Fare un giornale secondo Bezos. Leadership e consigli per non morire

Prima di Angela Merkel e di Papa Francesco, prima di Aung San Suu Kyi, che ha riportato la democrazia in Birmania, e di Barack Obama, nella lista appena uscita dei World’s greatest leaders del magazine americano Fortune c’è Jeff Bezos, il fondatore di Amazon.
Fare un giornale secondo Bezos. Leadership e consigli per non morire

Jeff Bezos

Roma. Prima di Angela Merkel e di Papa Francesco, prima di Aung San Suu Kyi, che ha riportato la democrazia in Birmania, e di Barack Obama, nella lista appena uscita dei World’s greatest leaders del magazine americano Fortune c’è Jeff Bezos, il fondatore di Amazon. Scelta controintuitiva (tra i ceo della Silicon Valley in molti avrebbero scelto Tim Cook di Apple, che si è erto a leader morale dopo la sua battaglia con l’Fbi sulla privacy e il coming out personale) ma giustificata. Amazon è un gigante che ferve d’attività e nuovi progetti e sta cambiando il nostro modo di fare acquisti, di leggere, di confrontarci con l’intelligenza artificiale (si veda Echo, l’assistente virtuale per la casa in vendita per ora solo in America). Ma per Fortune l’idea di nominare il fondatore di Amazon come miglior leader del mondo non dipende da Amazon. O meglio, non solo da Amazon. Perché la misura della leadership di Bezos, almeno secondo Fortune, è oltre Amazon, e sta nei progetti spesso sminuiti come “personali”. Blue Origin, la compagnia spaziale finanziata con centinaia di milioni di dollari che dovrebbe iniziare i voli per passeggeri paganti nello spazio nel giro di un paio d’anni. Bezos Expeditions, la società di investimenti che ha messo soldi nelle migliori start-up del mondo, da Twitter a Uber. Ma soprattutto il Washingon Post. Il giornalista di Fortune Adam Lashinsky, in un lungo pezzo che parla di tutti gli ultimi esperimenti di Bezos, dedica all’acquisto del Post, avvenuto nel 2013 per 250 milioni di dollari, più spazio che a ogni altra impresa. Forse per solidarietà corporativa, o forse perché cambiare i destini del Post, e di converso cambiare i destini di tutto il giornalismo, per Bezos potrebbe essere un successo ancora più grande di Amazon.

 

Il Washington Post è l’unica azienda di cui Bezos abbia preso il controllo senza averla fondata lui stesso e che non ha potuto plasmare da zero. Ma i dati e gli uomini mostrano che i cambiamenti sono stati enormi. I visitatori unici del sito del Post sono passati da 30,5 milioni al mese a ottobre 2013 a 73,4 milioni a febbraio scorso, un aumento esponenziale e non riscontrato in nessun altro sito d’informazione americano. Il Washington Post oggi fa più visite del venerato New York Times, e il mese scorso ha battuto un avversario irraggiungibile: secondo la società di analisi comScore, ha fatto più visite di Buzzfeed, il sito acchiappaclic più famoso del mondo, un gigante che vale un miliardo e mezzo di dollari.

 

La mano di Bezos è visibile in ogni parte del lavoro del Post (non nelle scelte editoriali, dicono dal giornale). E’ in contatto telefonico costante con la direzione, ha concentrato gran parte del peso della redazione sul sito internet e ha promosso innovazioni di peso, come PostEverything, una piattaforma di aggregazione dei contenuti in cui esperti non pagati possono pubblicare le loro opinioni, o un sistema “altamente automatizzato”, scrive Fortune, che smista articoli da commissionare a oltre 800 freelance in tutto il paese, bypassando il “vecchio modello” delle redazioni dislocate nelle capitali del mondo. Bezos ha inoltre insediato nel Post un laboratorio tecnologico guidato da Shailesh Prakash, che crea in loco tutti gli strumenti informatici necessari all’azienda, senza fare affidamento sul materiale di altri. Il giornalismo di qualità è riuscito dunque a battere gli articoli virali di Buzzfeed? Apparentemente sì (anche se i numeri delle visite di febbraio sono stati contestati), ma a un prezzo. Molte sezioni del Post si sono trasformate in aggregatori di contenuti, e il sito del giornale si sta allontanando dai vecchi standard di austerità e autorevolezza per pubblicare materiale più leggero o virale. Rimangono le grandi inchieste, ma qua e là, soprattutto sui social, spuntano listicle e gattini. In questo, certamente Bezos ha cambiato Marty Baron. Ritratto come l’affilato guardiano dell’ortodossia giornalistica nel film “Spotlight”, che quest’anno ha vinto l’Oscar, l’allora direttore del Boston Globe è oggi a capo del Washington Post, e a Fortune parla diffusamente di battere i contenuti virali dell’Huffington Post, esternalizzare il lavoro giornalistico a siti esterni, eliminare la necessità di costosi corrispondenti. E quando l’intervistatore gli chiede se si sente a posto davanti a tutto questo movimento “giornalisticamente opinabile”, lui risponde: “I have no interest in dying gracefully”.

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