Viaggio a casa del despota

Gettare uno sguardo sul fiume di sangue fatto scorrere dall’umanità, a seguito di motivi agghiaccianti o banali fa morire sulle labbra molte belle parole. L’abusata e travisata espressione dostoevskijana “la bellezza salverà il mondo” suona improvvisamente fiacca.
Viaggio a casa del despota

“Nei pochi squallidi ristoranti in città, e anche nei pochi alberghi moderni, è possibile leggere il Pyongyang Times attraverso la zuppa o il tè, o il caffè”

“La pensano come me, ma tacciono per compiacerti”
(Sofocle, “Antigone”)

 

“V’è una lacuna nei saggi sul potere: quella che non tiene conto della sua comicità. Esaminando gli orrori che il potere commette, le sofferenze che impone, le sudicierie di cui si macchia, gli storici e i politologi scordano sempre di sottolineare gli aspetti ridicoli dell’inevitabile mostro”
(Oriana Fallaci, “Intervista con il Potere”)

 

Gettare uno sguardo sul fiume di sangue fatto scorrere dall’umanità, a seguito di motivi agghiaccianti o banali – per Borges la guerra delle Falkland era come due calvi che si litigassero un pettine – fa morire sulle labbra molte belle parole. L’abusata e travisata espressione dostoevskijana “la bellezza salverà il mondo” suona improvvisamente fiacca, tragicamente sarcastica, davanti agli strazi di cui siamo capaci. Basti pensare ai sistemi totalitari del Novecento, e a come hanno risucchiato milioni di persone di cui non sapremo più niente. George Orwell, che si sentiva tradito dalla Russia staliniana, li ha rappresentati tutti e ciascuno nell’eroico e buono cavallo Gondrano che aiuta la rivolta degli animali, per poi finire macellato da quelli autoproclamatisi “più uguali degli altri”. E proprio un ex condannato dei gulag sovietici come Solgenitsin se l’era esplicitamente domandato, al momento di ricevere il Nobel: “Cosa può la letteratura contro l’assalto spietato della violenza esplicita?”. Niente. Un sonetto o una satira servono ben poco quando ti stanno spintonando verso le camere a gas.

 

Con una precisione fondamentale. “Tuttavia non dimentichiamoci che la violenza non vive da sola e non è capace di farlo: è necessariamente intrecciata con la menzogna […]; l’unico rifugio della violenza è la menzogna, e la menzogna trova sostegno solo nella violenza”. Ed è appunto contro la menzogna che l’arte può semplicemente tutto, con uno spiraglio capace di aprire una breccia anche nella più ermetica camera a gas. Fu proprio sostenuto da occhi e parole affilate alla cote dell’arte e dell’umorismo che Hitchens visitò alcuni degli stati totalitari più violenti di questo nostro tempo, raccontando dove ancora oggi possiamo continuare a mentire e mentirci, e a quali costi.

 

La fantascienza spesso risulta solo una previsione e un’analisi anticipata, che la realtà si mette a copiare diligentemente. Ma neppure George Orwell avrebbe forse immaginato che la sua fiaba nera sulla “Fattoria degli animali” e lo stato distopico di “1984”, con le sue Giornate dell’odio e il sesso trasformato in una grigia liturgia vittoriana, si sarebbero incarnati con tanta precisione nel dominio di alcuni maiali più uguali degli altri, quella Corea del nord prostrata ad adorare le fattezze effettivamente porcine del Caro Leader Kim Il-Sung ed erede, da Hitchens ribattezzati il Ciccione e il Marmocchio. Vi si recò nel 2008, ricavandone l’impressione ridicola e spaventosa di un “piccolo pianeta” (una citazione da Gore Vidal), impostato su folli leggi tutte sue, che facevano leva sul peggio del passato: “Non senza astuzia, il Ciccione e il Marmocchio hanno gradualmente trasformato l’intero sistema di credo statale in una degradata forma di Confucianesimo, dove il tradizionale culto degli antenati e il rispetto per l’ordine si fondono con un estremo nazionalismo e la xenofobia”.

 


ll Ieader della Corea del Nord, Kim Jong-un (foto LaPresse)


 

Nel reportage non mancano dettagli umoristici che si rifanno alla miglior tradizione britannica, e che potrebbero riferirirsi un pò a tutto il mondo, sotto la penna di viaggiatori perfidi come Waugh o Greene. Basti pensare allo “scontro” con la massaggiatrice dell’albergo: “Non ne ho cavato granché, perchè non parlava inglese e inoltre aveva deciso di intorpidirmi con tecniche che ricordavano più il Taekwondo che un massaggio. Mentre riportavo le membra doloranti alla vasca calda, vivi materializarsi una delle mie guide, nuda e luccicante tra i vapori. Quando i nostri sguardi si incrociarono, concordammo vicendevolmente di esserci entrambi spinti oltre il dovuto”. Ma basta uscire dall’albergo per notare una conquista assolutamente locale, ossia come il dittatore fosse effettivamente riuscito a “creare un laboratorio, sotto controllo, dove solo lui potesse essere l’ingegnere dell’animo umano”.

 

Un esperimento impostato nei suoi minimi particolari, e con una narrazione minuziosa. Ai cittadini viene effettivamente insegnato che “la sua nascita fu accompagnata da un duplice arcobaleno e da inni di lode (in voce umana) intonati dagli uccelli locali. A dire il vero, nel febbraio 1942, suo padre e sua madre si stavano nascondendo sotto la protezione di Stalin, nell’umidà città russa di Khabarovsk ma, come per tutte le nascite miracolose, meglio non consentire ai fatti di intralciare una bella storia”. E la convinzione di avere a che fare col più grandioso condottiero dell’umanità è rafforzata da un museo che espone 61 mila doni di capi di stato stranieri, delegazioni e celebrità, così come dal dogma che gli aiuti internazionali siano in realtà tributi timorosi e ammirati. C’è sempre una crepa, però, anche nella più rigida delle armature. Basta essere pronti a fare le domande giuste, cioè quelle non giuste affatto. E alla notizia che all’interno del museo il regime offrisse dei docenti costantemente disponbili per rispondere alle curiosità dei fortunati cittadini, Hitchens colse la palla al balzo.

 

“Che idea grandiosa! Dal momento che ai giornalisti non era concesso, visitavo Pyongyang nell’altra mia veste, quella di conferenziere universitario. Chiesi se potessi fare una domanda al professore. Panico istantaneo. “Non c’è tempo, perderebbe il resto della visita”. No, tutto ok, non ho fretta. “Ma è un professore di scienze sociali”. Benissimo. Ho proprio la domanda giusta per lui. “Ma è specializzato in politica economica”. Bene. Dopo un bel po’ di nervosismo e una certa sorridente ostinazione (da parte mia), la guida bussò e aprì la porta. Un ometto alzò lo sguardo da una grande scrivania, completamente spoglia. Sembrava pietrificato, come se l’avessimo colto a masturbarsi o a coltivare pensieri impuri sul Caro Leader”. E’ un esempio che, a ben guardare, illustra tutto il sistema: “L’intero luogo serve per allestire uno spettacolo. E’ una società del come se. Vigilesse urbane in uniforme eseguono piroette agli incroci, sebbene non ci siano macchine. I giornali escono, ma non contengono notizie. I ristoranti esibiscono menu di prodotti inesistenti”. Questo perché, dietro il belletto da quattro soldi, la realtà è la stessa di ogni tirannide: “La Corea del nord è uno stato di carestia. Nei campi si può vedere la gente raccogliere granelli sciolti di riso e chicchi di mais, spigolando ogni scarto. Sembrano pesti e sfiniti. Nei pochi squallidi ristoranti in città, e anche nei pochi alberghi moderni, è possibile leggere il Pyongyang Times attraverso la zuppa o il tè, o il caffé”.

 

Hitchens non si è mai stancato di sottolineare che i sistemi totalitari non sono anti-religiosi, bensì costituiscono a tutti gli effetti un’altra religione, che nella Corea del nord ha raggiunto una vetta che giudicheremmo sublime nella sua ridicolaggine, se non avesse le sue letali implicazioni: “Kim Jong-Il, per inciso, è stato nominato capo del partito e dell’esercito, ma l’ufficio della presidenza è ancora retto “in eterno” dal suo adorato e defunto genitore, che è morto l’8 luglio 1994 a 82 anni. (Il Kim è morto. Lunga vita al Kim). In questo modo la Corea del nord è l’unico stato al mondo con un presidente morto. Quale sarebbe il termine giusto? Una necrocrazia? Una tanatocrazia? Una mortocrazia? Una mausolocrazia.

 

In ogni caso, risulta sinistramente appropriato per un sistema patologico i cui figli sono morti masticando l’erba”. Ciò lo portò a domandarsi: “La gente del posto crede davvero ciò che gli viene detto, e riverisce davvero il Ciccione e il Marmocchio? Sono stato uno scrittore in visita in diversi stati autoritari e totalitari, e solitamente la domanda si risponde da sola. Qualcuno in un caffè fa un commento estemporaneo. Nel bagno degli uomini viene scarabocchiato un disegno ironico. Un gruppetto universitario rilascia un volantino improvvisato. Il ghiacciaio comincia a sciogliersi; una battuta fa il giro e di colpo il regime apparentemente inamovibile appare vulnerabile e assurdo Ma è quasi impossibile trasmettere la misura in cui la Corea del Nord non e così, e basta”. Tuttavia “c’è una possibile ragione per l’esistenza di questo livello di negazione, sostenuta da un grado indescrivibile di sorveglianza e indottrinamento.

 

Un cittadino della Corea del nord che abbia deciso che sia stato tutta una menzogna e uno spreco dovrebbe affrontare il fatto che anche la sua vita sia stata una menzogna e uno spreco”. E ci sono segnali che fanno comunque scricchiolare il “piccolo pianeta”, sia esterni che esteriori. La Corea del sud, anzitutto, con i suoi rappresentanti: “Kim Dae Jung, premio Nobel per la pace di quest’anno, è un uomo molto più meritevole di adulazione sia del Grassone che del Marmocchio… Non è più possibile per la Corea del nord affermare che l’altro regime sarebbe un fantoccio coloniale tenuto al potere dalle truppe americane”. E poi c’è il sacrosanto guazzabuglio della natura umana. Shelley cantava “Se arriva l’Inverno, potrà la Primavera esser lontana?” e Hitchens gli fa esplicitamente eco constatando che “sembrano non esserci ancora prostitute, a Pyongyang. Eppure, se arrivano i casinò, potranno le accompagnatrici essere lontane? Forse non ci si dovrebbe augurare le prostitute, ma ci sono circostanze in cui la corruzione costituisce l'unica speranza”. E c’è un ultimo amaro vantaggio rispetto alle varie “Nord Corea celesti” dei credo religiosi: “Almeno in Corea del nord puoi morire, cazzo”.

 

Ben più complesso è il caso dell’Iran khomeinista – “al tempo stesso, una genuina rivoluzione e un’autentica contro rivoluzione” – laddove, nelle parole dell’amica scrittrice Azar Nafisi, vivere sotto la teocrazia islamica equivale a fare sesso ogni giorno con una persona che disprezzi. Hitchens vi si era già scontrato, a distanza, proprio per difendere un altro scrittore, Salman Rushdie, su cui si era abbattuta la fatwa per blasfemia, una vicenda che si poteva facilmente riassumere così: “Il capo teocratico di un dispotismo straniero offre denaro a proprio nome allo scopo di istigare l’assassinio di un cittadino di un altro paese, per la colpa di aver scritto un’opera di finzione. Non si potrebbe immaginare una sfida più radicale ai valori dell’Illuminismo (nel bicentenario della caduta della Bastiglia) o al Primo emendamento della Costituzione americana”. Al pari dell’affare Dreyfus per lo Zola del J’Accuse, Hitchens non ebbe dubbi sulla posta in gioco: “Era, se posso esprimermi così, una questione connessa a tutto ciò che odiavo per un verso e, per l’altro, a tutto ciò che amavo.

 


Lo scrittore Salman Rushdie (foto LaPresse)


 

Nella colonna dell’odio: dittatura, religione, stupidità, demagogia, censura, prepotenza e intimidazione. Nella colonna dell’amore: letteratura, ironia, senso dell’umorismo, l’individuo e la difesa della libertà d’espressione”. Eppure in Iran, molte resistenze e opposizioni, esplicite e implicite, contribuivano a fare della nazione quella che risultava una “personalità dissociata”: anche in questo caso, ma in tutt’altra sfumatura rispetto alla Corea, “il paese è una società del come se. Le persone vivono come se fossero libere, come se fossero in occidente, come se avessero il diritto ad avere un’opinione, o una vita privata. E nel farlo non se la cavano troppo male”. La teocrazia “reputa tutti i sudditi come bambini, e i loro capi come genitori. Si basa, in teoria e pratica, su un concetto musulmano noto come velayat-e faqih, o tutela del giurista. Nella sua enunciazione originale, ciò può significare che il clero si assume la responsabiltà degli orfani, dei pazzi, e (ah ah!) delle proprietà abbandonate o sfitte”.

 

Ma sono molti a fare obiezione, magari proprio su base religiosa: “E questa divisione tra mullah, caro lettore, è il motivo per cui devi concentrare il tuo interesse col fiato sospeso sulla differenza tra un mullah di origine iraniana e risiede in Iraq (al Sistani) e un mullah iraniano che andò in esilio in Iraq per poi tornare a casa (Khomeini). E’ anche il motivo per cui molti mullah iraniani di alto grado sono in prigione o sono stati incarcerati in quella che sostiene di essere una repubblica islamica”. Hitchens consigliava di “imparare anche questi nomi, finché siamo in tempo: Gran Ayatollah Montazeri. Ayatollah Shabestari. Questi uomini, e i loro discepoli coraggiosi, sostengono che la versione di Khomeini del velayat non possieda alcuna giustificazione coranica”. Ci sono addirittura discendenti del leader rivoluzionario disposti ad accoglierti con la giustamente rinomata gentilezza orientale – “l’ospitalità iraniana è una delle cose più cordiali e imbarazzati che possa capitare d’incontrare.

 

Prima che possa iniziare qualsivoglia conversazione, dev’esserci un té profumato, un piatto di sohan, e l’invito pressante a trattenersi per cena, e pure per la notte. E con sommo stupore si può ascoltare il proprio giovane e prestigioso ospitie proseguire in termini che farebbero librare il cuore di un neocon come un falco, con l’elogiare il Discorso sullo Stato dell’Unione del presidente Bush, avvertire che non ci si può fidare dei mullah provvisti di armi nucleari, e adoperare il termine Mondo Libero senza ironia”. Niente male. Ma tutto ciò non impedisce che nel frattempo “il tronco dell’albero del paese marcisca e basta, e milioni di vite passino senza scopo mentre persiste questo d’animazione sospesa”.

 

Anche l’Iran ospita il proprio mausoleo ideologico, “un orribile monumento a Khomeini (‘e perché cazzo – ha detto la guardia alla stazione della metropolitana quando ho chiesto indicazioni – vorrebbe andare alla tomba di quel bastardo?’)”, che però non è lontano dalla tomba del grande poeta e astronomo medievale Omar Kahyyam, uno degli eroi personali di Hitchens, col suo amore per le belle donne, i giovani coppieri, il vino e lo scetticismo arguto. Non poteva non recarsi a omaggiarlo, a modo suo, anzi a modo squisitamente, perfidamente loro: “Decisi di infliggere una pugnalata nel libro dei visitatori, e ho scritto la mia quartina preferita, dove il poeta parla della prepotenza dei fedeli: “E credete davvero che a gente come voi / folla fanatica, dalla testa di verme / Dio abbia elargito un segreto / per negarlo a me? / Beh, che importa? Credete anche quello!”.

 

In Iran, per Hitchens, non occorre far esplodere il piccolo pianeta del regime, ma ravvivare un fuoco che continua a covare sotto la cenere, il meglio del suo passato e del suo presente. Come avrebbe scritto Amos Oz, “non ho mai visto una persona dotata di humor diventare un fanatico”. In fondo, oltre alla commozione e all’indignazione, nella loro missione di smascherare la menzogna, l’arte, la scienza, la cultura sono anche questo: una Internazionale del sorriso, che attraversa il tempo e lo spazio, e permette a due uomini di sbeffeggiare lo stesso nemico, a secoli di distanza.

 


 

Voleva essere Emile Zola, Prometeo, Oscar Wilde. E li è stati tutti e tre. Ha difeso Salman Rushdie e attaccato Kissinger, i Clinton, Sua Maestà la regina. Ha denunciato gli orrori dell’islamo-fascismo, di Cuba, della Corea del nord. Non voleva processare solo Benedetto XVI o Madre Teresa, ma Dio stesso. Armato solo d’una delle prose più colte, ironiche e avvincenti del giornalismo. Tutto questo e molto altro è stato Christopher Hitchens, di cui il Foglio ambisce a narrare vita e opere, con una serie di suoi scritti inediti, e con le testimonianze di amici, familiari e nemici. Il ritratto di uno dei più grandi polemisti del Novecento, di cui si sente terribilmente la mancanza. “Perché l’essenza della mente indipendente non sta in cosa pensa, ma in come pensa”. Parole sue.

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