Insondabile e vera, sarà la nebbia, non la bellezza, a salvare il mondo

Quando qualche giorno fa ho letto sul New Yorker che nel deserto del Marocco sud occidentale hanno sperimentato un sistema per ricavare acqua dalla nebbia che si addensa sull’Atlantico, ho avuto un sussulto. Ma cosa fanno alla nebbia, questi talebani qua?
Insondabile e vera, sarà la nebbia, non la bellezza, a salvare il mondo

Quando ero alle medie, su non so più che manuale (uno di quelli che profetizzavano la scomparsa del petrolio entro l’anno 2000 e altre balle climatiche), ricordo di aver letto che tra le regioni più nebbiose del mondo al secondo posto c’era la Pianura Padana (alias: Oceano Padano). Da quel giorno, nonostante il libro presentasse il dato come un fatto negativo, ebbi la conferma di abitare in un posto meravigliosamente speciale. Anzi, incurante del fatto che il titolo di luogo più nebbioso fosse andato all’isola di Terranova (troppo lontana, mi dicevo, forse nemmeno esiste, qui da noi l’unica Terranova è quella dei Passerini, in provincia di Lodi, e tanto basta), nel posto in cui chiunque avrebbe dovuto desiderare vivere godendo del ciclo delle stagioni, in particolare quelle fredde, del gelo e della brina. E della nebbia, l’elemento naturale di gran lunga più bello.

 

Per questo, quando qualche giorno fa ho letto sul New Yorker che nel deserto del Marocco sud occidentale hanno sperimentato un sistema per ricavare acqua dalla nebbia che si addensa sull’Atlantico, ho avuto un sussulto; m’è preso uno sgomento paragonabile a quando la domenica finisce la cassoeula e tu ne hai prese solo sette porzioni. Ma cosa fanno alla nebbia, questi talebani qua?, mi sono detto. Stai a vedere che adesso le diavolerie della modernità vanno a contaminare pure la nostra amata nebbia. Poi però mi sono ripreso e ho capito. Ho capito che quella invenzione folle, che garantisce acqua a bassissimo costo a popolazioni da sempre condannate alla siccità, può diventare l’avanguardia ingegneristica di una nuova consapevolezza etico-estetica globale: la nebbia, e non la bellezza, salverà il mondo.

 

Non chiedetemi come, ma lo salverà. Perché la nebbia, come la bellezza, è sostanzialmente inutile, in pochi la apprezzano, pochissimi la amano davvero celebrandone religiosamente il culto a ogni volgere d’anno. Tipo noi oceanico-padani. Che la veneriamo alla nostra maniera, tacitamente, rudemente, vergognandoci della dolcezza che ci pervade quando ai primi freddi delle albe autunnali ne respiriamo gli inattingibili vapori. La nebbia non si spiega: si inala. Non si descrive: ci si lascia vincere e avvincere. (A Nosadello, il mio paese, una sera, era Natale, per la via un silenzio spettrale, solitudine, deserto, assenza, digestioni lente e aspre, le luci natalizie intermittenti che fendevano appena un fitto nebbione d’antan, una tristezza così pura che quasi quasi ero felice).

 

La nebbia è il nulla visibile, o il moltissimo invisibile a sguardi che seguono rotte scontate. E’ come quando alzi gli occhi al cielo e vedi tutto blu, solo che vedi tutto grigio. Si tratta semplicemente di variazioni cromatiche, di più umili e non meno veritiere prospettive. Una notte, mentre guidavo per la Lomellina, tra Palestro, Robbio e Mortara, nella nebbia a banchi lungo gli inquietanti rettilinei, pensavo all’ordine delle cose, al nostro destino, alla confortante cadenza di questi nostri esatti trapassi stagionali. A quanto sia ritualmente necessario che ci si spauri in macchina usando come unica bussola la linea di mezzeria, fissare quel muro amichevolmente angosciante senza scendere mai sotto i sessanta all’ora, tirare giù il finestrino per guardar fuori, non badare agli alti rivoni delle rogge che corrono lì accanto. La nebbia va contemplata senza pensieri e attraversata senza volerne uscire. E’ il domestico, muto colloquio con l’idea di fine che difettando d’immaginazione ci siamo fatti, la non spaventevole anticipazione della morte che il mondo esposto a solatìo vorrebbe invece soltanto ignorare.

 

E poi non è vero che la nebbia diminuisce la visibilità. Sono tutte le cose attorno che preferiscono sparire, per farcela vedere. Benché napoletano, già lo aveva intuito il sublime Totò: “Se i milanesi, a Milano, quando c’è la nebbia, non vedono, come si fa a vedere che c’è la nebbia a Milano?”. I suoi meno sublimi conterranei, quando incontrano le squadre milanesi (il Milan e quell’altra), preferiscono cantare nei carnai delle curve: “Solo la nebbia, avete solo la nebbia!”. Pensando di offenderci. E ignorano invece la gioia che ci dà, sapere che è vero, che abbiamo, se non solo, di certo soprattutto quel mantello plumbeo e impenetrabile da indossare, da desiderare ogni volta che sulla nostra pianura – ed è evenienza non così rara – incombe qualcosa di bellissimo e azzurrissimo. Di troppo luminoso.

 

Qui dove tutto è caduco e imperfetto, la nebbia conserva e aggiusta, compatta le slabbrature, medica gli errori, si insedia placida sulle nostre insicurezze e le blandisce, indefinitamente. Il mondo questo non lo capisce, ma non importa, non deve capire: deve solo farsi salvare dall’incomprensibilità, dall’incanto senza colore e confini, dal fittizio oscuramento dello sguardo, dalla rinuncia a muoversi secondo l’orientamento canonico e perciò diabolico.

 

Forse però una cosa io, figlio legittimo delle brume lombarde, che alla insondabile maestà della nebbia ho tributato pudichi onori senza venirne del tutto a capo, una cosa ancora posso tentare di mostrarla alla cecità del secolo abbagliato dalla bovina ricerca del sole perenne. E cioè che sull’Oceano Padano il cielo nelle stagioni fredde è sempre manzonianamente bello e splendente e cobalto; solo che per non distrarci, per non farci distogliere dal sacro dovere, dall’abnegazione al lavoro, dalla corsa al fare, per evitare – qui, dove l’ignoranza operosa ci ha resi immuni dall’intelligenza dannosa – che la tentazione di cedere alle vuote speculazioni ci esima dal retto agire, ecco, allora tiriamo giù il sipario nebbioso e grigio e lo nascondiamo.
L’Isidoro di Siviglia padano sa che ‘cielo’ viene da ‘celo, celare’. E che lo squadernamento è caos e disordine, che il reiterato palesamento di ogni cosa non è che l’autopsia di una ragione presuntuosa e inerme. “Più luce!”, pare abbia esclamato Goethe in punto di morte. “Più nebbia”, vagheggiamo noi in punto di vita.

 

Scrivo, ed è già primavera. La nebbia, come ogni manifestazione della verità, recede dopo il miracoloso apparire. A una stagione ne segue un’altra, al Pascoli poeta della nebbia – “Nascondi le cose lontane, / nascondimi quello ch’è morto!” – è inevitabile succeda il Poliziano: “Ben venga maggio”, dunque.

 

Lenirò l’attesa di nuovi inverni ripensando a quando in dicembre a mio figlio Ludovico, a tre mesi, ho fatto vedere per la prima volta la nebbia: e gli è piaciuta. Il mondo si può ancora salvare.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi