il letto un poster di Bud Spencer e Terence Hill.

 

Cazzo, io volevo essere come Mick Jagger! come Bruce Springsteen! come Fonzie! Perché… perché vuoi essere come Cicciogamer89? avrei voluto chiedere a Matteo; ma la folla premeva, le urla erano insopportabili, CiccioGamer89, al centro del palco, illuminato da un occhio di bue, già stava gridando: “Hakuna matata!” e io, qualche metro dietro ai miei figli, comunque felice della loro felicità (cos’altro possiamo fare? ditemelo), ho aperto il sacchetto di plastica e ho dato una sbirciatina alla mia nuova maglietta: giuro che non vi rivelerò mai qual è; ma vi basti sapere che Margherita mi ha detto, ridendo: “Papà, ci hai reso orgogliosi di te”.

 

Leonardo Colombati è uno scrittore

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