Ragazze, sveglia: non è dei maschi femministi che abbiamo bisogno

Uomini che si dichiarano femministi perché le donne hanno in mano il futuro, perché sono migliori. La campagna promozionale di “La salvezza del mondo - Donne: fattore di cambiamento del XXI secolo” di Paola Diana e la retorica su chi salverà il mondo (le donne, e chi se no?).
Ragazze, sveglia: non è dei maschi femministi che abbiamo bisogno

Roma. “Uomini e donne dovrebbero usare la parola femminista per descrivere sé stessi”. Con questa dichiarazione di Justin Trudeu, Primo Ministro canadese, si apre #iosonofemminista, il video che promuove il libro “La salvezza del mondo - Donne: fattore di cambiamento del XXI secolo” di Paola Diana, Castelvecchi Editore (e lo fa con l’allure della pubblicità progresso, così il marketing c’è ma non si vede).

 



 

Due minuti di maschi che si dichiarano femministi perché le donne hanno in mano il futuro, perché sono migliori degli uomini – e bisogna che “ce ne facciamo una ragione”, dice Paolo Palmarocchi, attore, issato su una cyclette – perché la donna è sacra e va rispettata. Paola Diana è un’imprenditrice, ha un blog sull’Huffington Post, ha fondato PariMerito (network di associazioni per “battaglie in nome dei principi condivisi di affermazione della meritocrazia e delle pari opportunità”) e il suo libro inizia con una fulminea descrizione delle sue origini: un padre padrone e un fratello maschio che aveva sempre ragione ed era l’erede designato per i beni migliori.

 

Erano gli anni Settanta, a Padova: “Fossi nata al sud, avrei respirato anche minor libertà”. E forse è stato grazie a questa fortuna nella sfortuna che ha potuto iniziare sin da piccola a essere femminista, “o forse, semplicemente, sono nata così” (negli stessi anni, le donne in lotta sostenevano che donne non si nasce).

 

Per femminista, Paola Diana intende “una persona che aborre le ingiustizie e le discriminazioni, che si batterebbe anche per i diritti degli uomini se fossero discriminati dalle donne”. Insomma, femminista è sinonimo di militante per i diritti umani e non per la specificità femminile cui si perviene attraverso la parificazione economica, legislativa, umana. Non è chiaro, nel libro, il ruolo dei femministi, né degli uomini in generale, ma è chiaro quello dell’altra metà del mondo, che secondo la suffragetta Emmeline Pankhurst, più volte citata nel testo, andava liberata affinché potesse aiutare a liberare l’altra metà (collaborazione, non assimilazione): prendere le redini dell’economia, della politica, della diplomazia ed eccellere laddove il potere maschile ha fallito. I maschi hanno creato la schiavitù, il capitalismo, il liberismo, le ineguaglianze, le guerre, i totalitarismi, i genocidi, le religioni (Dio è femmina, s’intitola il secondo capitolo, che nelle prime righe sottolinea come la Bibbia sia stata scritta da uomini e attribuisca a Dio caratteristiche maschili: undici righe sotto si legge che “nella Bibbia ci sono allusioni femminili alla Divinità”; poi viene citata Santa Ildegarda di Bingen, della quale è omesso il pensiero più interessante: la divinità non ha sesso, essendo amore tra maschile e femminile). Le donne, invece, stando a Paola Diana, ristabilirebbero pace, equità, benessere, virtù perché “dialogo, saggezza e spirito di sacrificio sono prerogative femminili”: a dimostrazione di questa tesi, il libro porta come primo esempio “La Lisistrata”, commedia di Aristofane (la storia: le donne ateniesi decidono di negarsi ai propri mariti per indurli a firmare la pace con Sparta: niente sesso fino ad allora). Che questa commedia venga utilizzata come esempio di protofemminismo dai manuali del liceo classico è condonabile, lo è molto meno che lo faccia un testo che vuole indicare la via più onesta per salvare il mondo: Aristofane volle giocare con la debolezza maschile, volle dimostrare che negando il sesso agli uomini li si riduce ad agnellini pronti a tutto, persino a rinunciare alla guerra e, in più, le donne della sua commedia non si battono per la meritocrazia e l’accesso all’agorà, bensì, semplicemente, per la cessazione di una guerra che tiene i propri signori lontani dal focolare domestico. L’esegetica lascerebbe il tempo che trova, se non fosse che, in questo caso, è utile a individuare il vizio di forma della posizione di Paola Diana.

 

Così come la cultura maschile avrebbe effigiato un Dio a immagine e somiglianza degli uomini, Paola Diana rielabora “La Lisistrata” a immagine e somiglianza della sua tesi. Tesi che è difficile contestare fintanto che sostiene che l’apporto femminile al presente e al futuro del mondo è ancora poco garantito, ma che è molto arduo sostenere nella sua inespressa eppure chiarissima sostituzione del maschio con la femmina. In quello stesso capitalismo efficientista e spietato che agli uomini rimprovera, Paola Diana vuole dei capi femmina, perché le femmine sono migliori. Il mondo salvato dalle donne, per Paola Diana, lascerebbe campo libero agli uomini perché sarebbe un mondo femminista. Come la paternità che è diventata maternità, pure il femminismo è più maschile che femminile, prova ne sono le parole del Primo Ministro canadese, i coming out di divi hollywoodiani, la campagna #iosonofemminista senza donne e quella, assai virale, #womanagainstfeminism, dove migliaia di ragazze si sono fotografate con il cartello "non sono femminista perché non sono una vittima”.

 

“Siamo soggetti politici perché disubbidienti, scontrose, chiacchierone, sovversive”, scriveva, nel 1976, sulla rivista La Effe, Isabella Rossellini, raccontando di un sogno in cui, durante una manifestazione, alcuni uomini salivano sul palco concionando di temi femministi, salvo poi prendere a insultare tutte le donne, non appena quelle prendevano i microfoni. I femministi erano l’incubo delle femministe, che rivendicavano uno spazio autonomo, senza il benestare paternalistico di teneri uomini sulla cyclette: li stimavano abbastanza da non usarli come marionette, volendoli come compagni.

 

Quarant’anni dopo vale ancora, quella lotta separata ma solidale? “Cosa vogliono le donne” (Einaudi) è un libro di due anni fa: si propone di smontare i miti sulla sessualità femminile, mettendo insieme studi condotti da donne sul piacere delle donne. La loro raccolta, quindi la loro sintesi, la spuntatura grossolana della loro specificità, è firmata da un uomo: Daniel Bergner. E così pure il modo in cui godiamo ce lo siamo fatto spiegare da un maschio.

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