La ragazza del lago

L’ultima signora nata nell’800 vive sul Lago Maggiore, detesta le suore e dorme con il borsellino addosso. Una vita lunghissima (con crema antirughe). L’abbiamo incontrata.

La ragazza del lago

Quanto sarebbe bello che il suo medico novantenne le dicesse: fa’ quello che vuoi Emma, te lo sei meritato, va’ a ballare, mangia i cioccolatini (foto di Annalena Benini)

Emma, guarda, è venuto un bel ragazzo a trovarti. Fallo venire qua, risponde Emma, e poi il ragazzo entra e sembra che lei non lo guardi nemmeno, “non ci vedo più, sono stanca”, ma sulle spalle adesso ha uno scialle colorato e sulla faccia un quasi sorriso. Più di un secolo di sorrisi e del loro contrario, centosedici anni negli occhi della signora che vive a Pallanza, sul Lago Maggiore, e il lago si vede dalla finestra, insieme al campanile della chiesa. La casa ha due stanze e due finestre, una finestra in cucina e una finestra in camera da letto, molte foto di santi e molte foto di famiglia che lei non guarda mai: una foto grande di Emma a un anno, nel 1900, e una molto bella di Emma nel 1943, quando scappava dai corteggiatori che volevano sposarla, amarla, ascoltarla cantare “Parlami d’amore Mariù”, guardarla ballare, ballare con lei. Lei non voleva più uomini, troppo intorno, troppo addosso, e adesso chiede alla sua badante colombiana, Giamile, allegra e bella: “Hai un uomo?”, la ragazza risponde di sì sorridendo, Emma le dice: “Se ti serve tienilo, sennò caccialo via, io ne ho avuto abbastanza degli uomini”, e nel dirlo ritrova la forza di una certezza. Emma Morano, decana d’Europa, ha centosedici anni e mezzo ma fino a otto mesi fa la aiutava soltanto una nipote, Rose Marie, la mattina, “e lei non voleva nemmeno darmi la chiave di casa”. Le piaceva stare da sola in quelle due stanze senza bagno, con il letto di legno che prima era matrimoniale, ma quando Emma ha lasciato il marito, nel 1938, lo ha fatto segare in due dal falegname: si vede ancora una testiera a metà. Era il 1938. Erano ottant’anni fa, prima della Seconda guerra mondiale, quando lei lavorava in fabbrica, costruiva sacchi di juta, e tornava a casa e il marito la prendeva a calci.

 

“Calci nel sedere e botte, ma io non facevo niente di male!”. L’ha detto a me, senza guardarmi, Emma Martina Luigia, mi ha fatto entrare, di mattina, nella sua stanza, ma solo dopo aver nascosto la crema per il viso nel comodino: crema Venus alla vitamina E, “non voglio che la signora sappia che crema uso”, ha detto alla badante (se la mette da sola, un po’ alla cieca, sulla faccia, sul collo e sulle mani). Mi ha fatto entrare anche se non sono un bel ragazzo, ma le ho portato un mazzolino di fiori e a lei i fiori piacciono, ci ha messo il naso dentro e ha detto, seduta sulla poltrona rossa: “Avevo tante rose nel mio giardino”. Aveva tante rose, ha avuto molte vite, la storia d’Italia le è passata accanto e a volte le ha fatto male, come quell’uomo che l’ha costretta a sposarlo: “O mi sposi o ti uccido”, durante il fascismo, e lei ha avuto paura di morire davvero, ma una paura che è durata soltanto un po’ e che è finita per sempre quando è morto suo figlio: aveva sette mesi, Emma l’aveva lasciato la mattina che sorrideva, per andare in fabbrica a costruire i sacchi, era tornata alle sei del pomeriggio e lui piangeva, e c’era già il medico che scuoteva la testa: non c’è niente da fare. Accanto al letto segato a metà, adesso, c’è in cornice la foto di un bambino piccolo, vestito e con la cuffietta, ma gliel’hanno fatta che era già morto, la sua unica foto nel 1938, ed è meglio non guardarla, anche se è tutto quello che resta. Lei ha dato per molto tempo la colpa alla signora che lo badava, e il marito continuava a picchiarla ogni giorno, tradirla e picchiarla, e un giorno un vicino di casa che sentiva le urla e le botte l’ha fermata per strada e le ha detto: ma come fai? “Io allora ho preso la mia roba e sono scappata, anche l’armadio ho preso e gli ho detto: trovati un’altra da picchiare”. Non so se lo stia raccontando proprio a me, o al vento, o agli angeli, o alla nipote, o alla ragazza bionda e polacca che le ha dato l’uovo crudo a colazione, alle otto, e poi il latte con le fette biscottate ammorbidite. Vengono a studiarla per capire il segreto della lunga vita, vengono dall’America e dalla Svizzera e la osservano mandare giù l’uovo crudo tutto rosso, e mangiare velocissima la carne con le mani, e poi chiedere una banana, per dolce, e subito addormentarsi.

 

E’ una lunga vita, la più lunga che si possa immaginare, ma è stata una bella vita? “Così così”, dice Emma, quando la ragazza le ripete le domande a voce altissima: “Sei felice, Emma?”, “Così così”. Ti piace vivere? “Così così”. In queste due stanze senza bagno e senza termosifone (c’è una stufa, ma Emma ha paura di consumare troppa elettricità e la tiene spenta), con le onoreficenze per la longevità incorniciate alle pareti insieme ai santini e ai rosari e a una foto sorridente di due sorelle, della mamma e del babbo, di un fratello morto giovane (nessuna foto di fidanzati, nemmeno quello partito per la Prima guerra mondiale e mai più rivisto che le piaceva tanto, “ma aveva delle amicizie”, mi dice la nipote scandendo bene le parole, perché io capisca), in questo appartamento in cima alle scale di pietra da cui Emma non esce da quando aveva centodue anni ed era andata al ristorante (quattordici anni fa), la vita è lunga, lunghissima, ed è così così: la sera si spegne la luce perché fa male agli occhi e perché costa cara, e certe cose non si ha nemmeno più voglia di ricordarle. Due anni fa era diverso, due anni fa era molto più giovane, e anzi l’anno scorso si metteva seduta accanto alla finestra e si alzava la notte a mangiare le caramelle al miele.

 

Ma ti ricordi, Emma, quando cantavi e tutti si fermavano ad ascoltarti? Non mi ricordo più niente, ma le suore non voglio vederle mai più. “Le suore erano cattive, io lavoravo come un accidenti!”. Le suore erano cattive, lei lavava e tagliava la verdura, negli anni Sessanta in un collegio, il pensiero le torna addosso e si arrabbia e urla contro le suore che forse hanno fatto morire di fame anche suo padre, urla con una voce di bambina: perché dopo un secolo la vita fa tutto il giro, e lei adesso è una bambina di centosedici anni che piange perché non può mangiare i cioccolatini di notte (“mezzo chilo di gianduiotti alla settimana”, scuote la testa la nipote apprensiva, adesso invece solo biscotti morbidi e la mela grattugiata, ma quanto sarebbe bello che il suo medico novantenne le dicesse invece: fa’ quello che vuoi Emma, te lo sei meritato, va’ a ballare, mangia i cioccolatini, mangia anche la colomba al cocco che la badante ti da un po’ di nascosto perché non fa bene allo stomaco). Dov’è la bellezza, adesso che non c’è nemmeno più il gatto a cui dare da mangiare e da sgridare se scappa dalla porta? Adesso che non riesce più a guardare “Rex” e “La signora in giallo”, e però nella cucina gelida si parlano tante lingue: polacco, spagnolo, inglese, tedesco, perché tutti vogliono salutare Emma, fotografarla, scoprire qualcosa di pazzesco sulle sue abitudini, una pozione magica, un amante, un tesoro nascosto, e una giornalista tedesca cerca di farsi dare la mano davanti alla macchina fotografica ma Emma la ritrae e dice: “Voglio riposare”, anche se la giornalista le ha portato un’orchidea e lei ama i regali, anzi ha detto alla badante che le persone possono venire “solo se portano qualcosa”.

 

La donna più anziana del mondo, l’unica a essere nata nell’800, anche se per pochissimi mesi, l’unica a essere ancora lì, a fissare il muro e a dire: dove vai, a chi stai telefonando? La pago io la bolletta! Forse, a un certo punto, la genetica e l’aria buona si mescolano alla rabbia, alle lacrime versate, alla decisione di non piangere mai più per nessuno, di non soffrire mai più. “Non mi hanno vista più”, è la frase che Emma mi ripete con il naso dentro i fiori bianchi, e quelli che non l’hanno vista più sono gli uomini insistenti, aggressivi, oppure soltanto brutti che la inseguivano, nella realtà e nel suo ricordo, nelle sue visioni di adesso, quando vede tante persone che corrono lungo i muri, e tante persone su un prato che vengono caricate su un camion, e allora recita una preghiera: “Proteggimi dal cane, dal serpente e dalla cattiva gente”. Non ci sarebbero più nemmeno motivi per soffrire, adesso, a parte l’influenza quando arriva, ma una parente piena di buone intenzioni le ha letto il certificato di nascita, una carta tutta piena di svolazzi, in cui il nome intero è Emma Martina Luigia, nata in una casa di campagna da una madre di ventidue anni, e da quel certificato si capisce che sua madre non era ancora sposata quando lei è nata. Per questo ha sofferto, due anni fa. Ha chiesto alla nipote se era vero, ha pianto e ha detto: ecco perché le mie sorelle mi chiamavano bastarda. Lei pensava che la invidiassero perché era più bella e più elegante, aveva vissuto per un po’ con la nonna a Biella e si dava le arie da signorina, non sapeva che era bastarda, ma le badanti ridono e le portano il mondo dentro quelle due stanze: ma che ti importa Emma, vuoi una banana?

 

Emma dorme con il borsellino nella tasca del grembiule e molte volte per notte si sveglia e grida: me l’hanno rubato! E allora la ragazza colombiana che dorme in una brandina lì accanto deve rassicurarla, le dice cercarlo, forse l’hai messo sotto il cuscino, e infatti ecco il borsellino, insieme al campanello per dare l’allarme, e Emma si siede sul letto, tira fuori le banconote al buio e cerca di contarle anche se non vede nulla. Mancano venti!, grida, e la ragazza allora si rassegna e si alza e conta i soldi con lei, lo vedi che ci sono tutti? E Emma si riaddormenta ancora un po’, con la chiave dell’armadio legata al collo, perché nell’armadio chiuso a chiave ci sono un crocifisso speciale che le ha spedito il Papa, una moneta dell’Expo e qualche coperta in più, qualche altro ricordo dimenticato, qualche regalo di chi è arrivato da lontano per guardare la signora più anziana che c’è, e ha portato un rosario, una ghirlanda, un cuscino ricamato. “Possono venire, ma devono portare qualcosa, anche delle banane, ma qualcosa: non si va a casa d’altri a mani vuote”. Glielo aveva insegnato la madre, con cui per un po’, alla morte di molti, ha anche vissuto, e allora lei per paura di spendere è andata sempre pochissimo in visita. Così adesso che c’è la badante, e poi la sostituta, sembra che Emma si diverta di più: loro scherzano, le dicono raccontaci dei tuoi spasimanti, di quello che ti voleva portare a cantare alla Scala e tu gli hai detto vattene, le ragazze portano in quelle due stanze la giovinezza e la speranza, l’allegria di chi ha ancora moltissimo da fare.

 

“Hai delle belle gambe”, ha detto un giorno Emma a Giamile, “ma attenta, gli uomini non servono a niente”. Era sdraiata a letto, e aveva il suo solito straccetto sopra gli occhi, per dormire meglio (secondo tutti gli altri, lo usa per spiare senza essere vista). “Ma come fai a vedermi le gambe se dici che non vedi niente, ci prendi in giro allora”, ride Giamile e quasi ride anche Emma, dentro questa vita sempre uguale, di cui però non è ancora stanca, non è sazia. Perché ha avuto poco, non ha avuto abbastanza, ha pulito verdure, costruito sacchi di juta e ciabatte di stoffa, cacciato via uomini, seppellito un figlio e tutte le persone che ha amato. “La polvere negli occhi”, dice quando le chiedo del suo lavoro. La pelle e il cuore si sono induriti, dice sempre: spegni la luce, spegni la televisione, spegni la stufa, gli uomini non servono a niente, dove sono i miei soldi. Ma non ci sono ricordi belli in una vita lunghissima, dentro un mondo che a poco a poco si è inchinato davanti alla perseveranza di Emma Morano, che fino a centodue anni faceva due piani di scale ripide di pietra? “Avevo tante rose nel mio giardino, ma mi è toccato andare via”.

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