Difendere la caloria dalla gender culture

Il corpo è sempre di più un’ossessione metafisica e una diffusa ansietà sociale lo circonda. La grande lezione di Warren Buffett contro la società “acqua e broccoli” svela il lato oscuro della democrazia dei diritti eguali.
Difendere la caloria dalla gender culture

Warren Buffett non rinuncia alla sua dieta ipercalorica

Vero protagonista della democrazia americana, e della inerente chiacchiera sociale, è il corpo, the body. D’altra parte the body politic è la metafora per la nazione, la polis, intesa come un tutto integrato, assimilata funzionalmente all’organicità di un corpo. Ma non ne rileva soltanto una questione di linguaggio, pure decisiva. Il corpo è sempre di più un’ossessione metafisica e una diffusa ansietà sociale lo circonda. Warren Buffett, riunito con 40.000 azionisti a Omaha per la celebrazione annuale del suo celebre fondo di investimenti, ha risposto in modo acuminato e sottile a chi criticava il suo vizio di bere Cherry Coca, schifezza liquida gassosa, al sapore di ciliegia, diffusa nelle abitudini dei Midwesterners. Lo ricordava ieri qui Eugenio Cau. Da bravo comproprietario della Coca Cola, Buffett ha detto che nulla prova per lui, ottuagenario, la possibilità di arrivare a cent’anni a forza di “acqua e broccoli”, e che gli attacchi alle soda come fonte di obesità e malattia, memorabile quello semiproibizionista dell’ex sindaco di New York Bloomberg, sono basati su argomenti spurious, falsi. Delle calorie il cittadino fa quello che crede; lui, Buffett, per esempio limita a 700 calorie il suo consumo di bevande frizzanti. Fa’ come credi, e nessuno ti deve imporre alcunché. Controllati, ma è un consiglio.

 

La mania delle diete, delle medicine, dei prodotti gluten free, del kale o cavolo a foglia larga che ti ritrovi dovunque come elisir di lunga salute corporea, dell’esercizio fisico e di mille altri ritrovati per la cura della forma, della fitness, si sparge come un blob colloso per ogni dove, e troneggia nella pubblicità, nei consumi, nella conversazione televisiva popolare, nel sedimento culturale che sostiene quasi ogni tipo di comportamento sociale. La gender culture ha una sua funzione regina nel mostrare questa centralità del corporale nella democrazia dei diritti eguali, dell’individualismo, del soggettivismo esasperato. Anche nelle manifestazioni un poco ridicole se non grottesche. La legge del North Carolina che invita i detentori di un pene maschile a urinare nei bagni dei gentlemen, quale che sia la percezione di sé, e viceversa per donne che si sentono maschi, ha creato scandalo e perfino furia civile.

 

Il big business, da sempre a capo delle crociate opportuniste, e per ragioni forti, ha decretato il boicottaggio di quello stato conservatore in cui si discrimina abusivamente tra maschi e femmine, incuranti dell’idea di sé propria di ciascuno quanto al corpo sessuato. Anche il Regno Unito ha inventato un boicottaggio pubblico e turistico di quella legge realista ma improvvida e negatrice di un corpo desiderante che si sente femmina e vuole “urinare femmina”: viaggiatori, tenetevi alla larga dalla Carolina del nord! I poliziotti locali, intervistati dal New York Times, si sono sentiti obbligati a dire che non sarà facile applicare la legge, investigare sui genitali di chi va al bagno risulta comportamento improbabile per un pubblico ufficiale. E non hanno tutti i torti.

 

La democrazia del corpo sano, energico, sessualmente attivo, tendenzialmente omoerotico, insomma un misto di fitness, gender e gay culture, trionfa anche negli archivi delle grandi glorie letterarie. Un giovane studioso, a forza di frugare in un data-base, ha scoperto un microfilm con 13 puntate di una vecchia serie giornalistica sotto pseudonimo del poeta nazionale e bardo del corpo democratico, Walt Whitman, quello che cantava “il corpo elettrico”, che “conteneva moltitudini”, che puntava all’accettazione delle masse in un nuovo continente poetico e morale privo di sentimentalismo, alla ricerca di un carattere nazionale, di un’identità forte, di amori robusti connotati da un omoerotismo di combattimento. Bè, la serie ha per titolo “Manly Health and Training”, si presenta come un manifesto ideologico a favore di un avatar degli sneakers, le scarpe da baseball che il poeta vuole intodurre nell’uso comune e quotidiano, idoleggia il corpo sano come simbolo costituzionale della ricerca individuale della felicità, sconsiglia un uso eccessivo del cervello, portatore di stati d’ansia, di alcolismo e depressione.

 

Withman dice di avere un solo suggerimento per impiegati, letterati, riccastri, pigri, sedentari: “Up!”, alzatevi presto, mettete in moto il corpo, prendete aria buona e fate un sacco di esercizio fisico a ritmi moderati. E’ una incredibile prefigurazione antiromantica del paese che avrà il proibizionismo per i liquori, la campagna puritana e molesta contro il fumo, l’elaborazione mistica della bicicletta, della maratona, del running, che ormai con l’assistenza delle app, degli smartphone e dei GPS diventa un modo di disegnare nelle strade urbane uno Yoda di Star Wars e altri pupazzi pop, usando il corpo perfino come una penna. Pazzie, tendenze, profetismi, olismi, tutti tentativi di combattere ciò che Withman chiamava “il grande male Americano – l’indigestione”.

 

La febbre Lgbt e le fantasie sull’immortalità corporale legate alla pratica ossessiva della fitness e a un’idea magica della medicina, insomma tutto il coacervo di politica e cultura che connota la società Americana centosessanta anni dopo la serie di Withman e l’esplosione della sua oratoria poetica struggente e impossibile, hanno le loro radici nel culto democratico del corpo. Maschile, nell’Ottocento. Neutro, nel ventunesimo secolo.

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