Effetto kitsch scampato a Cannes: il nuovo Woody Allen è una piacevole sorpresa

“Café Society” è il dodicesimo film che Woody Allen presenta sulla Croisette. Contiene tutte le Grandi Domande, buttate lì dal regista con meno cinismo del solito, e la constatazione che da lassù è sempre difficile ottenere una risposta. Il primo festival post Bataclan. La guerra Amazon-Netflix.
Effetto kitsch scampato a Cannes: il nuovo Woody Allen è una piacevole sorpresa

Woody Allen al Festival di Cannes (foto LaPresse)

"Sono nato ebreo, poi crescendo mi sono convertito al narcisismo”. Lo diceva Woody Allen travestito da Mago Splendini in “Scoop”: periodo londinese, musa Scarlett Johansson, anno 2006. Visto “Café Society” – ha aperto ieri il primo Festival di Cannes post Bataclan – la frase va rovesciata. Festeggiati gli ottanta, Woody Allen risulta un po’ meno narciso e un po’ più interessato all’ebraismo, non solo come miniera di battute. Il film numero 47 (solo a Cannes ne ha presentati 12) scivola verso i fratelli Coen e le preoccupazioni spirituali del loro recentissimo e spassoso “Ave, Cesare!”.

 

“Café Society” comincia a Hollywood negli anni Trenta. Contiene tutte le Grandi Domande, buttate lì dal regista con meno cinismo del solito, e la constatazione che da lassù è sempre difficile ottenere una risposta (“nessuna risposta equivale a una risposta”, chiosa la voce della saggezza). Peggio: non promette neppure una vita dopo la morte (“noi ebrei avremmo molti clienti in più”, chiosa ancora la voce della saggezza).

 

Ha per protagonista un giovanotto che di cognome fa Dorfman – l’attore è Jesse Eisenberg, il passaggio dalla felpa con ciabatte di “The Social Network” ai calzoni con bretelle riesce benissimo. Nel resto della famiglia abbiamo contato un gangster, una gioielliera, un cognato intellettuale nonché comunista. Il nostro scappa da New York, e trovandosi a Los Angeles spiccia faccende per lo zio, agente dei divi e delle dive. All’inizio è timido – “non mescolo mai lo champagne con i bagel” – poi diventa mondanissimo e proprietario di nightclub. Fa da spartiacque un cuore spezzato. Da Kirsten Stewart che si è lasciata i vampiri di “Twilight” alle spalle, è diventata l’attrice prediletta di Olivier Assayas (hanno in concorso “Personal Shopper”, ovvero moda e fantasmi) e però resta un bel faccino senza altri talenti.

 

Ogni nuovo Woody Allen fa temere il kitsch di “To Rome With Love”, o anche solo la noia profonda di “Magic in Moonlight”. Fotografia di Vittorio Storaro a parte – Los Angeles sembra immersa nel caramello liquido – “Café Society” è una gran bella sorpresa. Già dalla scritta “amazonstudios” che appare prima dei titoli di testa, nei soliti caratteri Windsor, e segna l’inizio di una rivoluzione. Un’altra piattaforma nata per distribuire prodotti che ora i prodotti decide di fabbricarli da sé. Con i contenuti propri in materia di libri non è andata benissimo. Sta andando molto meglio con i film, distribuiti via Amazon Prime e ben piazzati nel programma di Cannes: due Jim Jarmusch, un Woody Allen, un Nicolas Winding Refn, un Park Chan-wook.

 

Primo punto conquistato contro Netflix, altra sigla passata dalla distribuzione alla produzione duramente punita quando presentò alla Mostra di Venezia il bellissimo “Beasts of No Nation” di Cary Fukunaga (qualcuno non lo voleva neppure in concorso, e la giuria decise di premiare un film venezuelano da estremo cineclub che nessuno più ricorda). Schizofrenia? No, diplomazia. Amazon ha deciso di rispettare le cosiddette “finestre”, facendo uscire i suoi titoli al cinema e solo qualche mese dopo in streaming. Netflix voleva il “Day and Date”: l’uscita nello stesso giorno in sala e negli schermi casalinghi. Si sussurra anche che i gusti di Amazon siano più adatti alla vecchia Europa e al pubblico che sta invecchiando. In attesa delle ripetute perquisizioni, il festivaliero si porta avanti con i giornali. Scopre che Marjane Satrapi, qualche anno fa in giuria qui a Cannes, si organizzava con i compagni d’avventura per dormire a turno, in caso di film noiosi. Caso mai succedesse qualcosa di fondamentale durante il pisolo: il terrore che tutti i critici hanno, e mai confesseranno.

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