La politica è una cosa serie

"The Americans", identità, matrimonio e segreti ai tempi della Guerra fredda

Ogni individuo eredita un bagaglio ideologico, culturale, identitario che in qualche misura lo definisce, ma che ha il potenziale di sopraffarlo e disumanizzarlo. È il destino di tutti i personaggi di “The Americans”
"The Americans", identità, matrimonio e segreti ai tempi della Guerra fredda

Noi e loro. La logica binaria dell'appartenenza. Ma se loro sono fra noi? Se sono uguali a noi? Philip ed Elizabeth Jennings, i protagonisti di “The Americans”, esibiscono storie e nomi americani; parlano un impeccabile inglese (americano); abitano una villetta americana in un’ordinata periferia americana; amministrano, da buoni americani, il loro piccolo business americano; hanno gusti americani e amici americani e passatempi americani e due figli americani. Però. Però sono spie sovietiche. Il matrimonio è un’unione benedetta dal KGB; l’agenzia viaggi è una copertura; la villetta è l’attrezzatissima base operativa dei più disparati intrighi. Amici, ne hanno ben pochi, e quei pochi tendono a evaporare improvvisamente; mentre le frequentazioni più assidue sono quelle con gli obiettivi della loro sorveglianza, a cominciare da Stan Beeman, l’agente FBI della porta accanto. Anche i figli, Paige e Henry, sono inizialmente parte della scenografia di una relazione puramente professionale.

 

Le cose cominciano a cambiare dopo quindici anni d’impostura: ed è in questo momento di massima vulnerabilità che incontriamo i Jennings. La condivisione di un segreto può essere un collante potentissimo, ma può anche allontanare i co-cospiratori. È questa tensione che domina il loro rapporto: quando marito e moglie si avvicinano, l’efficacia degli agenti segreti ne risente; quando le spie si riallineano, è la famiglia che rischia di accartocciarsi.

 

“The Americans” è senz’altro una serie sulle fatiche del matrimonio, ma è soprattutto una serie sull’identità. Nati, svezzati e ammaestrati in Russia, Nadezhda e Misha si trasformano in Philip ed Elizabeth. Gli ordini sono chiari: disimparare la lingua, sbianchettare le proprie vite precedenti. Diventare americani per essere sovietici migliori. Uccidere se stessi per essere più fedeli alle proprie origini. È un progetto paradossale, ma doppiamente fallace. Da un lato, perché il passato galleggia: la malattia della madre di Nadezhda, il figlio che Misha non sapeva di avere, i pensieri più profondi che si materializzano in cirillico. Dall’altro, perché il futuro non si addomestica, men che meno se si chiama America. L’unica cosa certa è che Philip ed Elizabeth si sono associati per la vita, con un vincolo molto più resistente di quello nuziale. Le divergenze tra i due, allora, somigliano più a un dissidio interiore tra due spigoli della stessa coscienza – il diavoletto e l’angioletto che rivaleggiano di fronte a una scelta nei cartoni animati.

 

Elizabeth odia gli Stati Uniti, il capitalismo, la fede; alla madrepatria ha perdonato anche lo stupro subito dal suo addestratore e desidera che Paige continui la loro missione perché “la vita in America è più bella e più facile, ma non migliore”. Philip, invece, impara ad apprezzare quel nuovo modo di vivere – la musica, i centri commerciali, i barbecue. Sogna per la figlia un futuro da medico o fa avvocato, e lui stesso soppesa l’eventualità della diserzione. Cosa sarebbe stato di Philip ed Elizabeth, se fossero nati in Kansas, si fossero innamorati a Notre Dame e avessero messo su casa in California? Se, in altre parole, non fossero mai stati Misha e Nadezhda? Se Krusciov e Breznev e Reagan, l’ideologia e la ragion di stato non si fossero messi di mezzo?

 



 

Ogni individuo eredita un bagaglio ideologico, culturale, identitario che in qualche misura lo definisce, ma che ha il potenziale di sopraffarlo e disumanizzarlo. È il destino di tutti i personaggi di “The Americans”: dell’attivista afroamericano che s’innamora di Elizabeth ma si fa uccidere per la missione; della segretaria FBI che cede alle lusinghe di Philip senza prevederne il costo; di Nina, la giovane diplomatica sovietica in bilico tra Stan e un collega dell’ambasciata, che offre più solide credenziali bolsceviche; di Paige, destinata a scoprire il segreto su cui la sua famiglia si regge. È uno scenario che conosciamo sin troppo bene, quello in cui le fedeltà tribali prevalgono su ogni altro istinto umano. Noi e loro. Ma “The Americans” dipinge, sia pure in trasparenza, anche uno scenario alternativo. Non occorre molto: un barbecue o un pomeriggio al centro commerciale.

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