La Pasqua al tempo del jihad

Meno capretti e più colombe, in pochi a messa e nessun prete a benedire le case – di Camillo Langone
La Pasqua al tempo del jihad

Avrei voluto dedicare una poesia alla Pasqua e scrivere versi come “è il tempo del Passaggio, del Signore: piangete / e gioite meco voi che di erbette avete fame, di vini sete”. Ma non sono Andrea Zanzotto, non abito a Pieve di Soligo e non scrivo nel 1973. Mi tocca un articolo sulla Pasqua al tempo del jihad, parola che fa schifo solo a pronunciarla, con quel suono alieno e sibilante, annuncio di morso di rettile.

 

“Decline as usual”, potrei sintetizzare. Gli sbarchi maomettani sulle coste e gli attentati coranisti nelle città non hanno suscitato nel campo cristiano, almeno per quanto riguarda l’Italia, la benché minima inversione di tendenza. L’altra sera in un paese emiliano di 9.000 abitanti in chiesa per l’adorazione c’erano 15 anime: mai a memoria d’uomo se n’erano viste così poche. Declina la partecipazione al rito delle ceneri del Mercoledì delle Ceneri, declina la partecipazione alle Vie Crucis, se non per fotografare le più folcloristiche, declinano le visite ai sepolcri del Giovedì Santo, declina il digiuno del Venerdì Santo, e domani (ad ascoltare i macellai) declinerà ulteriormente il consumo di capretti e agnelli: tutte le più peculiari pratiche cristiane relative alla Pasqua hanno davanti un segno meno. Solo l’afflusso alla messa delle Palme, dove si prende l’olivo da mettere sopra l’uscio e in capo al letto, in molte zone risulta stazionario ed è come se il cristianesimo fosse apprezzato quando è festa e non crocifissione, quando più sembri accordarsi al sentimento del mondo, che oggi è pacifista e difatti all’agnello al forno, impegnativo simbolo religioso, preferisce la colomba cosparsa di zucchero, facile simbolo sentimentale. Ma forse la notizia più ferale, meno pasquale, è che sempre più persone rifiutano la benedizione della casa: anche italiani, non solo maomettani. Anzi, i musulmani (ad ascoltare i preti) sono spesso più gentili dei nativi, che a volte arrivano a sbattere la porta in faccia. Viene da rimpiangere il tempo dell’ipocrisia, del cattolicesimo di conformismo e convenienza, perfino il tempo degli ipocredenti, il cui cristianesimo, di volta in volta democristiano, prodiano, renziano, non si sostanziava in nulla ma che la porta in faccia al prete di sicuro non la sbattevano. Questo è il tempo dell’apostasia: capita che la benedizione venga rifiutata da persone che un tempo si vedevano in chiesa. E del Cristo-non-so-chi-sia: le giovani coppie che vivono in concubinaggio, il pubblico di Fabio Volo e Luciana Littizzetto, immagino, l’acqua santa non la conoscono e stanno bene così.

 

Pensare che io darei qualcosa (offerta in busta chiusa) affinché qualcuno mi venisse a benedire casa: abito da molti anni in una via del centro di una città piena di chiese e non ho mai avuto il piacere di una scampanellata parrocchiale, anche questo la dice lunga sullo stato del cattolicesimo italiano. Ecco dunque la Pasqua al tempo del jihad e c’è chi dà la colpa a Papa Francesco e spesso è chi in chiesa ha smesso di andarci per risparmiarsi le prediche immigrazioniste e gli striscioni “Ponti non muri”. Io invece continuo a sorbire omelie a sconto dei miei peccati, sempre sognando una Pasqua in una Pieve di Soligo eterna ossia “salume e ova, / sgusciare, levare la pellicina a tanta bellezza nuova”.  

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