Montanelli e la biografia di un italiano a suo modo eccezionale

Cos’è la grande “vita senza fine” raccontata nel libro di Salvatore Merlo. La mezza biografia della mezza vita del grande giornalista con i suoi capricci, le sue bisbocce, le sue depressioni, la sua straordinaria verve con le parole e le donne e le combriccole politiche.
Montanelli e la biografia di un italiano a suo modo eccezionale

Indro Montanelli scrive a macchina

Su Salvatore Merlo, che lo pratica strumentalmente in tutta tranquillità, il digitale scorre come acqua su marmo. Lo stile del suo bel libro sul giovane Montanelli e la sua “vita spericolata” (Fummo giovani soltanto allora, Mondadori) è una seducente e moderna rielaborazione della lingua italiana, con elementi di gentilezza stendhaliana. L’affanno piatto del computer e della rete, il tocco magico dell’imbecillità, non lo riguardano: l’evocazione di questa strana e controversa divinità del giornalismo italiano sembra scritta a macchina, magari sulla stessa Olivetti che appartenne a Indro da Fucecchio. Del maresciallo Badoglio che si reca all’Eiar per certificare la famosa morte della Patria, per dire, si notano “l’abito grigio leggero”, il “cappello morbido”, “lo sguardo gonfio, sbattuto”, con il dettaglio di una incongrua rasatura, “vecchie abitudini militari” dai tempi della Grande Guerra. E’ la pagina 163, capitolo X, un incipit, e siamo ben dentro il migliore dei reportage montanelliani, straniati e messi comodi nel nitore della rappresentazione come usava il Maestro.

 

Non si sa bene a questo punto cosa sia il Novecento, lo si scoprirà solo più tardi e parzialmente, ma si capisce che il secolo italiano del fascismo, dell’impero e della fronda ambigua, tollerante e tollerata dei nipotini di padre Leo Longanesi, è arrivato alla fine. E ci lascerà come in prestito, almeno per i giovani grandi talenti, il novecentismo, culto devozionale eppure non marginale né futile delle belle lettere. La mezza biografia della mezza vita di un italiano a suo modo eccezionale e tipico non vale tanto per il soggetto trattato, per i suoi capricci, le sue bisbocce, le sue depressioni, la sua straordinaria verve con le parole e le donne e le combriccole politiche, le sue gesta fantomatiche tra il probabile e l’impossibile, quanto per il modo di scrivere che reincarna un’epoca e ci restituisce la sua fluidità narrativa, il suo buon gusto, oltre che certi tratti della sua follia.

 

La madre Maddalena, Mammettina, gli aveva “pregato la vita con la voce” passeggiando intorno alla caserma dove il figlio consumava angoscia di vita e di servizio militare. Montanelli tredicenne contrasse l’entusiasmo, perché “nei giovani l’entusiasmo è un fenomeno contagioso, in una classe si trasmette dall’uno all’altro come gli orecchioni, e gli entusiasti, con frivola, puerile ambizione, cercano di superarsi a vicenda, spingendosi a fare progressi”. Mussolini gli piaceva in modo struggente perché “si esprimeva con quella ornata abbondanza di cui gli italiani sono tifosi non meno che del calcio”. “Le donne gli avevano sempre messo un certo citrato nel sangue”, sicché dopo amorazzi fiorentini arrivò “la magica luce” di un’età in cui tutto diviene possibile, compresa la cocaina e signore “che si propagano come un veleno”.

 

Il fascismo era una botta di vita, ma si normalizzava, anzi nella lingua di Merlo “si faceva stato e si mineralizzava”, ed ecco l’incontro con l’anarchismo fascista eroico di Berto Ricci, uno di quei giovani “costantemente sconfitti dagli anziani” che “hanno il privilegio di non arrendersi alla verità e pertanto di agire da vittoriosi”. Merlo sa descrivere un Montanelli “bianco come un pollo morto” che si sforza di scrivere un buon italiano, sa integrarlo nel paradosso dell’ingenuo e giovane idealista, “prodigiosamente intelligente, e quindi non di rado ottuso”.

 

Quel giovane, “soltanto allora”, scopre un’America che esiste e non esiste, poi s’inoltra nella fezzeria dell’Abissinia imperiale (“sbagliando s’impera”, diceva Longanesi), sposa una ragazzina tra i dodici e i quattordici, ché “ a quelle latitudini a quattordici anni una fanciulla è una donna fatta, e a venti è una vecchia”: qui la prosa di Montanelli e quella di Merlo biografo, preoccupato dell’inarcarsi di sopracciglia, oggi, divergono e si ritrovano nella dolcezza misericordiosa del giovane autore: “La ragazza appariva bella, anche se non classicamente bella, e doveva suggerire dolci orizzonti”. Merlo verso il suo eroe sa essere sentimentale, ma  cita Longanesi: “Mai si ammirarono immagini di seni così turgidi e puntuti… l’Abissinia appare come una sterminata selva di bellissime mammelle a portata di mano”.

 

Carlo Rosselli voleva che “Indro fosse guarito di molte illusioni”, e lo scriveva. Carlo Roddolo, morto per la Patria in Africa (“penso a volte che chi s’imbarca in un’impresa di tal genere non possa, se vuol evitare l’equivoco, che morirci”) gli scrisse generoso e antiveggente: “Non fare il matto, Indro… scantonando nella gigioneria e allineandoti sul modello dell’eroe littorio con l’aratro in mano e l’aquila in testa: che è, credi a me, un gran brutto modello”. Poi arriveranno Omnibus con la sua parata di stelle e la sua ironia frondista, poi la prima moglie Maggie, poi le Estonie, le Finlandie, i falsi o falsificabili incontri del novelliere toscano con Hitler, la carriera più che brillante tra le maledizioni ostili di Malaparte, le rivalità e le ombre perenni di Via Solferino.
Finché una gioventù si dissolve nel gran tratto di pittura che la raccoglie, e la vita eterna, che è quella senza la morte dell’eroe, che è l’epica di una vita non definita dal suo limite, si affida a un futuro che il libro tralascia. In uno stile grande ma non grandiloquente, appassionato di senso e pieno di gusto, si può raccontare una cosa che non esiste, come ha magnificamente fatto Salvatore Merlo: una vita senza fine.

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