Un tram chiamato rivoluzione

Perché è ancora attuale l’analisi critica che Simone Weil offrì di una parola divenuta “magica” nel 1789 e che affascina generazione dopo generazione. Il caso del marxismo che diede i natali a "un imperialismo operaio affatto analogo all'imperialismo nazionale.
Un tram chiamato rivoluzione

Simone Adolphine Weil (Parigi, 3 febbraio 1909 – Ashford, 24 agosto 1943) è stata una filosofa e scrittrice francese

Pubblichiamo un’anticipazione del volume collettaneo “I difensori dell’Occidente”, curato da Giampietro Berti, Nunziante Mastrolia e Luciano Pellicani. Si tratta del primo volume della collana “Sociologia & Filosofia”, diretta da Berti e Pellicani, pubblicata da Licosia Edizioni.

 


 

 

La Rivoluzione d’Ottobre, in Russia, ha soltanto rafforzato i poteri che già sotto lo zar erano gli unici: la burocrazia, la polizia e l’esercito”. Con questa lapidaria sentenza, Simone Weil (1909-1943) iniziò la sua analisi critica di quello che è stato, per ben due secoli, il mito cardinale della esistenza storica dell’Europa: il mito della rivoluzione concepita come rovesciamento del mondo rovesciato e demiurgica creazione -- sulle macerie della società capitalistico-borghese, corrotta e corruttrice -- di un Mondo Nuovo. Conosciamo l’anno di nascita di questo mito, potente quanto accecante: la presa della Bastiglia nel 1789. A partire da quell’evento, è apparsa sulla scena mondiale – così si esprimeva Simone Weil – “una parola che conteneva in sé tutti i futuri immaginabili e che non era mai così ricca di speranza come nelle situazioni disperate: la parola rivoluzione”.

 

“Una parola magica capace di compensare tutte le sofferenze, di placare tutte le inquietudini, di vendicare il passato, di rimediare alle infelicità presenti, di riassumere tutte le possibilità dell’avvenire. Un primo saggio di applicazione, dal 1789 al 1793, aveva dato qualche risultato, ma non quello che si desiderava. E da allora ogni generazione di rivoluzionari era ritenuta, nella propria giovinezza, destinata a fare la vera rivoluzione; poi invecchiava a poco a poco e moriva, trasferendo le sue speranze sulle generazioni che la seguivano; e, proprio perché moriva, non rischiava di avere smentite. Questa parola aveva suscitato delle dedizioni così pure, fatto scorrere a più riprese un sangue così generoso, costituita per tanti infelici la sola fonte del coraggio di vivere, che era quasi sacrilego porla sotto esame; tuttavia niente impediva che essa fosse priva di senso. Solo per i preti, i martiri costituiscono delle prove”.

 

Da dove deriva la natura illusoria dell’idea di rivoluzione? A questo interrogativo, la risposta di Simone Weil è così articolata: “Ciò che la storia ci presenta sono delle lente trasformazioni di regimi in cui gli avvenimenti sanguinosi, che noi battezziamo col nome di rivoluzioni, sostengono un ruolo del tutto secondario, tanto che potrebbero persino mancare completamente”. Il che accade anche con il marxismo, in un’accecante droga ideologica che alimentava aspettative messianiche e fantastiche visioni del crollo catastrofico del capitalismo. In aggiunta, aveva generato rapidamente “un imperialismo operaio affatto analogo all’imperialismo nazionale”, il quale “aveva per oggetto il dominio illimitato di una certa collettività sull’umanità intera e su tutti gli aspetti della vita umana”.

 

La metamorfosi del marxismo al potere in un regime rigorosamente e spietatamente totalitario non indusse Simone Weil a chiudere gli occhi di fronte al fatto che il capitalismo era un sistema economico centrato sull’alienazione e lo sfruttamento del proletariato industriale. Infatti, nella fabbrica, “un operaio non doveva fare altro che ripetere automaticamente i movimenti mentre la macchina che egli serviva conteneva, impressa e cristallizzata nel metallo, tutta quella parte di combinazioni e d’intelligenza che era richiesta dalla lavorazione in corso. Un tale rovesciamento era contro natura, era un delitto” che produceva un sistema nel quale “le cose facevano la parte degli uomini, e gli uomini quella delle cose”. Una conclusione estremamente pessimista, quella cui giunse Simone Weil a seguito della sua appassionata analisi della condizione operaia nella società capitalistica.

 

Tuttavia ella non rinunciò mai a tenere desta la speranza in un socialismo concepito come piena e universale realizzazione dell’individualismo così formulato: “Non dimentichiamo che noi vogliamo fare dell’individuo, e non della collettività, il valore supremo. Noi vogliamo fare degli uomini completi sopprimendo la specializzazione, che ci umilia tutti. Vogliamo dare al lavoro manuale la dignità alla quale ha diritto, riconcedendo all’operaio la piena intelligenza della tecnica, in luogo d’un semplice addestramento; e rendere alla intelligenza il suo proprio oggetto, mettendola al contatto con il mondo attraverso il veicolo del lavoro. Vogliamo mettere in piena luce gli autentici rapporti dell’uomo e della natura, quei rapporti che in ogni società fondata sullo sfruttamento, sono guastati dalla degradante divisione in lavoro intellettuale e lavoro manuale. Vogliamo restituire all’uomo, cioè all’individuo, il dominio che è suo compito esercitare sulla natura, sugli strumenti di lavoro, sulla società stessa; ristabilire la subordinazione delle condizioni materiali del lavoro in rapporto ai lavoratori; e, invece di sopprimere la proprietà individuale, fare della proprietà individuale una realtà, trasformando i mezzi di produzione che oggi servono soprattutto ad asservire e sfruttare il lavoro, in puri strumenti di lavoro libero e associato”.

 

Conseguentemente a questo progetto di trasformazione graduale della società, Simone Weil definì il “suo” socialismo “la subordinazione della società all’individuo”, basata sul riconoscimento che “la proprietà privata era un bisogno vitale dell’anima”; come tale, essa doveva essere universalizzata. Per contro, sia il comunismo sia il capitalismo negavano tale bisogno. Il comunismo, instaurando la proprietà collettiva dei mezzi di produzione gestita autocraticamente dalla “burocrazia rossa”; il capitalismo, facendo della proprietà privata un privilegio di classe.

 

Solo l’autogestione avrebbe potuto porre fine alla divisione dell’umanità “in due categorie: le persone che contavano qualcosa e le persone che non contavano nulla”. Sennonché “tutte le correnti politiche che avevano a che fare con le masse – si chiamassero fasciste, socialiste o comuniste – tendevano alla stessa forma di capitalismo di stato. Soli ad opporsi a questa grande corrente erano alcuni difensori del liberismo economico”; ai quali si aggiungevano i difensori del socialismo liberale, anch’essi poco numerosi. Ma ciò non indusse Simone Weil a disertare la trincea della difesa dei diritti dei lavoratori poiché fu sempre animata dalla ferma convinzione che “niente la mondo poteva impedire all’uomo di sentirsi nato per la libertà”.

 

Dalla quale estrasse quello che può essere considerato il suo testamento etico-politico: “Mai, qualunque cosa accada, l’uomo potrà accettare la schiavitù: perché egli pensa. Egli non ha mai cessato di sognare una libertà senza limiti, sia come una felicità di cui fosse stato privato da un castigo, sia come felicità futura che gli sarebbe dovuta da una specie di patto con una misteriosa provvidenza. Il comunismo immaginato da Marx fu la forma più recente di questo sogno. Questo sogno però era sempre rimasto vano, come tutti i sogni o, quando ha potuto consolare, è stato come l’oppio; è tempo di rinunciare a sognare la libertà, e a decidersi di concepirla”.

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