Contro Vinitaly

Sette buoni motivi per cui non andrò a Vinitaly. Bere deve essere un piacere, non un lavoro. Il nome anglofono, poi, sa tanto di enologia colonizzata.
Contro Vinitaly

Perché non vado al Vinitaly che apre oggi e perché, a chiunque non sia un produttore zavorrato da troppe bottiglie, sconsiglio di andarci.

 


1. Perché il Vinitaly non è, come molti erroneamente credono, a Verona. Romeo ripete da più di quattro secoli che “non c’è mondo fuori dalle mura di Verona”. Forse l’amore per Giulietta lo spinge a esagerare un poco ma di sicuro fuori dalle mura di Verona non c’è Verona. E il Vinitaly si svolge molto fuori Porta Nuova, più vicino all’autostrada che all’Arena, in un’area eccezionalmente disamena dove una fiera del bullone starebbe benissimo.

 


2. Perché per il bevitore il vino non dev’essere un lavoro ma un piacere. Mentre l’indirizzo del Vinitaly è appunto Viale del Lavoro, e il palazzo della fiera sembra progettato da un architetto della Germania est e inaugurato un Primo maggio degli anni Cinquanta, e davanti c’è un cavallo di bronzo che sembra di uno scultore vincitore del premio Lenin, e dietro il cavallo e dietro il palazzo ci sono tredici padiglioni dove, avvinazzati e affaticati, non si fa che sudare.

 

3. Perché il nome anglofono ribadisce lo statuto coloniale della nostra enologia, il vizio di imitare e di considerare campioni nazionali il Franciacorta che è un simil-champagne o il Sassicaia che è un bordeaux d’imitazione, dunque snobbando vere peculiarità quali il Lambrusco, il Prosecco, la Vernaccia di Oristano… Non paghi, i vinitalisti hanno coniato nomi sempre più allogeni per le manifestazioni collaterali: Vinitaly and the city, Operawine, 5 Star Wine, Wine Without Walls… La Germania non è Enotria eppure sono più orgogliosi di noi e hanno dato alla loro organizzatissima fiera un nome tedesco: ProWein. Vinitaly è il nome perfetto per un popolo che crede faccia fino bere Chardonnay.

 

4. Perché sputare fa schifo, oltre che offendere Cristo e pure Dioniso. Purtroppo non esistono vere alternative: al Vinitaly o si muore o si sputa il vino (dopo averlo annusato e fatto girare in bocca) negli appositi secchielli. E siccome per morire c’è tempo, dal Vinitaly se non ci si vuole vergognare di fronte al mondo e di fronte a se stessi bisogna stare lontani.

 

5. Perché comunque si rischia la patente. L’alcol viene assorbito anche dalle mucose della bocca, quindi sputare garantisce la sobrietà per 3 o 4 assaggi, non per 30 o 40. Al ProWein il mezzo pubblico si chiama treno, un comodo efficiente treno tedesco, al Vinitaly si chiama navetta, una sovraffollata puzzolente navetta italiana, e pertanto si finisce con l’andarci in macchina offrendo il destro agli uomini in divisa di organizzare maramaldeschi agguati tutt’intorno alla fiera, con alcol test e inevitabile seguito di multe, polemiche, cause, sospensioni e confische.

 

6. Perché 5 sensi nulla possono contro 4.000 espositori. Piccole, efficaci degustazioni focalizzate su pochi vini si possono organizzare benissimo in casa, mentre chi va al Vinitaly se non altro per ammortizzare il prezzo del biglietto (80 euri) cerca di assaggiare tutti i vini prodotti dal Brennero a Pantelleria: peccato che dopo il sesto, settimo bicchiere qualora fosse bendato (o usasse calici Riedel di cristallo nero) non capirebbe nemmeno se sta bevendo bianco oppure rosso. Col palato esausto, le papille intasate, l’illusione, di abbracciare in un sol giorno l’intero panorama enologico italiano, infranta.

 

7. Perché non ha mai nemmeno scalfito l’ignoranza enologica delle masse. Nonostante il Vinitaly da mezzo secolo infligga al suo mezzo milione o mezzo miliardo di visitatori innumerevoli degustazioni guidate, innumerevoli eventi pedagogici, quasi tutti ancora credono che il lambrusco sia un vino dolce, che causa dell’ubriachezza sia la mescolanza di alcolici diversi, che il bianco vada bevuto freddo e il rosso a temperatura ambiente. Tante file per nulla.

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