L’ultimo viaggio di Hitchens

Ammazzare il tempo… a rifletterci su un momento, è un’espressione assai grossolana e disinvolta, considerando che, in fin dei conti, è il tempo ad ammazzare te”. Hitchens sapeva bene che persino una battuta partecipa a quel grande allenamento alla morte che costituisce il fondo di ogni filosofia autentica.
L’ultimo viaggio di Hitchens

Christopher Hitchens (foto LaPresse)

“Come morì Socrate?” gli fu chiesto una volta, ed egli rispose: “Come avrei desiderato morire io stesso”
(Diogene Laerzio, “Vita di Aristippo”)

“Raramente ce ne andiamo docilmente in quella buona notte”
(Sherwin Nuland, “How we die”)

 

Ammazzare il tempo… a rifletterci su un momento, è un’espressione assai grossolana e disinvolta, considerando che, in fin dei conti, è il tempo ad ammazzare te”. Hitchens sapeva bene che persino una battuta partecipa a quel grande allenamento alla morte che costituisce il fondo di ogni filosofia autentica. Ma viene il momento in cui, come nello sport o nella guerra, dopo tanto esercizio e magari qualche scaramuccia, si gioca la partita decisiva, si entra davvero in guerra. Riflessioni, posizioni ideologiche ed etiche, speranze e paure assumono una luce diversa quando ti svegli con “la sensazione di essere incatenato al mio stesso cadavere”: fu così che una mattina Hitchens si trovò improvvisamente a dover chiamare il pronto intervento. C’è troppa concitazione in quei momenti per riflettere, ma “rivedendo la scena a posteriori mi rendo conto adesso che si è trattato di una deportazione ferma e gentile dal paese dei sani oltre il desolato confine della terra della malattia”, per un tumore alla gola e ai polmoni, estremamente esteso e grave.

 

Quella stessa sera, Hitchens avrebbe dovuto dialogare in pubblico con l’amico scrittore Salman Rushdie: decise di non cancellare l’evento, e si rivelò arguto e spumeggiante come sempre. Più di sempre, in effetti, nelle parole dello stesso Rushdie: “Resta difficile credere che sia potuto essere cosi magnifico in pubblico, in una giornata tanto spaventosa in privato. Aveva mostrato più che stoicicismo. Aveva gettato il riso e l’intelligenza in faccia alla morte”. Hitchens l’aveva difeso con tutte le energie della sua penna e della sua oratoria, ai tempi dell’odiosa fatwa per i “Versetti Satanici”. Rushdie avrebbe sempre conservato una foto che lo ritraeva con Hitchens e il busto di Voltaire (“quella fotografia è uno dei miei tesori più preziosi: io e i due Voltaire, uno di pietra e uno assai assai vivo”); ed era proprio un aneddoto sull’illuminista francese che Hitchens amava ricordare quando si parlava dei capezzali degli atei: “Simpatizzo col grande Voltaire il quale, tormentato in punto di morte perché rinunciasse al diavolo, mormorò che non gli sembrava il momento di farsi dei nemici”.

 

Già, questo è il punto, come si muore? E’ sempre la punteggiatura alla fine della frase che dà senso a tutte le parole precedenti, a farne davvero un’esclamazione, una domanda, una sentenza. Diamo sempre molto valore alle “ultime parole famose”. Alessandro Magno che sussurrava “al più forte” ai suoi generali – riecheggiando forse la tragica sfida del pomo della Discordia, “Alla più bella” – lo scrittore Bernanos, che mormorava a Dio “a noi due, finalmente”. Ci permettono l’esperienza vicaria di ripercorrere, come in un romanzo, un intero tragitto, una sintesi che (presentiamo) si rivelerà molto più difficile quando sarà effettivamente il nostro turno.

 

Hitchens visse l’esperienza del cancro così come aveva affrontato tutto il resto, in modo assolutamente personale, con un’assenza di livore che ricorda più quanto si racconta della fine di Epicuro che lo scontro di Oriana Fallaci con “l’alieno”. E, per Hitchens, vivere qualcosa voleva dire poterne scrivere. Così fece anche stavolta, dalle pagine di “Vanity Fair”, dove per contratto si era impegnato a scrivere “di tutto eccetto lo sport”. Dopo l’Iraq e i Balcani, ecco un nuovo territorio di guerra da raccontare come inviato speciale, un territorio per di più direttamente confinante col “paese da cui nessuno fa ritorno”, per dirla col Bardo. Hitchens avrebbe visitato “Tumorlandia” con la stessa lucida e umoristica pietà riservata alla Corea o Cuba (“il nuovo paese è piuttosto accogliente, a suo modo. Tutti sorridono incoraggianti e non c’è traccia di razzismo. Prevale uno spirito egualitario ed è evidente che i responsabili non sono arrivati dove sono grazie al merito e al duro lavoro. Per contro, l’umorismo è mediocre e ripetitivo, il sesso è un argomento quasi inesistente e la cucina è la peggiore che abbia mai provato”), facendo piazza pulita dei luoghi comuni con cui spesso esorcizziamo le nostre esperienze più complesse.

 

Amava troppo le parole, e le esperienze sottese per cedere, persino qui dove sarebbe tanto facile seguire il senso comune. Prendiamo un’espressione come “la battaglia con la malattia”, con cui solitamente la società cerca di omaggiare malati e defunti. Certo, questo fu per Hitchens davvero l’ultimo scontro di una vita orgogliosamente “polemica”, la sua Lepanto, le sue Termopili. Ma egli sapeva bene che, in fondo, non si combatte davvero una malattia, ma solo ciò che le si accompagna: il dolore (anche delle terapie), lo sconforto, il cinismo, la paura e le sue scappatoie. “Non hai ancora smesso di vomitare?” gli aveva chiesto in passato Sam Husseini, col quale si era pesantemente scontrato su diversi argomenti. Alla fine, quella battuta pareva quasi un sinistro sortilegio, visto ciò che Hitchens raccontò dei suoi ultimi mesi scanditi dalla nausea e dagli spasmi del vomito, con la franchezza e l’ironia di sempre.

 


Christopher Hitchens in una delle sue pose ironiche


 

Dagli inevitabili riti sociali che seguono il grande annuncio del tumore (“Quando ti ammali, la gente di manda dei cd”) e come gestirli (“Siamo tutti d’accordo che la domanda ‘Come stai?’ non implica il giuramento di dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità. Perciò, quando me lo chiedono di questi tempi, ho la tendenza a dare risposte criptiche del tipo: ‘Un po’ presto per dirlo’”) alle questioni che la circostanza ti obbliga a sollevare, e le risposte che, al pari dell’islandese di Leopardi, ravvisi nella Natura delle cose: “Alla stupida domanda ‘Perché io?’ l’universo si prende a malapena il disturbo di replicare: perché no?’. Ci sono privazioni piccole come la frustante difficoltà per gli infermieri a farti un prelievo, con la decantata ‘battaglia’ contro il cancro ridotta a una lotta per tirar fuori poche gocce di sangue da un grande mammifero a sangue caldo che non riesce a fornire”, o ritrovarsi il “labbro superiore liscio come fosse stato depilato con l’elettrolisi, che mi fa somigliare un po’ troppo a una zietta zitella”; altre, come l’assopimento sessuale (“se avessi Penelope Cruz tra le mie infermiere, non me ne accorgerei neppure”), l’impossibilità di vedere risorgere il World Trade Center o consegnare alla giustizia o all’infamia avversari come Kissinger o Ratzinger erano ben più pesanti.

 

Tuttavia, a ben guardare, quelle davvero gravi restavano comunque altre. Dover lasciare, come Dante, “ogni cosa diletta più caramente” comprendeva soprattutto sua moglie Carol, i propri figli, gli amici, e persino la voce con cui aveva riso, pianto e combattuto per tutta la vita: “La perdita della capacità di parlare somiglia più a un attacco di impotenza, o all’amputazione di una parte della personalità. Sia in pubblico che in privato, io ‘ero’ in larga misura la mia voce”. Per Hitchens poche gioie su questa terra erano paragonabili all’“attimo delizioso in cui si interviene per dare il tocco finale a una storia, scatenare una risata o mettere in ridicolo l’avversario. Vivevo per momenti come quelli”. E’ proprio quando qualcosa può esserti sottratto che noti con rinnovato stupore ciò che magari davi per scontato: “Nella letteratura medica, la ‘corda’ vocale è una semplice ‘piega’, un lembo di cartilagine che si tende e tocca il suo gemello, producendo così un’ampia varietà di effetti sonori. Ma io sento che dev’esserci una relazione profonda con la parola ‘corda’: la vibrazione sonora capace di suscitare ricordi, produrre musica, evocare l’amore, far piangere, muovere la folla alla pietà e infiammare di passione le masse”. 

 

Quanto aveva già difeso per tutta la vita, per sé e per gli altri, assume una nuova, letterale concretezza: “In cosa spero? Se non in una cura, in una remissione. E cosa voglio che mi sia restituito? Per dirlo con la più bella combinazione di due semplicissimi vocaboli della nostra lingua: la libertà di parola”. Come Prospero nell’ultimo dramma di Shakespeare, imperniato sul lasciare andare le cose, i rancori, la vita stessa, anche Hitchens doveva rinunciare agli incantesimi che lo avevano reso famoso. Ma non a tutti, visto che aveva ancora qualcosa da dire, come materialista sulla soglia della morte. Alla notizia della sua malattia i credenti si divisero fondamentalmente in due grandi gruppi, e ognuno si meritò una risposta specifica. A coloro che festeggiavano il castigo divino, che pareva aver significativamente marchiato la voce dell’esecrato autore di “Dio non è grande”, Hitchens teneva a “rassicurare che la mia gola, al momento sanissima, non è affatto l’unico organo con cui ho bestemmiato”; mentre a coloro che, magari con sincera partecipazione, speravano in un’ultima occasione di ravvedimento (sui social si diedero appuntamento  il 20 settembre per “la giornata di preghiera per Hitchens”, per la sua guarigione e conversione), Hitchens mostrò senza acribia che, per una volta, il detto medievale per cui “il Diavolo stava male, il diavolo si è fatto frate” non era vero. Gli ultimi mesi furono scanditi da ciò che aveva impreziosito tutti gli altri: gli amici, la famiglia, il chiacchierare insieme, e tutta la scrittura che gli fu possibile stendere, fosse pure a frasi sempre più brevi.

 

Sua moglie Carol racconta che le chiese di libri di Mencken, Nietzsche e Chesterton per le degenze in ospedale (già, sullo stesso comodino i paradossi del profeta della morte di Dio e quelli del creatore di Padre Brown). Anche nelle notti più difficili, nel ricordo di lei, “stavamo sdraiati uno accanto all’altra nei nostri letti singoli. A un certo punto ci svegliammo e ci mettemmo a bisbigliare come bambini che passano la notte a casa dell’amichetto. All’epoca, era la cosa migliore che potesse capitarci”. Neppure quando il cancro avanzava, e le cure lo lasciavano esausto e confuso, Hitchens si dimenticò del loro anniversario e, complice un’infermiera, fece arrivare una torta su un piattino di plastica. Nella sua ultima apparizione pubblica, in un congresso per la scienza e il secolarismo, ormai calvo ed emaciato, i telefonini ripresero un suo scambio di battute con una bambina che gli chiedeva cosa leggere per sviluppare una mente aperta. Le consigliò “I miti greci” di Graves, e quando la piccola interlocutrice rispose a sorpresa di averli già letti, Hitchens si guardò intorno e mormorò sorridendo “la faccenda si fa sempre peggiore, come con i maestri del Tempio davanti a Gesù ragazzino”. Poi tornò a fissare la bambina e le disse che sarebbe voluto essere come lei alla sua età, augurandole “tanto amore”. Glielo ripeté ancora “Remember the love bit.” Morì il 15 dicembre di quello stesso anno.

 



 

E’ sempre molto difficile e riduttivo tirare le somme di una vita, additare un testamento . Hitchens non fa eccezione. Certo, ci sono le parole sue, e quelle di altri. Quelle che affidava all’interlocutore immaginario di “Lettere a un giovane ribelle”: “Guardati dall’irrazionale, per quanto seduttivo. Sta all’erta di fronte al trascendente e a tutti coloro che ti invitano ad assoggettarti o ad annullarti. Diffida della compassione; preferisci la dignità per te e per gli altri. Non aver paura di essere considerato arrogante o egoista. Immaginati tutti gli esperti come dei mammiferi. Non essere mai spettatore dell’ingiustizia o della stupidità. Cerca la discussione e la disputa per il piacere che ti danno; la tomba ti offrirà un sacco di tempo per tacere. Sospetta delle tue stesse ragioni, e di qualsiasi scusa. Sospetta delle tue stesse ragioni, e di qualsiasi scusa. Non vivere per gli altri più di quanto ti puoi attendere che gli altri vivano per te”. Ci sono gli omaggi tributatigli dallo scienziato e sodale Richard Dawkins – “il più grande oratore del nostro tempo” o da Sam Harris – “aveva più arguzia di alcune intere civiltà di mia conoscenza”. Per Stephen Fry, l’unico paragone possibile forse era quello con Demostene negli anni dell’ultima disfatta di Atene.

 

Lo scrittore Ian McEwan disse che la sua mente era una Rolls-Royce, mentre il poeta George Fenton lesse per lui questi versi: “E potrà esserci un patto tra / amici vivi e amici defunti. / Ciò che i cari defunti vorrebbero / da noi / sarebbero amici vivi così”. Ma forse il ricordo più bello è quello di un collega giornalista, George Packer del “New Yorker”, che con Hitchens si era anche scontrato: “Era una delle poche persone capaci di farti a pezzi sulla stampa, per poi incontrarti per una bevuta e coversare col calore autentico dell’amicizia, discutendo un autore ammirato da entrambi, ciarliero fino all’ultimo”. E’ in fondo quello che si augurava lui stesso, e che sperava fosse possibile in quella conversazione magica che può stabilirsi anche a distanza, nello spazio e nel tempo, grazie alla scrittura: “Il complimento più gratificante che può farmi un lettore è dirmi che si sente chiamato in causa personalmente. Pensate ai vostri scrittori preferiti e riflettete se non sia proprio questa una delle cose che vi attraggono, anche se spesso all’inizio non ve ne rendete conto. L’unico equivalente umano è una buona conversazione”. Lo sapeva anche uno dei suoi eroi, Socrate che, prima di essere costretto a bere la cicuta, si era rivolto ai suoi concittadini con un filo di sorridente malinconia, perché “per troppo breve tempo abbiamo conversato insieme”.

 

Le circostanze, la malizia o l’ignoranza possono farci perdere un sacco di tempo, che avremmo potuto impiegare molto meglio, dedicandola all’unum necessarium. La cicuta ci aspetta tutti, qualunque sia la circostanza ad accostarcela alle labbra, ma, in una commovente staffetta, è sempre possibile riprendere quel dialogo che ogni potere violento, esteriore o interiore, vorrebbe troncare. Ed è proprio alle ultime parole di Socrate, a quella sua ultima lezione che mescolava ancora una volta ironia e profondità, che Hitchens si era richiamato quando gli era stato domandato se non sperasse nella vita eterna: “Perché non accettare questa magnifica offerta? Perché non ti piacerebbe incontrare Shakespare, per esempio? L’unica risposta per cui mi piacerebbe incontrare Shakespeare, o potrei anche solo desiderarlo, è perché io posso incontrarlo, in qualsiasi momento, perché egli è immortale nelle opere che ci ha lasciato… Ma quando Socrate fu condannato a morte per le sue ricerche filosofiche, e per blasfemia per aver sfidato gli dei della città – ed accettò la sua morte – egli disse che, beh, se siamo fortunati, forse avrò modo di continuare a conversare con gli altri grandi pensatori, e scettici. In altre parole, che la discussione su ciò che è bello, ciò che è nobile, ciò che è puro, e ciò che è vero, può sempre continuare. E perché questo è importante? Perché è l’unica conversazione degna di essere fatta. E se prosegua oppure no dopo che sarò morto, io non lo so. Ma so per certo che è la conversazione che voglio fare finché sono ancora vivo”.

 

Anche per noi, che ci aggiriamo ancora nella valle delle lacrime e delle risa, è comunque possibile fare la sua stessa esperienza. Possiamo incontrarlo nelle sue parole, nelle sue opere, scaldarci al fuoco della sua amicizia e umorismo, discuterci furenti fino all’alba, farci mettere in discussione, ridere con lui, indignarsi con lui. La buona conversazione può continuare. Con una strana scoperta. Siamo accontentati, si diventa davvero ciò che si ama, come intuì Agostino, aggiungendovi sempre  però un tocco nuovo, personale. Hitchens è stato davvero un Prometeo, come voleva, come ammirava Rosa Luxemburg, Trotskij o Lucrezio. Anche lui voleva sottrarre il fuoco agli Dei della paura e dell’ignoranza, ritrovandosi col fegato sempre roso dall’aquila dell’indignazione. Ma, in mezzo a tutte le sue sfide, le sue esortazioni e bestemmie, al suo spegnersi come Capaneo (“Qual io fui vivo, tal son morto”) è sempre trapelato anche quel richiamo sorridente, rivolto alla bambina del suo ultimo incontro. Forse il suo testamento più autentico è proprio lì, così come non capiremmo tutto neppure della morte di Socrate se ignorassimo quel suo buffo arruffare i capelli di un giovane discepolo, prima di bere il veleno. Camus aveva cercato nel mito di Sisifo un’immagine-simbolo della nostra condizione di moderni in cerca di senso, col peso delle nostre gioie, delle nostre disperazioni e responsabilità morali sulle spalle. Parafrasandolo, chi accetta di continuare a conversare con Hitchens, sa che forse dobbiamo immaginare felice anche Prometeo.
11. fine

 


Voleva essere Emile Zola, Prometeo, Oscar Wilde. E li è stati tutti e tre. Ha difeso Salman Rushdie e attaccato Kissinger, i Clinton, Sua Maestà la regina. Ha denunciato gli orrori dell’islamo-fascismo, di Cuba, della Corea del nord. Non voleva processare solo Benedetto XVI o Madre Teresa, ma Dio stesso. Armato solo d’una delle prose più colte, ironiche e avvincenti del giornalismo. Tutto questo e molto altro è stato Christopher Hitchens, di cui il Foglio ha ambito a narrare vita e opere, con una serie di suoi scritti inediti, e con le testimonianze di amici, familiari e nemici. Il ritratto di uno dei più grandi polemisti del Novecento, di cui si sente terribilmente la mancanza. “Perché l’essenza della mente indipendente non sta in cosa pensa, ma in come pensa”. Parole sue.


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