La bambina nel cassonetto

Il cassonetto è un simbolo supremo della nostra società ossessionata da far sparire i suoi sprechi, le sue tracce. Nessuno può sapere quale mossa intima abbia portato la nostra mamma verso il luogo dell’immondizia. Storia magnifica di Claudia Gioia e delle domande che pone al nostro senso della nascita. Le fotografie, la “cultura dello scarto” e quel “San Giuseppe che dorme”.
La bambina nel cassonetto

Claudia Gioia, salvata dal cassonetto

La mattina di domenica 20 marzo una giovane donna straniera, rumena di 27 anni, si sarebbe appreso più tardi, si è avvicinata a un cassonetto per i rifiuti a Campiglia d’Orcia, frazione di Castiglione d’Orcia, incantevole provincia di Siena, un comune di duemila anime o poco più. Non è chiaro se abbia sentito, o aprendo abbia visto. Ma poco dopo era tornata a casa, sconvolta. Non casa sua: la casa dell’anziana signora di cui da qualche mese è badande. Era tornata con una bambina appena nata, il cordone ombelicale ancora attaccato, avvolta in un asciugamano. L’aveva trovata nel cassonetto, respirava. “Si tratta di un piccolo miracolo, perché di lì a poco sarebbe passato il camion che raccoglie i rifiuti e per lei non ci sarebbe stato più nulla da fare”, avrebbe commentato, in seguito, il direttore dell’Azienda ospedaliera di Siena, il dottor Pierluigi Tosi. E’ già un piccolo miracolo il fatto che la neonata fosse rimasta viva, segno che era lì poco tempo, tra i rifiuti. O di una particolare benevolenza del clima. Adesso Claudia Gioia – è il nome che le hanno dato i medici del reparto di Terapia intensiva neonatale del policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena – sta bene. Come nella maggior parte dei casi, in situazioni come questa, non è stato difficile ritrovare la mamma che aveva abbandonato la sua creatura in un cassonetto. Dopo un’ora di interrogatorio da parte di carabinieri, la giovane donna che aveva annunciato il ritrovamento ha confessato che la bambina è sua, l’aveva partorita in casa, poi la disperazione l’aveva condotta fino al cassonetto. Però s’era pentita, era tornata indietro. Ha un marito e altri tre figli in Romania, ha detto di non volere tenere anche questa bambina. E’ stata denunciata per procurato allarme e simulazione di reato, perché la Legge ha i suoi lati grotteschi.

 

Non è vero che episodi così siano rari. Altre volte il luogo è un bagno pubblico, o la panchina di un parco. Ma il cassonetto, indubbiamente, porta in sé una valenza di rifiuto, di disperazione, più netta. A Milano qualche settimana fa è stata una ragazzina a lasciare il suo neonato in un bagno pubblico, subito soccorsa. Altre volte finisce meno bene, in febbraio a Fiorano Modenese un bambino appena partorito da una ragazza nigeriana di vent’anni era stato trovato in un cassonetto, ma già morto. Non dovrebbe andare sempre così. La regione Toscana, come altre regioni,  hanno da tempo istituito un sistema di assistenza, il Percorso Mamma Segreta, per indirizzare e tutela le madri che decidono di non riconoscere il figlio, partorendo in anonimato.

 

Claudia Gioia è la bambina che dorme nella culla pediatrica, nella fotografia di copertina. Una fotografia che parla da sé, che per qualcuno può essere commovente, per qualcun altro banale e superflua. Ma ha una storia da raccontare che va oltre i bordi del rettangolo colorato, perché per capire le cose bisogna innanzitutto guardarle. A volte è difficile, guardarle. Perché non si può tenere gli occhi su quella bambina in culla riscaldata senza pensare che sarebbe morta, che era buttata via. Come a troppi accade, poco prima o poco dopo quell’attimo misterioso che è la nascita. A volte, per capire, bisogna mettere insieme altre fotografie. Farci un album. Come le tre immagini che in questa pagina raccontano tre storie diverse, o magari no, perché tutte hanno a che fare con un cassonetto. Con uno scarto e uno scatto.

 

La storia della fotografia in copertina l'abbiamo raccontata qui sopra. Quello che rimane fuori, intorno, è una serie di domande che dovremmo farci. La più semplice: perché una fotografia così, che rappresenta un fatto drammatico ma anche un’affermazione positiva della vita e del suo valore, o quantomeno incarna la voglia di esistere della natura e persino della nostra civiltà, che alla nascita riconosce un posto d’onore, non viene “vista”, come fosse trasparente? Perché fatti come questo non escono quasi mai dai rettangoli dell’informazione locale? Eppure ci sono decine di casi. Una statistica del 2012 dice che in Italia sono circa tremila all’anno i neonati abbandonati e ritrovati – soprattutto vivi, ci informano, ma spesso anche morti. Non sono pochi. Poi sappiamo che il 73 per cento è figlio di italiane, il 27 per cento di immigrate (sì, le straniere abortiscono di più, dicono in molti), le minorenni risultano soltanto il 6 per cento. Numeri da prendere con il beneficio d’inventario, ma che smentirebbero anche certi luoghi comuni. Di questi abbandoni soltanto circa 400 l’anno avvengono in ospedale, cioè al riparo e con la tutela della legge sul non riconoscimento al parto. Alla Mangiagalli di Milano, nel 2014, sono stati (solo) 23 i bambini non riconosciuti, lo 0,08 per cento delle nascite. Eppure nelle cronache locali se ne trovano spesso, di storie come quelle della Val d’Orcia. Ma non bucano, o forse non commuovono. E non è infrequente sentire commenti come “be’, meglio abortire”, accompagnate da condanne morali alle madri. Che quel fagotto abbandonato possa essere anche un pegno di vita, non ci sfiora. Questa volta, però, la nostra fotografia ha un qualcosa che dovrebbe bucare una disattenzione che è culturale, persino politica (si può fare di più?), prima ancora che morale. Fuori dal rettangolo colorato, c’è quel cassonetto della Val d’Orcia. E chissà se era a raccolta differenziata. Il cassonetto è un simbolo supremo della nostra società ossessionata da far sparire i suoi sprechi, le sue tracce. Nessuno può sapere quale mossa intima abbia portato la nostra mamma verso il luogo dell’immondizia, anziché depositare la sua bambina davanti a un cancello. Papa Francesco chiama tutto questo “cultura dello scarto”, ed è un’espressione che non piace a tutti, dice troppo o troppo poco, a seconda dei punti di vista. Suona come condanna economica e insieme morale. Sappiamo però – detto a beneficio di chi pensa che quello sia un gesto inumano, in una società che permette il più lindo aborto ospedalizzato – che i feti rimossi della legge 194 sono trattati come rifiuti ospedalieri speciali. E quando, a Milano e a Roma, qualcuno ha proposto di poterli seppellire – una questione di elaborazione del lutto, non una pratica magico-religiosa – c’è chi ha gridato allo scandalo, alla violenza contro la libertà delle donne.

 


Aylan sulla spiaggia di Bodrum


 

La fotografia di Alyan sulla spiaggia turca di Bodrum scattata fine agosto 2015 ha invece fatto in fretta il giro del mondo ed è una di quelle immagini destinate a restare nel tempo. Non perché non ce ne siano altre con lo stesso soggetto, o non siano annegati altri di bambini nel frattempo, nella fuga infinita dalla guerra. E’ destinata a restare perché parla da sola: sulla spiaggia di solito i bambini giocano con la sabbia o nuotano, non muoiono. Non c’è bisogno di parole. Intorno, fuori quadro, si potrà tutt’al più dire che anche quell’immagine è figlia di una cultura dello scarto, considerando miserie e guerre come uno scarto del nostro sistema globale. Oppure si potrà dire che lo sfruttamento mediatico del dolore non aiuta a risolvere i conflitti. Quel che interessa qui, siccome parliamo di fotografie, è perché quella di Aylan commuove e quella di Claudia Gioia meno. Forse perché rimane distante. Perché è più facile parlare di bambini morti per una guerra di cui non si vuole né prendere atto né parte, che non ragionare sulla vicinanza di quel problematico fenomeno che è dare la vita. E garantire a chi la dà le condizioni per farlo. E non farne solo un fatto privato, ma sociale. Il divorzio occidentale dalla natalità, la sua invisibilità crescente fa il paio con l’invisibilità che sempre più chiediamo alla morte. Funzioni corporee disincarnate dal loro senso. Ci si può commuovere per una  foto. L’importante non è mettere in discussione la nostra cultura dello scarto, gli scarti della nostra cultura. Tanto che Alyan può diventare un simbolo vuoto in mano alla demagogia dell’immagine, come per l’artista cinese Ai Weiwei, che si è auto-prodotto in una “imitazione” della fotografia di Aylan morto sulla spiaggia. E allora l’immagine smette di parlare, ridiventa muta.

 

Il cassonetto è un simbolo plateale. Curiosamente, la prima “ruota degli esposti” – o degli Innocenti, o dei Colombo, o dei mille cognomi dati per secoli ai trovatelli  – fu quella che nel 1992 Giuseppe Garrone, presidente del Movimento per la vita di Casale Monferrato, aveva voluto battezzare proprio “il cassonetto della vita”, uno sportello con culla termica ricavato nel portone della sede dell’associazione. Un deputato di Rifondazione comunista, Angelo Muzio, presentò un esposto alla magistratura: “La ruota anziché produrre processi di maturazione sociale è un espediente che incoraggia l’abbandono e favorisce l’oscurità del pregiudizio, autorizzando di fatto il rifiuto dei neonati”. Ci volle del tempo, ma la magistratura scagionò il cassonetto. La prima “ruota degli esposti” comparve in Francia alla fine del XII secolo, nell’ospedale dei Canonici di Marsiglia, seguita da quella di Aix en Provence. In Italia la prima fu all’ospedale di Santo Spirito in Sassia a Roma. Da allora fino alla seconda metà dell’800 ce ne furono più di mille. Una pratica medievale? Una cultura barbarica della vita? L’abolizionismo delle ruote, che portava con sé anche l’obbligo legale per le madri di denunciare il parto, non proprio un passo avanti di libertà, portò alla prima chiusura di una ruota, a Ferrara, nel 1867. Una logica figlia della modernità e della statalizzazione progressiva del controllo sulla vita e la salute. Il diritto allo scarto sarebbe venuto dopo.

 

Il caso di Claudia Gioia riporta alla memoria quelle ruote. E se la loro utilità pratica oggi è tutta da valutare, è chiaro però che in quella fotografia c’è una domanda culturale, morale, su quello che la nostra società pensa oggi della nascita, della vita. Oggi, seppure quella giovane donna rumena non lo sapeva, esistono delle “ruote” moderne. Non che funzionino, statisticamente. Da quando alla Mangiagalli di Milano è stata attivata la “culla della vita” nel 2012, un sistema che permette di lasciare al sicuro in culla termica sorvegliata con presa in consegna immediata del bambino, è stata utilizzata un paio di volte in tutto. Culle della vita, o ruote della fortuna?, ci sono a Napoli, Varese, Firenze, Parma, Padova, Roma. Le gestiscono gli ospedali, i Centri aiuto alla vita (www.culleperlavita.it), vi si appoggiano onlus che si occupano di donne in difficoltà. In realtà non è che un’estensione fisica della legge del 2000 che consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’ospedale dove è nato, mantenendo segreto il proprio nome (nell’atto di nascita viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata”) e consentendo l’immediata adottabilità. Qualcuno darà la colpa alle madri, se non ne usufruiscono? Maria Grazia Passeri, fondatrice dell’associazione romana Salvamamme, diceva nel 2011: “Queste donne sono perseguitate, in fuga. Chi le nasconde? Chi le aiuta quando il momento di partorire si avvicina e l’unica soluzione a cui pensano è quella di abbandonare il neonato in un cassonetto? La risposta è semplice. Bisogna tappezzare proprio i cassonetti di tutta Italia con le istruzioni sul parto anonimo, con gli indirizzi delle ‘ruote’ e con quelli dei consultori. Sono donne povere, straniere, colf, badanti: sono isolate, senza informazioni… Andranno a buttare la spazzatura, e vedranno quel volantino in più lingue, scoprendo così di avere ancora una via d’uscita: tenere con sé il bambino, farlo adottare da altri, chiedere aiuto. In ogni caso scelte di vita”.

 


San Giuseppe che dorme


 

L'immagine qui sopra, e di cui vale la pena raccontare la storia, è assai diversa dalle prime due. E’ una piccola statua di San Giuseppe (un papà adottivo, ohibò, in queste storie di donne) che dorme. E’ un stereotipo, in realtà, ripetuto in migliaia di esemplari. Cosa lo accomuna alle due che stanno sopra? Forse solo la posizione dormiente, supina. Una suggestione della forma. San Giuseppe che dorme è una raffigurazione devozionale molto popolare specialmente nelle Filippine. Ora ha acquistato notorietà, perché Papa Francesco ha raccontato di avere un San Giuseppe che dorme sulla sua scrivania: “Mentre dorme si prende cura della chiesa! Sì! Può farlo, lo sappiamo. E quando ho un problema, una difficoltà, io scrivo un foglietto e lo metto sotto San Giuseppe, perché lo sogni! Questo gesto significa: prega per questo problema”. San Giuseppe che dorme, dunque indifeso come quei bambini, ma che in realtà ha la forza di proteggere, perché è lavoratore e lavora anche quando dorme. E’ un simbolo semplice, visivo: significa nient’altro che la fiducia in Dio. Ma non è obbligatorio essere credenti, o credere nel potere taumaturgico di un segno, per capire che in gioco c’è il fatto di una fiducia piena nella vita e nella sua positività. Basta il colpo d’occhio. Quella fiducia smarrita di cui sempre più giungono segnali di domanda, anche da parte della nostra migliore cultura occidentale.

 

Poi c’è questo dato, che anche uno scettico è costretto ad accusare. Che nessuno aveva messo un bigliettino sotto San Giuseppe che dorme per chiedere che Claudia Gioia potesse salvarsi dal suo cassonetto. E’ accaduto lo stesso. San Giuseppe o no, la sua fotografia sembra smentire la cultura dello scarto.

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