Perché le donne possono essere decisive nelle lotta al fondamentalismo islamico

L'appello del Foglio, le prese di posizione di alcune donne musulmane e l'Europa che per non offendere gli islamici si tira indietro persino sui tanto sbandierati diritti.
Perché le donne possono essere decisive nelle lotta al fondamentalismo islamico

Una donna prega nella moschea di Brescia (foto LaPresse)

Sabato scorso, sulla prima pagina del Foglio, il direttore Claudio Cerasa ha scritto che “non si può combattere il fondamentalismo di matrice islamista senza che siano per prime le donne musulmane ad alzare il velo sulle ipocrisie dell’islamicamente corretto e sulla condizione drammatica in cui spesso si ritrovano a vivere le donne di fede musulmana”.

 

Gli anticorpi al jihad si possono creare all’interno dell’islam riconoscendo intanto che esiste un problema con la violenza.

 

“Una violenza che – continuava l’editoriale di Cerasa – colpisce l’occidente attraverso guerre, terrore e attentati e che ha un suo riflesso in una violenza parallela che è quella che colpisce ogni giorno milioni di donne la cui vita è segnata da una rigida interpretazione da parte degli uomini di un versetto del Corano (2:223): “Le vostre donne sono come un campo per voi, venite dunque al vostro campo a vostro piacere”.

 

A condannare la condizione di schiavitù in cui spesso vivono le donne nell’islam sono le stesse musulmane, ma l’occidente può e deve giocare un ruolo decisivo in questa battaglia. Peccato che spesso non lo faccia. Martedì sul Foglio Rita Panahi, fuggita dall'Iran nel 1984 e oggi editorialista dell’australiano Herald Sun ha spiegato che “il silenzio delle donne occidentali più impegnate equivale al tradimento di ogni singola ragazza e donna perseguitata in nome dell’islam. I progressisti, in particolare, accettano pratiche aberranti e datate contro le donne in nome della sensibilità culturale. E questa bizzarra alleanza fra progressisti e islam radicale è la dimostrazione della bancarotta morale di un’ampia parte della sinistra”. Sollevare il velo sulla condizione della donna islamica – oltre a essere intrinsecamente giusto – può avere conseguenze positive più generali dice Panahi: “Se insistiamo sul fatto che richiedenti asilo, immigrati di prima e seconda generazione adottino valori fondamentali come la libertà e l’eguaglianza, allora favoriremo l’emancipazione delle donne islamiche e daremo loro maggiori opportunità di influenzare le rispettive comunità, allontanandole dal radicalismo”.

 

E’ ciò che non è successo in molti casi in Francia, come ha raccontato al Foglio Nadia Remadna, fondatrice di Brigade des mères (Bdm), un’associazione di madri che non vogliono vedere il proprio figlio inghiottito dalla delinquenza o dalla radicalizzazione islamica:

 

“I politici francesi hanno lasciato crescere la religione islamica nei nostri quartieri per dominarci, per farci credere che ci amano, che si interessano a noi, ma portando avanti questa politica hanno creato l’odio nel cuore dei nostri figli”. Definisce “diavolo” l’islam radicale e dice che “dobbiamo portare avanti un discorso di emancipazione femminile e uscire da questa autosegregazione”. “La vittimizzazione non mi piace e soprattutto non serve a nulla”.

 

Dovrebbe essere semplice, nell’Europa che si autoproclama baluardo dei diritti e delle libertà di tutti. Eppure non è così, a leggere le cronache di questi giorni: di fronte all’islam l’occidente indietreggia, teme di offendere, è disposto persino a limitare alcuni diritti per non “scontrarsi” con la sensibilità dei musulmani – cosa che non succede mai con altre religioni. Oggi sul Corriere della Sera Maria Serena Natale racconta “i passi indietro sul fronte dei diritti” in Europa.

 

Un filo rosso lega le storie di incontro-scontro fra culture nell’Europa dell’emergenza immigrazione e dell’allerta terrorismo perenne. È il rapporto con la libertà. Di pensare, esprimersi, rivendicare il pieno dominio del proprio corpo. Libertà che prima o poi s’infrange sullo scoglio del ruolo della donna facendo emergere nel confronto con “l’altro” — quasi sempre comunità islamiche conservatrici — le contraddizioni interne allo stesso Occidente secolarizzato.

 

C’è la vicenda delle raccomandazioni alle impiegate di un distretto di Amsterdam di non inossare minigonne o stivali al ginocchio, quella della piscina in Svezia dove uomini e donne non possono nuotare assieme, l’introduzione di carrozze per sole donne sui treni in Sassonia o la richiesta di “abbigliamento modesto” fatta da un preside alle famiglie che frequentavano una scuola tedesca vicino a un centro di accoglienza per rifugiati siriani.

 

Il divieto di indossare minigonne è anche lo spunto per Giulia Innocenzi, intervistata oggi sul Giornale, per dire che le donne non devono "mai arretrare sulle nostre libertà". Questa raccomandazione alle impiegate olandesi, per la giornalista ex Servizio Pubblico, è frutto dei "danni del politicamente corretto", per cui "le donne pagano il prezzo più alto". 

 

In ogni democrazia liberale e pluralista – scrive oggi Michela Marzano sul Corriere – pur non sopportando il fatto che una donna si veli, si dovrebbe essere capaci di accettarlo; esattamente come si dovrebbe accettare il fatto che alcune donne mettano la minigonna o vadano in giro con abiti sexy, anche quando la cosa infastidisce. A meno di non voler distruggere proprio la tolleranza, visto che “tolleranza” e “intolleranza” non fanno altro che elidersi reciprocamente. Se in nome della tolleranza si tollerasse l’intolleranza si finirebbe d’altronde con lo svuotare di senso il concetto stesso di tolleranza.

 

Sono le donne la chiave contro l’islam violento. Bisogna però che chi di loro prova a ribellarsi e far sentire la propria voce trovi un occidente disposto a sostenerle e difenderle, e non che impaurito si ritragga, disposto anche a limitare la libertà delle donne pur di non offendere i musulmani.

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