Ken Loach vince la Palma d'oro. E ora a Cannes inizia a copiare gli Oscar

La cerimonia di chiusura del Festival aveva un pregio, finora: era rapida e senza intervalli. Quest’anno si sono inventati anche l’intermezzo musicale, per aumentare gli sbadigli. E così tra lungaggini e rivendicazioni femministe, “I, Daniel Blake” del regista inglese è stato premiato come miglior film.
Ken Loach vince la Palma d'oro. E ora a Cannes inizia a copiare gli Oscar

Ken Loach (foto LaPresse)

Patto scellerato. “Caro Ken Loach, ripensaci. Non ti ritiri come hai annunciato - tra l’altro proprio qui a Cannes - fai un altro film, e vinci la seconda Palma d’oro”. Nel pacchetto non era compreso il premio ritirato dalle mani di Mel Gibson - troppo presto per sapere quale celebrità si aggirasse in cerca di promozione sulla Croisette - ma l’offerta era più che allettante. Detto e fatto. Spiace però che ad applaudire Ken il Rosso con “I, Daniel Blake” - storia di un infartuato e di una madre single in cerca di sussidi - siano anche i giovani critici che il welfare non l’avranno mai.

 



 

“Vi farò piangere e vi farò arrabbiare” aveva promesso il regista. Perfetto pronostico per la cerimonia di chiusura, dove ha versato calde lacrime anche il giovane canadese Xavier Dolan, premio per la regia. “Spero di non avervi deluso” ha detto il regista di “Mommy”, (evidentemente si era preparato un discorso più adatto alla Palma d’oro che parecchi auspicavano per “Juste la fin du monde”). Lungo e retorico, come quello degli altri vincitori, incluso Jean-Pierre Léaud premiato per la carriera.

 

La cerimonia di Cannes aveva un pregio, finora: era rapida e senza intervalli. Quest’anno si sono inventati anche l’intermezzo musicale, per aumentare gli sbadigli dopo che il presentatore Laurent Lafitte ha fatto la sua passeggiata tra i classici del cinema (sono francesi, ma poi non trovano di meglio che copiare gli Oscar).

 

Comincia con le lungaggini, e le rivendicazioni, la vincitrice della Caméra d’or, premio per la migliore opera prima. Il film era “Divine”, il discorso era un inno all’orgoglio femminile. La regista Houda Benyamina non la smetteva più, e ha rilanciato il grido di battaglia delle ragazze nel film: “T’as du clito” (vi sembra ridicolo dire di una donna che “ha le palle”? voilà l’alternativa femminista). In quel momento, il popolo di twitter che fino a un attimo prima aveva lamentato l’assenza di femmine a Cannes come un sol uomo scriveva “fatela tacere” (e mai che uno si fosse segnato il nome, era “La femme qui a réçu la Caméra d’or”).

 

Mai come quest’anno era difficile fare pronostici. Molti insistevano sulla tedesca Maren Ade e il suo “Toni Erdman” (niente di niente). Altri su “Paterson" di Jim Jarmusch (Palme Dog al cane, postumo). Cristian Mungiu (con il bellissimo “Bacalaureat”) e Olivier Assayas (con lo sciocco e leccato “Personal Shopper”) si sono spartiti il premio per la regia, solo il rumeno lo meritava. Con “The Salesman” l’iraniano Asghar Farhadi ha vinto il premio per la sceneggiatura, un altro è andato all’attore Shahab Hosseini. Altrettanto sconosciuta la migliore attrice Jaclyn Rose, nel film “Ma’ Rose” del filippino Brillante Mendoza. E’ successo quel che temevamo: l’americano George Miller, regista di “Mad Max: Fury Road”, si è fatto spaventare dagli intellò parigini.  

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