Il meraviglioso snobismo di uno di noi che ha lasciato la sua cuccia: SDM

La sua era una disperata gioia di vivere, che Stefano Di Michele trasmetteva in brevi, fulminanti conversazioni ironiche. Dissimulando il suo dolore eccitava il suo ottimismo di comunista sentimentale, di uomo fedele alla tradizione culturale che lo aveva generato come professionista della parola e come grandissimo dilettante del giornalismo letterario.
Il meraviglioso snobismo di uno di noi che ha lasciato la sua cuccia: SDM

Diplomato in ragioneria, però con il minimo dei voti. Prima del Foglio, è stato per molti anni all’Unità. Ha studiato (con profitto) dalle suore, dove ha frequentato l’asilo e le elementari. E’ stato iscritto (non pentito) al Pci. Gli piace oziare, avere del tempo da perdere, leggere libri sui bizantini. Non viaggia, non sa l’inglese, non ha un blog, non capisce di calcio, non sa suonare nessun strumento musicale, non ha la patente. Ama appassionatamente i gatti, i papaveri e i cocomeri. Ne ha due (di gatti): Borges e Camilla. Detesta i cacciatori, la gente con la pelliccia, i toreri, i cristiani rinati (se non è venuta buona la prima ci sarà un motivo) e i Suv. Adora Elias Canetti, Borges (gatto e poeta), Brunella Gasperini, Pessoa, la Yourcenar, Cèchov, Kavafis, il suono della fisarmonica, il tenente Colombo, le strisce di Mafalda e andare la sera – a sentir racconti e a raccontare – dar filettaro. Da credente, è convinto che ci sia qualcosa di miracoloso e divino negli animali, negli alberi e nei versi di Emily Dickinson. In generale si fida della polizia, dei preti (a volte) e dei vecchi comunisti”. Stefano Di Michele su di sé.

 

Dallo schizzo biografico.

 



 

Nel Cinquecento gli alchimisti, ma anche i letterati, per esempio François Rabelais, distillavano la quintessenza da idee e cose. Stefano Di Michele (1960-2016), che era un gigante rabelaisiano, un Pantagruele o un Gargantua avido di mondo e di solitudine, sempre innamorato e distaccato nella relazione speciale con gli amici, sale della sua vita insieme alla famiglia, alle suore che lo avevano educato e alla prediletta bambina adottiva d’affetto, ha distillato il suo essere in queste righe meravigliose, fiorite, snob e semplicemente bellissime. Diciamo che Proust il sentimento dell’esistenza nel tempo lo ha diluito fino all’estenuazione, Stefano lo ha asciugato fino all’essiccamento, e si è presentato a noi suoi posteri desolati con un tratto di amore e delizia, di ipocondria e di sapienza, che nessun ricordo di adesso potrebbe eguagliare.

 

Era abruzzese e pigro, dunque dolce e intelligente, montanaro inurbato e romanizzato con la grinta e la forza della sua strana fede personale ed eretica, che non tollerava il fatto del male innocente, il male dei piccoli e degli animali, che sempre “a prima vista” contraddice onnipotenza o bontà di Dio. Stefano era un uomo profondo, orgoglioso e dunque protetto dall’invidia, ma anche umile e fragile, e non voleva vedere oltre quel “a prima vista”: certe diavolerie del mondo creato semplicemente non le accettava. La sua era una disperata gioia di vivere, come nel poeta Sandro Penna, che Stefano, spesso SDM per raro pudore di firma, trasmetteva in brevi, fulminanti conversazioni ironiche. Dissimulando il suo dolore, così vivo e inafferrabile, eccitava il suo ottimismo di comunista sentimentale, di uomo fedele alla tradizione culturale che lo aveva generato come professionista della parola e come grandissimo dilettante del giornalismo letterario che per tanti anni trovò nel Foglio la sua cuccia, il suo spazio di humour e libertà. Ha deciso di morire, lui che corteggiava il buio della notte perpetua pieno di paura e come attratto dal vuoto, mentre tramonta e si rigenera il mestiere che aveva scelto senza ubbie deontologiche e corporative, da militante politico, da sognatore, da stilista del racconto e del paradosso.

 

Da un anno non scriveva più. Fronteggiava la debolezza di malato, al visitatore preparava con fatica un succo di limone, leggeva di gatti e di Ponzio Pilato, si trasferiva dalla sua casa periferica, lontana, dalle parti della villa di Togliatti, a Montesacro, a cliniche e ospedali fatti per umiliare il gusto della vita mentre si dispongono anche eroicamente a curarla. Il corpo torreggiante si era ridotto di peso. Il volto sofferente aveva perso il colore dei giorni migliori. Ma gli occhi erano sempre mobili e prensili, ti toccavano con la loro bella timidezza, con i loro dubbi, con le domande che vedevano in sé e in te. Ti domandavi, pensandolo, se avrebbe ripreso il bus 63, suo luogo elettivo per leggere e sobbalzare sulle buche di Roma, per venire al giornale. E una volta lo ha ripreso, per festeggiare i vent’anni del giornale. Troppo poco.

 

Inutile star qui a parlare di un collega. Altro che collega, era una persona meravigliosa, fuori del tempo che la vita e la storia gli avevano assegnato, e però sempre dentro il flusso delle cose e delle idee, che per lui non erano banali opinioni ma grandi moralità e leggendario gusto dello scherzo. Una delle poche ma sicure glorie di questo giornale, nato all’estremo limite del Novecento, è di aver temperato nelle sue pagine e nella sua vita di gruppo, nella sua per così dire umanità, il tocco e la sensibilità di tanta gente ferita e incantata dal passato, dal comunismo, dal fascismo, dal cattolicesimo, dal liberalismo e da non so che altro, tanti volterriani, qualche prete di cui Stefano (a volte) si fidava. Stefano Di Michele ha scritto molto su queste pagine, ne ha estratto libri che hanno un loro destino forse non effimero, ha vagolato senza risparmiarsi in situazioni e ambienti sempre imprevedibili, ha coltivato in pubblico il diario privato delle sue convinzioni, del suo omaggio all’amore, alla fraternità che si nutre di rispetto e di privatezza, è andato controcorrente senza longanesismi, in modi sorprendentemente austeri e moderni, con una punta di maniera e la geniale capacità di raccontare l’attimo. Ha castigato lo stronzetto “de sinistra”, quello di destra non lo interessava proprio. Il suo snobismo aveva qualcosa di propizio, di promettente. E anche se Stefano sapeva che la maturità di un uomo a cinquantasei anni è cosa fatta, è morto ovviamente troppo presto e ci lascia in una desolazione compensata dal suo ricordo solare e lunare, ma fino a un certo punto.

 

Sul Foglio del lunedì in edicola domani, 18 aprile, pubblicheremo uno speciale su Stefano Di Michele.

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