“Vorrei essere il Bignami della musica”. Zucchero, bluesman partigiano

Reggiano. Ma non c’entra il parmigiano. Forse un partigiano? Sì. Ed è proprio un partigiano reggiano a lanciare “Black cat”, il nuovo disco di Zucchero, in uscita oggi su etichetta Universal.
“Vorrei essere il Bignami della musica”. Zucchero, bluesman partigiano

Reggiano. Ma non c’entra il parmigiano. Forse un partigiano? Sì. Ed è proprio un partigiano reggiano a lanciare “Black cat”, il nuovo disco di Zucchero, in uscita oggi su etichetta Universal. “Il mio partigiano è un ricordo romantico di quando ero ragazzo e mio zio, deportato in Germania, mi parlava dei partigiani come di figure coraggiose, quasi eroiche”, ha raccontato il re del blues nostrano al Foglio. “Parlo di qualcuno che aveva un obiettivo forte per il quale combattere. Cosa che oggi manca: mi piacerebbe che questa canzone diventasse l’inno dei giovani, perché trovino un ideale e lottino contro ciò che li danneggia. Insieme, con forza, ma senza armi. Purtroppo oggi i ragazzi sono meno coinvolti, la politica fa di tutto per escluderli”.

 



 

Vestito di nero dai piedi alla testa, il cantante parla senza fretta, seduto sulla poltrona di un bell’albergo nel centro di Milano. Fuma una sigaretta, ci pensa. “Chi è oggi l’invasore da combattere? E’ pieno di padroni, purtroppo. Parliamo di democrazia, ma io non ne vedo tanta. Penso, ad esempio, alla Germania. O ai conflitti e ai dittatori che li stanno generando: sono loro quelli da combattere, i padroni che ci dirigono e mordono la nostra libertà. Non voglio dire Obama, piuttosto che la Merkel perché parlo di un apparato, è complessa la cosa: stiamo regredendo. Stiamo chiudendo ai nuovi schiavi, alla gente emarginata, ai poveri”.

 

E a proposito del terrorismo islamico, novella piaga di questo tempo? Il suo “Gatto Nero” parla anche di questo: “Avevo chiesto a Bono un brano, ha latitato un po’, pochi giorni dopo il Bataclan mi ha chiamato: aveva ‘Surrender’, un pezzo universale, contro l’odio”. E se parliamo di collaborazioni, Zucchero Sugar Fornaciari, l’italiano che ha reinterpretato il blues in chiave nostrana e ha venduto più di 60 milioni di dischi (nel mondo), vanta featuring eccellenti che rimbalzano leggiadri tra Eric Clapton, Miles Davis, fino a Bono appunto. “Oggi manca lo slempito, parola inesistente nel nostro vocabolario: vuol dire slancio, darsi una mossa”, continua: “Persino il rock ha perso l’obiettivo, non denuncia più in modo diretto, si è annacquato. Siamo diventati molto individualisti. Per assurdo ormai è più il blues a smuovere le coscienze. Anche se, forse, al giorno d’oggi il più diretto è il rap: è il nuovo rock”.

 

E allora parliamo di musica. Anzi, del suo mercato: “La discografia ne è vittima. I talent sono diventati l’unico modo per fare scouting”. Perché? “Perché è molto più comodo: quei programmi che si vedono in tv hanno audience e chi esce da lì ha una visibilità mediatica che gli assicura un contratto. Per i discografici questo tipo di investimento è conveniente. Almeno per il primo e il secondo disco, la major si porta a casa un margine di guadagno che non avrebbe con un ragazzo senza quell’esposizione. Gli ci vorrebbero almeno tre o quattro album prima di tirar fuori la testa, come si faceva un tempo. Io, forse, oggi non sarei esistito. E nemmeno Vasco, Dalla o De Gregori. E’ chiaro che la crisi ha portato a far sì che gli investimenti debbano essere contenuti e la tv spesso fa da garanzia di partenza. Ecco perché è tutto un po’ uguale. In più non è detto che chi vince uno show sia l’artista che ha più capacità”. No, non ce l’ha con i talent, ben inteso. Analizza. “Fare il giudice? Preferirei un ruolo didattico, essere una specie di Bignami della musica per i ragazzi che iniziano”. E, di certo, da insegnare ne avrebbe. Basti pensare che “Bryan May mi chiese di sostituire Freddie Mercury quando mi invitò al tributo a Wembley: è un mio grande fan. Pensavo scherzasse, invece era serio. Ma era una responsabilità troppo grossa e ho rifiutato. Per una forma di rispetto e perché voglio proseguire con la mia storia”.

 



 

Se sente Prince, cosa le viene in mente? “Mi ha choccato la sua morte, così, a 57 anni. La chitarrista della mia band ha suonato con lui per tanto tempo e mi ha sempre raccontato che era estremamente salutista: non era uno che si distruggeva”. Mistero. Poco da dire, invece, sui colleghi italiani: “Ce ne sono alcuni che stimo molto, ma è sempre difficile lavorare con loro. Forse noi siamo semplicemente più provinciali”. Sarà per questo che, dopo le 10 date all’Arena di Verona – con una band da 14 elementi –, il cantante di “Oro, incenso & birra” (soprattutto), si prepara per un tour mondiale da togliersi il cilindro: due date consecutive alla Royal Albert Hall di Londra (sorry se è poco), Tel Aviv e, per non farsi mancare proprio nulla, persino il Giappone.

 


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