Il Piave prima del Piave

E la Maremma a Talamone mormorò: non passa lo straniero

Nell’anno 528 dalla fondazione di Roma (225 a.C.) tutti i popoli italici si unirono per fronteggiare l’invasione di un immenso esercito straniero: i giganteschi Celti, sobillati dai Cartaginesi. Ma il gladio e l’aratro trionfarono
E la Maremma a Talamone mormorò: non passa lo straniero

Statua del Galata morente, con indosso solo la torque al collo (Musei Capitolini)

Fu in un giorno ridente di primavera, o forse era già il Solstizio d’estate, quando i Divini Gemelli completano la loro honesta missio zodiacale, che la Maremma tricolore mormorò: non passa lo straniero. E il barbaro arretrò, sconfitto, a precipizio nell’Orco. Fu nell’anno 528 dalla fondazione di Roma (225 a.e.v.) che i popoli italici si strinsero per la prima volta intorno all’Urbe nella difesa dei confini nazionali, vincendo anzitutto la discordia fratricida, e poi annientando il più grande esercito invasore mai visto prima sul suolo patrio. Celti erano i combattenti, circa centomila tra fanti e cavalieri e schiavi, avidi di bottino e decisi a ripetere le gesta dell’avo Brenno, l’invasore di Roma; ma i mandanti, e nemmeno troppo occulti, stavano a Cartagine: erano loro, i nemici ancestrali, i Punici da poco sconfitti alle isole Egadi (241 a.e.v.), a cercare una rivincita definitiva ma da ottenere per procura, allora come sempre, mandando al macello il barbaro biondochiomato venuto da nord.

 

Il loro disegno fu sbaragliato dal valore dei discendenti di Atlante, nel luogo in cui vigila il roccioso Atlas Telamo di cui scrisse Ennio: a Talamone.

 

L’ubicazione precisa del campo di battaglia è materia per ruminazioni da topografi. Di certo c’è invece questo: “Qualunque sia stato il luogo dello scontro, l’uno distante dall’altro poco più di tre chilometri, il grido di guerra, urlato dalla moltitudine dei barbari nell’imminenza dell’attacco, venne udito con raccapriccio e terrore estremo dagli abitanti di Talamone e dei villaggi vicini: dovette rimbombare come un tuono fra i colli della Marta, Ospedaletto e Civitella; oppure aleggiare terribile per i piani di Camporegio fino al mare, ormai irraggiungibile per quei biondi guerrieri, discesi spavaldi dalle fredde brume delle valli padane per venire a combattere e morire sotto il sole maremmano vicino a Talamone” (Mauro Ristori, “La battaglia di Talamone”, Orbetello 2000). Il Sole invitto dell’Italia romana.

 

Quel che sappiamo sulla grande battaglia, prologo in cielo della non meno decisiva Battaglia del Solstizio d’estate datata 1918 (il Piave mormorò…), lo dobbiamo a Polibio e alla sua fonte principale: Quinto Fabio Pittore, senatore patrizio della Gens Fabia e milite contro Galli e Punici, prima ancora che insigne annalista romano. Il resto proviene da scavi archeologici fondamentali, come quelli patrocinati a cavallo tra Otto e Novecento da Luigi Adriano Milani, l’allora direttore del Regio Museo archeologico di Firenze. La migliore monografia sull’argomento è più recente, firmata da un accuratissimo studioso grossetano, Gualtiero Della Monaca (“Talamone 225 a.C. La Battaglia dimenticata”, Edizioni Effigi, 2012). Ne faremo qui buon uso.

 


Urna cineraria da Chiusi raffigurante l’Eroe con l’aratro (particolare)


 

I Galli del III secolo a.e.v. erano più o meno gli stessi che a fasi alterne si erano affacciati e stanziati perfino lungo la dorsale della Penisola, ferocemente ingenui e coraggiosi, bramosi di preda. I confini naturali dell’Italia non erano ancora stati fissati materialmente sulle Alpi: i Celti occupavano la Gallia Cisalpina, contenuti a nord-est dalle colonie romane di Ariminum e Sena Gallica, più a ovest da quel che rimaneva della potenza confederata degli Umbro-Etruschi. Roma, tra la Prima e la Seconda Guerra punica, era intenta a spegnere focolai ribelli in Sardegna, Liguria e Illiria. I Celti si erano distinti come razziatori temerari e senza scrupoli, tanto da saccheggiare il santuario di Apollo Pizio a Delfi (279 a.e.v.). E così Cartagine pensò di cogliere l’occasione, sobillando la tribù dei Boi affinché facesse risuonare il suo corno in ogni anfratto della Gallia. I loro fratelli, a eccezione dei filoromani Cenomani e dei confinanti Veneti (formidabili Cavalieri armati d’Italia), risposero al richiamo del corno: i Taurisci dall’attuale Piemonte, gli Insubri da Mediolanum e dalla riva sinistra del Po, i Lingoni dall’Adriatico, i Senoni dalla Romagna; e poi Leponzi (Ossola), Orobiti (Brianza), Carni (Friuli) e altri ancora sotto la doppia corona dei comandanti supremi Concolitano e Aneroesto.

 

La leva gallica non era animata soltanto da un desiderio di terre e di ricchezza, aveva un preciso obiettivo: “Prima di muovere alla volta di Roma, i capi prescelti prestarono solenne giuramento di fronte all’esercito schierato dichiarando la loro ferma intenzione di portare a termine l’impresa e deporre le armi non prima di essere giunti vittoriosi sul Campidoglio” (Della Monaca). Il che in un certo senso sarebbe avvenuto, ma non secondo le previsioni dell’invasore.

 

Il Senato di Roma comprese subito l’eccezionalità dell’evento, al corno celtico si sovrappose il vento penetrante dei litui e delle trombe italiche. Come scrisse l’archeologo calabrese Edoardo Galli sul Marzocco del 31 agosto 1913: “Tutti i popoli della penisola minacciati e atterriti dallo stesso pericolo risposero all’appello di Roma… Germogliò così nelle loro coscienze un sentimento nuovo, quello nazionale. Ricordi di oppressioni patite, ire di parte, gelosie, vendette ebbero tregua di fronte alla calamità che stava per travolgere la Patria comune: in breve tempo l’Italia fu tutta in armi”. E questa era l’Italia: Romani, Latini, Etruschi, Sabini, Umbri, Sarsinati, Veneti, Cenomani, Volsci, Capenati, Piceni, Marsi, Marrucini, Peligni, Vestini, Frentani, Bruzi, Apuli, Messapi, Peuceti, Iapigi, Falisci, Equi, Ernici, Ausoni, Aurunci, Irpini, Caudini, Sanniti, Pentri, Carecini, Lucani, Campani, Siculi, Morgenti, Sicani, Iblei, Elimi, Enotri…

 

La difesa magica dell’Italia fu affidata ai Pontefici romani, i quali fecero interrare nel Foro Boario una coppia di Galli (più due schiavi graeculi): il sacrificio umano, rarissima e terribile risorsa rituale, consegnava così nella dimensione infera la taurina forza bellica maschile e quella generativa femminile del nemico. La difesa armata, l’imperium fulgurale di Giove, venne spartito dai consoli Lucio Emilio Papo, stanziato a Rimini, e Gaio Atilio Regolo che presidiava la Sardegna: a ciascuno due legioni formate da circa cinquemila fanti e trecento cavalieri, più trentamila fanti e duemila cavalieri alleati. Altri due presìdi furono inviati in Sicilia e a Taranto come deterrente contro possibili sortite cartaginesi o illiriche.

 

Un contingente più folto, infine, autentico nerbo italico sotto le insegne etrusco-romane, fu guidato ad Arezzo da un praetor dell’Urbe. Furono i confederati italici, inferiori per numero e armamenti, a incontrare per primi l’invasore, e non fu un pranzo di gala. In breve tempo i Celti erano giunti a tre giorni di marcia da Roma, a Kalousion – non v’è concordia sull’identificazione del luogo: secondo Ristori si tratta di Chiusi, il che avrebbe riscontri ma vedremo poi; secondo Della Monaca si tratta della località Doganella – senza incontrare resistenza, accumulando anzi una fortuna fra prigionieri, bestiame e altro bottino. I Galli furono astuti. Quando s’accorsero di avere le truppe degli Italici alle spalle, smobilitarono l’accampamento e simularono una ritirata: la cavalleria prese la via di Fiesole, ben visibile ai nemici; la fanteria si nascose nelle colline circostanti e, quando gli Italici illusi attaccarono i cavalieri celtici si ritrovarono scoperti sul fianco sinistro. L’imboscata dell’orda celtica appiedata fu devastante: seimila patrioti morirono, fra i quali il pretore romano, i sopravvissuti improvvisarono una disperata difesa in altura, aspettando soccorso dalle ormai vicine legioni di Lucio Emilio Papo.

 

Quella sera, ebbri di vittoria e di vino, i barbari radunarono il consiglio di guerra. Il re Aneroesto fu persuasivo: con quell’immenso bottino da riportare in Gallia, conveniva sospendere le operazioni belliche, tornare indietro, mettere al sicuro il tesoro e infine muovere nuovamente, definitivamente, all’assalto di Roma. Sorvegliati dalle legioni di Papo, subito accorse e presto riunite agli Italici ammaccati ma tenute a distanza da un intelligente calcolo delle forze disponibili per una battaglia campale favorevole, i Galli presero la via del Tirreno, si diressero verso la costa puntando su Talamone, decisi a risalire almeno fino a Pisa, forse aspettandosi il soccorso delle imbarcazioni promesse dal mandante cartaginese.

 

A quel punto l’Italia intera, protetta da due eserciti divisi e ignari l’uno dell’altro, percepì l’onta dell’inanità, il pericolo della fine. Epperò, come scrisse Galli, “le cose subirono un mutamento quasi prodigioso: il console Gaio Atilio Regolo, richiamato dalla Sardegna, era intanto sbarcato col suo esercito a Pisa, e seguiva anch’egli la litoranea verso Roma, avanti alle forze celte”. Da mare e da terra, mossi da intuito più che da strategia, i due consoli stavano per chiudere in una sola morsa il nemico appensantito e sorpreso lungo la bassa Maremma. Catturati alcuni barbari in cerca di foraggio, Atilio Regolo fu messo a conoscenza dei fatti recenti, e comprese che l’esito della imminente battaglia sarebbe stato risolto unicamente da una carica di cavalleria proveniente dalla vicina altura di Poggio Ospedaletto. Così decise di guidare i suoi equites fin sulla cima.

 

I Celti li videro e si smarrirono, immaginando che Emilio Papo li avesse sorpassati nella notte. Quindi, a loro volta, riuscirono a far prigionieri alcuni ausiliari, seppero da loro del secondo esercito arrivato da Pisa, scatenarono l’assalto al colle. Accerchiato ma non ancora sopraffatto, Atilio Regolo si avvicinava a una morte gloriosa, riscattata però da una seconda carica di cavalleria proveniente dalle truppe di Emilio Papo: erano gli Italici sconfitti a Fiesole che andavano a strappare la Vittoria palmata dalle mani straniere. Il colle fu tenuto, sebbene a prezzo quasi indicibile – almeno tremila cavalieri caduti, dal console in giù – ma quella resistenza si sarebbe dimostrata fatale al nemico.

 

Fiaccati nell’impeto, ma pur sempre soverchianti per numero e impazienti di venire al corpo a corpo, i Celti si trovarono sotto attacco di fronte (le legioni del defunto Regolo, la cui testa era finita nelle mani dei re invasori) e alle spalle (quelle di Papo). Non avrebbero combattuto soltanto per vincere: in gioco era ormai sopra tutto la sopravvivenza. Divisero perciò i loro contingenti: sul fronte nord i Taurisci e dietro di loro i Boi; a sud gli Insubri e avanti a loro il corpo scelto dei Gesati, così detti per via della destrezza con la quale maneggiavano il gaesum, ma ancor più temibili per la possessione sciamanica che li portava a combattere quasi completamente nudi, i corpi enormi verniciati di colori tenebrosi, negli occhi la visione di un nobilissimo destino ultramondano previsto per i morti in battaglia.

 

Furono loro, i Gesati, a celebrare il rito della svestizione e caricare urlanti per primi. Ma la virtù romana non si lasciò atterrire: su di loro calò come fulmine nella notte una pioggia di dardi e giavellotti, dopodiché si infiammò la mischia. Le spade dei Celti, troppo lunghe e troppo cedevoli, utili per il primo assalto a colpi di taglio nel quale eccellevano i barbari, cedettero presto al gladio corto dei legionari, formidabili strumenti marziali di punta e di taglio, invincibili negli spazi brevi. E tuttavia la situazione rimase in bilico fino a che non riapparvero i Cavalieri di Roma. La loro terza, ultima carica fu diretta dal Poggio Ospedaletto verso il fianco destro dei Galli, che si aprì sanguinante e provocò sbandamento e strage. Di lì a poco, oltre quarantamila Celti furono precipitati nel regno delle ombre, circa diecimila vennero fatti prigionieri, la cattura del re Concolitano e il successivo suicidio rituale di Aneroesto avrebbero vendicato le spoglie di Gaio Atilio Regolo e sospinto la Vittoria alata alla salvezza dell’Italia romana.

 

Il Senato dell’Urbe concesse per l’anno successivo, nel mese di Marte, il trionfo a Lucio Emilio Papo, reduce anche da un’incursione punitiva nella terra dei Boi. E Papo volle inverare a modo suo, beffardamente, l’auspicio dei barbari che avevano giurato di deporre le armi soltanto una volta giunti in Campidoglio: saliti in ceppi sopra il Colle capitolino insieme con il corteggio trionfale, a Concolitano e ai resti della sua orda furono infine strappati i baltei. Morte e schiavitù attendevano gli invasori, ma la memoria di Roma, la bilancia della sua giustizia offesa da Brenno e dai suoi discendenti, sarebbe stata del tutto riequilibrata dalle campagne di Caio Giulio Cesare, quasi due secoli dopo.

 

E’ stato detto più volte che gli eserciti di Roma non possono subire sconfitta, fintantoché l’agire romano resta centrato nel patto giuridico-sacrale (Ius-Fas) stabilito ab origine con Giove Ottimo Massimo. Quando il rovescio militare si manifesta, ciò dipende dalla trascuratezza con la quale i consoli trattano segni e prodigi celesti. Si sa che la vittoria di Talamone, senza la quale la storia dell’occidente sarebbe stata scritta in caratteri punici e cantata da bardi celtici, è custodita nello scrigno templare dedicato a Iuppiter sopra il poggio Talamonaccio. Nel suo libro, Della Monaca ricorda i versi tratti dalle Laudi di D’Annunzio, poi riporta due citazioni commemorative mussoliniane: una del 1926, all’Università degli stranieri a Perugia, e una del 1942 alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni; quindi – su un versante opposto e parallelamente strumentale – uno sbotto di fiele scappato pochi anni fa all’ex capo leghista Umberto Bossi: “I nostri andarono incontro a una grande battaglia dalle conseguenze incredibili, la fine del mondo celtico, la schiavitù…”. Prodigi della memoria.

 

Meno noto è invece l’esemplare di un’oncia fusa con un’iscrizione coeva alla battaglia di Talamone, conservata da Milani nel suo monetiere: sulla superficie, lo studioso lesse Tlam(u), “presunto nome etrusco di questo porto”, ma dal disegno riportato nella sua “Guida al Regio Museo archeologico di Firenze” (1912) è forse possibile trarre la parola (A)Tlas, che ha la stessa radice, come suggerisce il poeta latino Ennio, autore di un dramma intitolato all’Argonauta Telamo. Della Monaca coglie al riguardo un punto fondamentale: Ennio “aveva stabilito anche una corrispondenza tra Telamone e Atlante, nomi derivanti entrambi dalla radice tl- che significa ‘portare’, ‘sopportare’”. Dunque “sorreggere”, aggiungiamo, vale a dire regere da sotto, come fa il latente aureo Saturno nel Latium e nell’Italia tutta (la Saturnia Tellus) che non per caso condividono la stessa radice tl- con Atlante e Telamone. Ma c’è altro.

 

Saturno e il Sator, l’aratore primigenio degli Italici. E il solito, ispirato Milani ha studiato (1877-1887, Ripostiglio Vivarelli-Strozzi) e riorganizzato da par suo (1892, Ripostiglio del Genio Militare) un materiale votivo di eccezionale portata, altrimenti muto, collegato alla battaglia e disseppellito proprio nell’area del Poggio di Talamonaccio, a ridosso del tempio di Giove. Si tratta di bronzetti miniaturizzati che riproducono armi da guerra etrusco-romane e celtiche, ma sopra tutto attrezzi agricoli (vanghe, picconi, accette, falcetti), e in particolare l’aratro del Sator, utilizzati a fini bellici. Così si espresse Milani: “Polibio termina la sua vivace descrizione della guerra gallica richiamando quella analoga vinta dai Greci contro i Persiani a Maratona e contro i Celti a Delfi (II 35). A Maratona ci riporta appunto l’aratro simbolico e votivo del ripostiglio.

 

Il nostro aratro corrisponderebbe virtualmente tanto con quello impugnato in tempi storici da Echetlo, l’eroe leggendario della guerra persiana [insieme con Pan, Echetlo fu protagonista di una ierofania decisiva per debellare l’invasore persiano nella celebre battaglia di Maratona], quanto con quello impugnato in tempi mitologici da Cadmo per combattere, in modo analogo, i militi barbari e mostruosi nati dai denti del famoso drago del suolo tebano. Sta d’altronde il fatto che proprio in questo torno di tempo prese voga in Etruria, specialmente nel chiusino e nel volterrano, la rappresentanza di Echetlo o quella parallela di Cadmo, la quale troviamo ripetuta con speciale predilezione nelle urne cinerarie etrusche-romane più povere, cioè in quelle di terracotta generalmente ottenute a stampo. Le monete romane che si sogliono trovare in queste urne sono assai onciali, i quali precisano l’epoca di esse urne fra il 212 e il 146 a.C.

 

In questo tempo, così vicino alla famosa vittoria celtica, per i militi e paesani, che avevano preso parte alla medesima, non si poteva scegliere davvero un soggetto più appropriato, più significativo. Il fatto di Echetlo e quello di Cadmo si identificavano in una rappresentanza unica ed in un’unica glorificazione, quella della guerra per l’indipendenza nazionale”.
E ancora: “L’aratro… è soprattutto eloquente nella glorificazione ideale del fatto di Telamone pel suo richiamo all’aratro di Cadmo e di Echetlo, gli eroi che rappresentavano per eccellenza la lotta contro lo straniero e il trionfo dell’elemento nazionale sulla barbarie. Qui… è per giunta spezzato intenzionalmente, al pari della cateia, la caratteristica scure celtica, al pari dell’aes rude. La rottura intenzionale di tali oggetti accresce valore e peso all’offerta simbolica, ove si tratti, come io ritengo, di spoglie o manubie di guerra (manubiae hostium)… Solamente qui si sono volute associare alle spoglie celtiche le armi appunto che decisero, a detta di Polibio, del trionfo romano, i gladi corti a doppio taglio e i pila, e, a guisa di nota patriottica, si aggiunsero gli utensili agricoli e gli strumenti di lavoro che si poteva presumere avessero impugnato i coltivatori e proprietari della terra, in mancanza di altre armi, per la difesa del patrio suolo” (“Studi e materiali di Archeologia e Numismatica”, 1899).
Il gladio di Mars Gradivus, il pilum dei Castores e il vomere di Echetlo, l’Eroe con l’aratro: qui sta il nucleo essenziale del trionfo romano a Talamone. (E se invece che offerte votive fossero la parte culminante d’un rito di guerra e di Vittoria, il rito di Echetlo, l’eroe con l’aratro?).

 

Sia pure con una punta di scetticismo sulle cronologie, anche gli studiosi contemporanei concordano, come dimostra lo scritto di Cristina Chelini (in “Orbetello. Museo archeologico. I – Le collezioni”. A cura di Gabriella Poggesi, Siena 2010): “Un’interessante ipotesi riferisce i due ripostigli di Talamone a uno stesso ambito cultuale o piuttosto a due ambiti cultualmente vicini: il Ripostiglio Vivarelli-Strozzi potrebbe essere dovuto, anche per l’alto valore intrinseco degli oggetti, in bronzo fuso [numerose lance con punta a foglia di lauro o a piramide, oltre a un modellino dettagliato di aratro italico], e per il legame al tempio, alla classe dirigente etrusca e rappresenterebbe un momento celebrativo di un episodio (la battaglia del 225 a.C.?) che aveva consolidato il proprio predominio politico e sociale in una comune unità d’intenti con Roma.

 

Il Ripostiglio del Genio Militare, per la povertà degli oggetti [compreso l’aratro di Echetlo di tipo chiusino], la maggior parte dei quali sono di bronzo e poi sbalzati, e del contesto in cui era collocato, sarebbe relativo al culto di una divinità agricola e guerriera, quale il cosiddetto Echetlo, l’Eroe con l’aratro, da parte di quella classe di pastori e agricoltori, non necessariamente proprietari, ma liberi, di cui parla Plutarco”. Come a dire: una comunità di destino romano-italica nel senso pieno, unita sotto la regalità di Giove dai simboli dei Dioscuri e del nume silvano-agreste Echetlo riemerso da Tellus a custodia dei confini inviolabili.
E a proposito di confini, per tornare a Talamone, Della Monaca fa menzione nel suo libro di alcune manifestazioni tenebrose, larvali e vampiresche, giunte fin quasi ai giorni nostri: “E’ a questi ripetuti ritrovamenti che si devono alcune leggende legate alla grande battaglia del 225 a.C., che sono state tramandate tra gli abitanti della zona. Una di queste, senza dubbio la più affascinante, riguarda il bosco che si trova nei pressi di una bellissima casa colonica situata in località La Selva e alla Piana del Prete, a poca distanza dal colle di Talamonaccio.

 

Si racconta che qui, in un luogo non ben precisato, era sepolta una biga tutta d’oro con i cavalli ‘addormentati’ guidata da un principe e che in giorni speciali, secondo strane congiunzioni astrali, gli spiriti dei Galli che presero parte alla battaglia si risvegliavano per impadronirsi dei corpi a sangue caldo che incontravano, umani o animali che fossero, causandone la morte. Nei secoli passati la paura tra i lavoranti delle fattorie vicine a La Selva era talmente forte che molti di loro preferivano licenziarsi piuttosto che correre il pericolo d’imbattersi in quei pericolosi fantasmi. Verso la fine dell’Ottocento, per mettere fine a questa seccante diceria il proprietario di quelle terre decise di far occupare il bosco da numerosi somari bradi, spiegando al suo fattore che in quel modo gli spiriti si sarebbero insediati in quelle bestie lasciando in pace i lavoranti. Da quel momento si continuò a parlare del principe sulla biga d’oro, ma non più degli spiriti dei Galli”.

 

Notevole testimonianza, per almeno due ragioni. La prima trova una spiegazione non solo cultuale nelle sculture fittili del frontone settentrionale del tempio di Talamonaccio: “A destra Anfiarao che precipita nella voragine trascinatovi dalle Furie; a sinistra Adrasto che fugge sul carro accompagnato da altra Furia; nel mezzo Thanatos, il genio della morte”, scrive Milani, ragionando sulla doppia sorte funerea dell’indovino e del re di Argo che osarono sfidare Tebe, nei quali lo studioso identifica i due re celti sconfitti a Talamone: Aneroesto “trascinato nell’Orco con 40.000 dei suoi nel campo di battaglia”; e Concolitano che, “conscio della sua sorte, volge lo sguardo al baratro infernale, dove già si sprofondano i cavalli della quadriga”. E’ la resa plastica, post eventum, del rito di consacrazione agli inferi o devotio hostium cui i sacerdoti etrusco-romani sottoposero gli improvvidi duci celti e le loro turbe.

 

La seconda peculiarità della “leggenda” citata da Della Monaca sta nel fatto che le apparizioni larvali ebbero luogo in una località chiamata La Selva, lì dove è lecito immaginare un’azione esecutiva della devotio hostium per opera di una divinità silvestre come Echetlo, connessa alla sacralità del cippo di confine, chiamato qui Selvans e rappresentato con un falcetto nella mano destra in un celebre bronzetto votivo di Ghiaccioforte, non lontano da Talamone! Selvans tusco non è che “il dio italico/latino Silvanus… definito antonomasticamente ‘Selvans quello dei confini’ (Selvans tularia, dove l’epiteto è una forma aggettivale di tular, termine tecnico per ‘confine’). I cippi erano sacri, in quanto posti e autorizzati direttamente da Tinia (Iuppiter).

 

La loro rimozione era un sacrilegio, ed era punita severamente” (Adriano Maggiani, “Agricoltura e disciplina etrusca”, in “Il mondo rurale etrusco, Firenze 2009). Ma Silvanus, a sua volta, non è che il volto privato di Faunus-Inuus, il bicorne Pan italico cui Roma dedica un culto pubblico sull’Isola Tiberina, accanto a Vediovis. E’ lui il sacro propagatore della stirpe – Inuus, ab ineundo in cubum – in quanto nipote di Saturnus, figlio di Picus Martius, e genitor di Latinus, il capostipite del Latium primigenio. Nel loro nome, nel loro segno che non può fallire, la Victoria romano-italica impresse a Talamone la sua Grande Orma.

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