Lo studio di Harvard sulla felicità adulta è stato superato da Bruxelles. Le belle speranze e la paura

Le guerre che i più anziani hanno attraversato hanno inciso sulle loro vite in un modo diverso rispetto a ciò che adesso trasforma e coinvolge le vite dei giovani adulti. Gli attentati in Belgio sono la prova che la felicità del mondo occidentale avrà a che fare con tutto questo ancora per molto tempo.
Lo studio di Harvard sulla felicità adulta è stato superato da Bruxelles. Le belle speranze e la paura

Mazzi di fiori deposti a Maelbeek per ricordare le vittime degli attentati di Bruxelles (foto LaPresse)

Lo studio sullo sviluppo della felicità adulta nel mondo occidentale, il più lungo nella storia dell’uomo, il più accurato, iniziato a Harvard negli anni Trenta su qualche centinaio di cavie, esseri umani disposti a lasciarsi studiare, esaminare e intervistare per tutta la vita (anche John Fitzgerald Kennedy faceva parte dell’esperimento, e anche Norman Mailer che però venne respinto dalla ricerca), ha raggiunto le sue conclusioni, ma è ancora in movimento: i fattori che determinano la felicità riguardano i rapporti famigliari, con gli amici, i figli, e con la persona che ci sta accanto più di tutte, quella con cui magari litighiamo ogni giorno, però sta lì a raccontarci chi siamo e a dirci: conta su di me. Il successo, la realizzazione economica, l’ascesa sociale non contano granché, nella storia della crescita umana, anche per gli studenti di Harvard che rappresentavano la meglio gioventù, quelli che avevano maggiore possibilità di lunga vita soddisfacente: negli anni Trenta le donne vennero escluse dall’analisi, troppo poco interessanti, troppo nell’ombra, ma gli studiosi che si sono succeduti nei decenni hanno esteso la ricerca anche alle mogli e ai figli di questi esseri umani che diventavano adulti, coglievano opportunità, fallivano, si perdevano nell’alcol, venivano colpiti da malattie e da depressioni, oppure compravano una fattoria, un distributore di benzina, si risposavano e cambiavano casella, da fallito a felice in modo sorprendente, che contraddiceva lo scopo della ricerca.

 

Non si diventa felici grazie all’affermazione sociale, si diventa felici grazie alla vicinanza con gli altri. I sopravvissuti, racconta il New York Times, sono piuttosto anziani, sette decenni hanno scavato le loro facce e cambiato la scala delle cose importanti, ma soprattutto è cambiato il mondo in cui queste persone hanno fatto la loro strada: le guerre che hanno attraversato hanno inciso sulle loro vite in un modo diverso rispetto a ciò che adesso trasforma e coinvolge le vite dei giovani adulti. Bruxelles è la prova, fatta di sangue e pezzi di vetro e fumo, che la felicità del mondo occidentale avrà a che fare con tutto questo ancora per molto tempo. La possibilità tangibile e vicina di un’esplosione nelle nostre vite, in quelle dei nostri figli che viaggiano, di nostra moglie che prende la metropolitana. I rapporti umani ne usciranno rafforzati? O l’abitudine alla paura si prenderà tutto? O resteremo identici, impareremo a trattare un attacco terroristico come un incidente d’auto? Lo studio di Harvard si è servito di interviste, analisi del sangue, questionari, stato di famiglia, condizione economica, case, viaggi, rapporti con le ex, rimpianti, dipendenza da droghe, fortuna dei figli, lutti: ogni cosa della vita è stata illuminata dal contributo che ha dato alla felicità o infelicità individuale nel Novecento negli Stati Uniti.

 

Uno studio che cominciasse adesso, su studenti ventenni di belle speranze, felici di partire per il mondo e di costruirsi un’identità, o anche su esseri umani più adulti, alle prese con una nuova famiglia, figli piccoli e ambizioni, oltre ad aggiungere le donne alle cavie umane su cui analizzare speranze e delusioni, non potrebbe ignorare questa condizione della nostra esistenza: l’attacco permanente. La certezza di avere aggiunto, alla complessità della nostra vita pacifica, libera e un po’ nevrotica, anche lo stato di nemici e di bersagli. La strada per la felicità, qui dentro, cambia forma e diventa più accidentata, a stretto contatto con la possibilità di un dolore assoluto.

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