Il farmaco che cura l’omofobia

Non c’era bisogno della provocazione: c’è già la vera gogna ideologica
Il farmaco che cura l’omofobia

Una confezione di Homophobiol

Nell’ambito della Giornata internazionale contro l’omofobia, le associazioni Lgbt hanno lanciato un trattamento medico: “Il primo trattamento contro l’omofobia”. Si chiama Homophobiol. In ogni scatola di “medicina” Homophobiol ci saranno una caramella e un tatuaggio temporaneo con i colori dell’arcobaleno, diventato il simbolo globale della difesa degli omosessuali. Su un foglietto informativo inserito nel pacchetto ci sono le istruzioni dettagliate: “E’ indicato in caso di insorgenza di sintomi di omofobia come insulti, rifiuto, comportamento aggressivo, paranoia, cattive imitazioni, battute di cattivo gusto”.  Ovviamente si tratta di una provocazione delle organizzazioni Lgbt. Ma non serviva, c’era già la pozione del politicamente corretto. Quella vera.

 

Per “curare” l’omofobia, espressione sotto la quale viene ormai marchiato a vista qualsiasi pensiero critico delle nozze omosessuali o della gay culture più militante, c’è già la riprovazione sociale e culturale, la demonizzazione, il cordone sanitario, il sospetto di lesa omofilia. Basta posare questo sguardo inquisitorio per distruggere una persona, esporla al pubblico ludibrio, sia esso Barilla, il capo di Mozilla, un giornalista o Dolce e Gabbana. Piuttosto che il divertente e macabro Homophobiol, i guerrieri dell’Lgbt potevano approntare le orecchie da asino in uso durante l’Inquisizione. Il cappello della vergogna e della gogna. Quello manca all’armamentario del pensiero sessualmente corretto.

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