Gli smontaggi dell’amore

Brevi incursioni artistiche e biologiche sul significato primo, ultimo e penultimo della relazione umana. Da Twain a Platone, nell’èra di “al cuor non si comanda”. Smontare l’amore invece di affannarsi nel tentativo di creare schemi così complessi? Per smontare ci vogliono strumenti. Ci sono quelli letterari e quelli della biologia evoluzionista. Possiamo usarli entrambi.
Gli smontaggi dell’amore

“The Secret Gardens of Dreams: Oniricum, Immaginarium, Desiderium”. Allestimento mobile di Antonia Sautter. Venezia, 2016

Se bisogna fare un viaggio sulle strade dell’amore non sarebbe il caso di attrezzarsi con un bagaglio leggero? Un minimo teorico. Smontare l’amore invece di affannarsi nel tentativo di creare schemi così complessi? Per smontare ci vogliono strumenti. Ci sono quelli letterari e quelli della biologia evoluzionista. Possiamo usarli entrambi. Mark Twain, per esempio, scrittore e umorista sopraffino, anticlericale (e parecchio pessimista negli ultimi anni della sua vita per gravi lutti e tanti debiti). “Il diario di Adamo e di Eva”. Ecco, si chiede, ma com’era l’amore all’inizio dei tempi? Perché Adamo si innamora di Eva e viceversa? Vabbè, c’era poca scelta, ma la domanda non cambia. Twain naturalmente un po’ prende in giro la Bibbia. Tra l’altro, il giardino dell’Eden si troverebbe, secondo Twain, vicino le cascate del Niagara, e questo perché il “Diario di Adamo”, il primo a uscire, è del 1904, faceva parte di un volume sulle cascate del Niagara (uno sponsor insomma).

 

Dunque, chi è Adamo? Un preadolescente tutto concentrato nelle sue attività. All’inizio non sopporta Eva – questa strana creatura dalla buffa criniera – lui vuole fare i tuffi e starsene per conto proprio, lei parla sempre. Tuttavia quando perdono il giardino dell’Eden, lui decide che gli conviene innamorarsi, così almeno possiede qualcosa ora che il paradiso è perduto. Eva lo lascia fare, gli fa trovare due specie di cuccioli strani, che emettono versi e hanno sempre fame, Adamo li guarda e li studia, ma non capisce cosa sono, li chiama cangurum adamiensis. Poi Eva lo corregge: Caino e Abele. Eva nelle pagine finali del suo diario si chiede perché mai ami Adamo: “Non è per la sua intelligenza che lo amo – no, proprio no. (…) Non è per la sua applicazione costante al lavoro che lo amo – no, proprio no. (…) Non è per la cultura che ha che lo amo – no, proprio no. E’ un autodidatta e, a essere sinceri, sa un’infinità di cose, che però non sono vere. Non è per la sua galanteria che lo amo – no, proprio no. Mi ha fatto la spia, ma io non gliene voglio. (…) E allora qual è mai il motivo per cui lo amo? SEMPLICEMENTE PERCHE’ E’ MASCHIO ed è Mio, credo. Per questo lo amo. Sì, penso di amarlo per la semplice ragione che mi appartiene e che è maschio”. Poi quasi si pente e dice “ma sono solo una giovane donna, la prima a occuparmi della questione, è possibile che, dato che non ne so molto, non abbia capito come stanno le cose per davvero”.

 

Naturalmente Eva non pensava che poi a chiarire le cose saremmo arrivati noi. Adamo comincia ad amare Eva perché perde la proprietà, Eva invece perché Adamo è maschio ed è suo. I mattoni elementari sono questi, e tuttavia alla fine riescono a costruire un sentimento, si ritroveranno perdutamente innamorati. “E’ mia preghiera e desiderio che le nostre vite finiscano insieme, desiderio che non sparirà mai dalla faccia della terra e che fino alla fine dei tempi vivrà nel cuore di ogni sposa innamorata. Ma se la vita di uno di noi dovrà per prima arrivare alla sua fine, è mia preghiera che quella vita sia la mia. La vita senza di lui non sarebbe vita, come farei a sopportarla? Anche questa mia preghiera è immortale e fino a quando la mia razza si perpetuerà non smetterà di essere pronunciata”. Muore prima Eva (come la moglie di Twain) e Adamo scrive sulla sua tomba: “Ovunque lei fosse QUELLO era l’Eden”.

 

Potremmo quasi mettere in piedi una prima declinazione: l’amore è imparare a donare? Da egoisti (sei mia, sei mio) ad altruisti. Ma anche qui, cos’è l’altruismo se non un’evoluzione dell’egoismo? Questa considerazione non è mia, purtroppo. Ma di François duca di Rochefoucauld, la troviamo nella sue massime: l’altruismo è un’abile previsione delle sventure che ci possono capitare. I favori che facciamo ad altri sono in realtà benefici anticipati che facciamo a noi stessi. Naturalmente l’altruismo funziona meglio dell’egoismo, in biologia gli egoisti possono vincere nel proprio gruppo, ma i gruppi altruistici vincono sempre su quelli egoistici. Ma i due termini non sono opposti, sono gemelli. Dunque se l’amore è un dono conviene scartare quelle concezioni ingenue, là dove si ripete che donare è bello, chi dona si arricchisce spiritualmente. E’ necessario chiedersi, più cinicamente (e realisticamente) per esempio quando, in che circostanze si sceglie di donare, e soprattutto a cosa serve donare? Ho un ricordo netto: sono nell’androne dell’asilo, aspetto che mi vengano a prendere e un bambino vicino a me piange disperato. Io gli dono una caramella. Chi me l’ha detto di fare così? Il dono quindi potrebbe inserirsi in un processo più ampio, una sorta di gioco relazionale collettivo. Se l’atto del donare piace è perché il donare per noi ha una funzione, quindi, in contrasto con la retorica della gratuità del dono, il donare serve prima di tutto agli interessi di chi dona.

 

Donare serve o a ripianare un debito e fare la pace, oppure a creare un sentimento di obbligazione. Nel primo caso, ripianare un debito crea una dimensione di armonia, laddove c’è disarmonia. Il regalo, o qualunque cosa possiamo intendere per dono, serve a uscire da una situazione di conflitto, e abbattere il conseguente stress. Nel secondo caso l’intenzione è opposta, si cerca di creare (attraverso il dono) una dimensione di squilibrio, che va a tutto vantaggio del donatore. Si crea un debito morale, in quanto il donatore vincola psicologicamente il beneficiario. E’ il noto effetto Potlatch: se un capo tribù ha fatto un grosso dono a un nipote perché questi ha manifestato doti da guerriero, lo ha, in effetti, legato a sé. Stessa cosa se un capo tribù dona qualcosa a una giovane vergine, come potrà questa – ancora fragile e inesperta – rifiutarlo? Se invece il beneficiario è un altro capo tribù, quest’ultimo ha il potere per restituire il dono, e quindi potrà evitare di trovarsi in una situazione di svantaggio psicologico. L’amore è una funzione del dono? Potremmo rispondere di sì, l’amore è il dono di sé o delle proprie risorse prolungato nel tempo – e funziona meglio se i due sono alla pari. Troppo cinico? Dai, meglio introdurre un filosofo, uno che c’ha pensato a lungo, Platone, il “Simposio”.

 

Qui tra le altre cose si affronta la questione dell’anima gemella: la stessa di Adamo ed Eva, sei mia, sei mio. Ci viene narrata da Aristofane: un tempo – ci dice – eravamo simili a sfere, esseri fisici perfetti e autosufficienti. Purtroppo la nostra arroganza si è fatta subito sentire, così gli dèi ci hanno tagliati a metà e separati in due parti. Non solo, per contrappasso, la nostra testa è stata girata, così che guardavamo solo il nostro lato anteriore, ovvero, la nostra parte mancante. Per porre rimedio a questo spiacevole inconveniente, ognuno di noi deve cercare la sua parte mancante, e finalmente trovata fondersi con essa. Bello, ma se questo è l’amore che creature siamo noi? Costrette a brancolare nel mondo? Tentando di afferrare la nostra parte mancante? Però che paradosso: se le creature mancanti si riuniscono allora riacquistano la loro forma sferica, e dunque Eros che li ha uniti ora diventa Eros di secondo grado: nessun desiderio, niente di niente, completezza, mutismo, assenza di perturbazioni.

 

E poi: se siamo preda di continui bisogni, se i desideri si focalizzano solo sulla parte mancante – se quel bene è incommensurabile – come possiamo dunque occuparci delle cose che girano attorno a noi e che hanno bisogno del nostro contributo? Poi la parola passa a Socrate. Dice di non sapere nulla sull’amore, anzi tutto quello che sa l’ha imparato da Diotima, una sacerdotessa. Diotima interroga Socrate e alla fine arrivano a definire il bello. La parola greca è Kalòn. Che tuttavia include qualsiasi cosa abbia una qualche rilevanza nell’esperienza dell’amore, passionale certo, ma anche l’amore per la scienza, per la democrazia. Dunque Socrate – attraverso Diotima – arriva a sostenere che in realtà le qualità di un amante non siano beni incomparabili ma al contrario quei beni sono una manifestazione della bellezza del tutto comparabile, quindi simile, a tutte le altre bellezze. Gli amanti, secondo Diotima, dovrebbero cominciare un percorso di educazione. Per far questo il concetto di unico e incommensurabile, insomma le dichiarazioni tipiche delle anime gemelle – sei mio, sei mia – ecco, quelle sono dei limiti. Se invece i beni sono comparabili, attraverso una scienza delle misurazioni, una technè, allora possiamo arrivare a dire che il corpo di questa meravigliosa amante si può comparare con altre qualità.

 

Dunque, se non c’è desiderio di fusione, se i due amanti non sono due metà l’una alla ricerca dell’altra, allora contengono moltitudini. Un amante potrebbe proprio in questo momento contemplare il culo della sua amata (e i capelli, gli occhi, le mani) e una formula matematica: entrambe sono belle, e se sono diverse, lo sono solo perché sono dislocate in spazi e tempi diversi, ma possono essere afferrate entrambe (la singolarità del culo e la dimostrazione generale della formula matematica). Certo che esperienza estetica ed estatica sarebbe se davvero i due amanti riuscissero a vedere non singole parti del loro corpo alle quali si dà il valore di unicità ma tutte le parti del mondo, e tutte comparabili perché misurabili. Questo tipo d’amore libererebbe i due amanti dal rischio della perdita, dell’abbandono, della frustrazione, del tradimento. E in più, liberi da tali passioni servili, potrebbero dedicarsi buona deliberazione, perché vedrebbero la bellezza e le mille meraviglie del creato e il mondo adatto per misurarle e ben amministrarle: amore è democrazia. Certo che sforzo mette in atto Platone. Nostro compito è ascendere, come Diotima ci dice, verso dimensioni più alte, là dove la comparazione tra bellezze è possibile, oltre che necessario.

 


"Amor sacro e amor profano" di Tiziano


 

Però poi, dopo questo volo Platone complica le cose. Il fatto è che non gli piacciono le soluzioni facili, infatti arriva il bellissimo (e guascone) Alcibiade a chiudere il “Simposio”. Che tra l’altro arriva ubriaco e mette su il discorso contrario a quello di Diotima, ci dice che lui ama Socrate per particolari e uniche qualità, e l’amore non può fuggire da questa speciale esperienza del singolare: non gli interessa comparare Socrate ad altro. E allora? Allora da una parte c’è un modello ideale, dall’altra uno reale. Possiamo mettere in campo un’altra declinazione? L’amore è un elastico, tende al modello ideale ma spesso torna al punto di partenza, la tragica tensione si avverte: la difficoltà del volo e il piacere egoistico della stasi (sei mio, sei mia). Bello il “Simposio”, tuttavia, quei convitati parlavano di ragazzini, una particolare accezione dell’amore omosessuale (si potevano amare i maschi prima che spuntassero i primi peli). E le donne? Non c’erano. Se ne stavano relegate in un angolo della casa. Non è una questione da poco. Non ce ne rendiamo conto. Ma l’amore – così come lo intendiamo, capacità di scelta, indipendenza, disponibilità – è giovane. Nasce da poco. Hans Rosling dice che il mondo è diviso in pre lavatrice e post lavatrice. Anche i sentimenti lo sono. La lavatrice libera le donne dal lavoro domestico e dal cestello esce tempo libero e con il tempo anche i libri. Significa tanto. I sentimenti post lavatrice definiscono un’epoca di risorse abbondanti.

 

E qui gli antropologi hanno qualcosa da dire al riguardo. Prendiamo due popolazione preletterate: !Kung e Mundurucù. I primi vivono nel deserto del Kalahari. I secondi nella foresta amazzonica. !Kung hanno risorse scarse, devono collaborare e non competere, i maschi scelgono donne affidabili e viceversa, altrimenti come si fa con la prole? I secondi al contrario hanno risorse abbondanti. Lavorano poche ore al giorno, allevano la prole fino a 6 anni, i maschi devono sviluppare capacità oratorie e dimostrare da subito doti da guerrieri. Il tasso di omicidi è molto alto, spesso un giovane che ha superato i 25 anni può aver commesso già diversi omicidi. Gli omicidi hanno più potere e più donne. L’amore quindi – è un’altra declinazione – è in diretta relazione dell’ambiente in cui viviamo, cioè è una variabile dipendente. Non un lampo quantistico, ma funzione delle tante passioni – e frustrazioni – che ci troviamo a vivere e a subire. Come sarà l’amore 2.0, post lavatrice, in tempi di risorse abbondanti (almeno più abbondanti rispetto al passato)? Non lo so. Alla fine credo che l’amore sia soprattutto una declinazione della morte. Una sorta di ribellione permanente.

 

Lo diceva già Arthur Schopenhauer: il fine ultimo di tutti gli intrighi amorosi, siano essi comici o tragici, è davvero il più importante di tutti quelli della vita umana. Si tratta, nientemeno, che della creazione di una nuova generazione. Cinico? Sì, e allora? E allora pensiamolo alla maniera di Brecht. 1956, lui è già malato e scrive una delle sue ultime poesie, “La prima occhiata”. “La prima occhiata al mattino / il vecchio libro ritrovato / visi entusiasti / neve, il mutamento delle stagioni / il giornale / il cane / la dialettica / docce, nuotare / vecchia musica / scarpe comode / comprendere / nuova musica / scrivere, piantare / viaggiare, cantare / essere gentili”. Secondo me possiamo chiuderla qui, l’ultima declinazione, senza la gentilezza non possiamo accorgerci delle cose che esistono nel mondo e che richiedono il nostro sguardo. E tutto il resto? I tradimenti, i fallimenti, i ragionamenti, le strategie, le disponibilità di risorse o la loro scarsità, i lampi quantistici, l’amore e il bisogno? E niente, tutto il resto sono delle aggravanti sentimentali.

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